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Bambini e schermi, l’American Academy of Pediatrics cambia le linee guida: non è più solo questione di tempo

L’American Academy of Pediatrics ha aggiornato le proprie linee guida sul rapporto tra giovani e tecnologia. Se in passato l’attenzione era rivolta soprattutto al numero di ore trascorse davanti allo schermo, oggi i pediatri invitano a spostare il focus sulla qualità dell’esperienza digitale e richiamano le le piattaforme ad assumersi maggiori responsabilità nella cura dell’ecosistema digitale entro i quali i ragazzi si trovano a crescere.
A cura di Niccolò De Rosa
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Dopo un'attenta revisione di ricerche, analisi e protocolli, l'American Academy of Pediatrics (AAP), una delle istituzioni più autorevoli in campo pediatrico, ha aggiornato le proprie linee guida per la gestione del rapporto tra giovani e schermi. E le novità non sono poche.

Il nuovo policy statement, pubblicato a gennaio 2026 su Pediatrics, sposta per la prima volta il focus delle raccomandazioni, invitando i genitori a non concentrarsi più (solo) sulla quantità di ore che i figli dedicano agli schermi, ma soprattutto alla qualità di queste esperienze, favorendo contenuti di qualità e con un alto potenziale educativo.

Dopo oltre vent’anni di ricerche su smartphone, tablet e piattaforme social, i pediatri americani hanno riconosciuto che gli schermi fanno parte di un vero e proprio "ecosistema digitale", progettato per catturare l’attenzione e trasformarla in valore economico. Ricondurre l’impatto della tecnologia esclusivamente alle scelte familiari non è quindi più realistico. Da qui un cambio di rotta che prende atto dei limiti oggettivi della sorveglianza genitoriale  soprattutto dopo l'ingresso nell'adolescenza) e sposta l'attenzione sulle logiche di engagement messe in campo dai grandi attori del mondo digitale.

Perché lo screen time non basta a spiegare tutto

Il report ha chiarito una volta per tutte come il cosiddetto screen time sia un concetto troppo sfaccettato per poter essere imbrigliato in poche regole valide per tutte. Oggi, attraverso uno smartphone o un tablet, si può chattare, guardare video, informarsi, leggere un libro o semplicemente scorrere contenuti per ore. In un ecosistema dominato da algoritmi, riproduzione automatica e strategie di engagement sempre più sofisticate, limitarsi a "controllare l'orologio" non può dunque essere una risposta sufficiente. Le famiglie necessitano di strumenti e strategie decisamente più articolati.

"Il tempo passato davanti allo schermo non racconta tutto", ha spiegato la pediatra Hansa Bhargava, portavoce dell'American Academy of Pediatrics, sottolineando come l'esperienza digitale non sia più paragonabile a un'attività passiva come la televisione di un tempo. Un'ora trascorsa a guardare contenuti educativi insieme a un adulto non è la stessa cosa che passare un'ora a  scrollare video casuali. Nel primo caso, lo schermo può diventare una risorsa. Nel secondo, rischia di interferire con il sonno, l'attenzione e la regolazione emotiva.

Contenuti di qualità e uso condiviso

Le nuove indicazioni dell’AAP propongono quindi un cambio di prospettiva che sposta l'attenzione dal conteggio delle ore trascorse davanti ai dispositivi alla qualità e alle modalità con cui questi vengono utilizzati.

Per i bimbi tra i due e i cinque anni, per esempio, i dati mostrano che contenuti educativi di alta qualità, soprattutto se fruiti insieme a un adulto che commenta e collega ciò che appare sullo schermo alla vita quotidiana, sono associati a migliori esiti linguistici e sociali. Al contrario, l’uso solitario e prolungato di contenuti non educativi è correlato a ritardi nel linguaggio e a un sonno più disturbato. "Guardare un film insieme e poi parlarne non è semplicemente screen time: è tempo condiviso", ha osservato Bhargava. Un esempio concreto di come il contesto possa cambiare completamente il significato dell’esperienza digitale.

Immagine di repertorio
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In età scolare, invece, i dispositivi digitali possono sostenere l'apprendimento, a patto ovviamente che vengano utilizzati programmi o contenuti ben progettati e comunque fruiti con moderazione. L'eccesso è infatti associato a un rendimento scolastico più basso, una maggiore tendenza ad adottare comportamenti sedentari e a un aumento dei disturbi del sonno, soprattutto quando i dispositivi entrano in camera da letto.

Negli adolescenti, infine, l'associazione tra la durata dello screen time e il benessere appare invece più critica. Social media e videogiochi possono effettivamente favorire relazioni e identità, ma la proliferazione di algoritmi che favoriscono contenuti su corpi, diete estreme o comportamenti a rischio aumenta la vulnerabilità dei ragazzi più fragili. Per questo l'AAP ora evita di indicare un’età "giusta" per il primo smartphone. La maturità del singolo conta più della data di nascita, ma questi sono tutti aspetti che devono per forza di cose essere valutati caso per caso dai genitori.

Oltre i divieti: il ruolo di piattaforme e istituzioni

La vera novità del documento sta però nell'ampiezza dello sguardo adottato in questo aggiornamento. Secondo l'AAP, molti degli aspetti critici del rapporto tra giovani e schermi non possono più essere attribuiti esclusivamente alle famiglie (che restano comunque le assolute protagoniste del contesto educativo) ma sono sempre più legati alle logiche di design delle piattaforme e ai loro modelli di business. "Le famiglie hanno sempre portato il peso della gestione, ma molto è fuori dal loro controllo", ha spiegato la pediatra Tiffany Munzer dell'Università del Michigan. Da qui la richiesta di maggiore responsabilità per le aziende, con meno pubblicità pensate per ingaggiare i minori, più tutela della privacy, maggiore trasparenza sugli algoritmi e standard di sicurezza paragonabili a quelli adottati per giocattoli o alimenti.

Il report chiede anche investimenti pubblici in alternative offline (biblioteche, parchi, attività extrascolastiche ) perché è proprio quando esistono spazi sicuri per giocare e socializzare che lo schermo smette di colmare vuoti organizzativi e sociali. La conseguenza pratica di questo aggiornamento è duplice. Da un lato, alleggerisce il senso di colpa per tutte quelle volte in cui mamme e papà concedono qualche mezz'ora in più di video o chat. Dall'altro, si invita a osservare con maggiore attenzione che cosa lo schermo toglie o aggiunge alla vita quotidiana. Ed è proprio in questo equilibrio che può nascondersi la chiave per tutelare la crescita degli adulti di domani.

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