Addio al mito del bravo bambino: lo psicologo spiega perché non devi pretendere che tuo figlio ti obbedisca

Essere "bravi bambini" ha sempre significato aderire senza deviazioni alle aspettative degli adulti, rispettare le regole senza discuterle e imparare presto che dire di no ai genitori non è un comportamento che può essere accettato. Si tratta di un'idea talmente radicata che per secoli nessuno ha pensato di metterla in discussione, quasi fosse una legge di Natura, un assioma alla base di ogni logica familiare: è nell'ordine delle cose che i figli debbano obbedire ai genitori. Negli ultimi decenni, psicologi e pedagogisti hanno però cominciato a smontare queste convinzioni secolari. Dietro il rassicurante principio dell'obbedienza si è infatti sempre celata una dinamica di prevaricazione e sottomissione che non solo rende più difficoltose alcune dinamiche della crescita emotiva, ma, nei casi più estremi, ha legittimato anche la violenza fisica e psicologica come strumento educativo per ristabilire l'autorità dell'adulto.
La docente alla Cornell University Sunita Sah è per esempio intervenuta lo scorso novembre in un podcast osservando come molti genitori tendano a "sovra-allenare" i figli all'obbedienza, soprattutto perché questo atteggiamento rende più semplice la gestione quotidiana. Un comportamento che secondo l'esperta rischia però di crescere adulti incapaci di prendere posizione, poco abituato a difendere i propri confini e spesso in difficoltà quando si tratta di affermare la propria voce. Un'opinione condivisa anche dallo psicologo Luca Frusciello, pedagogista clinico, che a Fanpage.it ha spiegato come questa cultura dell'obbedienza sia un concetto da superare definitivamente.
"Obbedienza e autonomia non sono la stessa cosa", ha spiegato Frusciello. "Molti adulti pensano che rendere un bambino obbediente significhi renderlo autonomo, ma in realtà gli si insegna solo la capacità di regolarsi sulla base delle norme date da altri, senza lasciare spazio all'autoregolazione".
Il comportamento come unico metro di giudizio
Secondo Frusciello, l’educazione contemporanea è ancora fortemente centrata sulla misurazione del comportamento. Il bambino viene giudicato "educato" quando aderisce all'idea che l'adulto si è costruito su come un figlio dovrebbe comportarsi. "Questa è obbedienza", chiarisce il pedagogista, "ed è un parametro profondamente soggettivo, perché dipende dallo stato emotivo del genitore". Il risultato è che il bambino non impara l’esistenza di regole coerenti, ma interiorizza l'idea che le norme cambino in base all’umore dell'adulto.
Qui emerge però un paradosso. Nel tentativo di educare all’obbedienza, si finisce per educare all'impeto dell'emotività. "Pensando di essere rigidi, in realtà siamo estremamente flessibili", osserva Frusciello. "Educhiamo a far vincere sempre l'emozione sul comportamento". È proprio da questa dinamica che nasce il rischio della prevaricazione: il genitore, nel richiamare all’obbedienza, spesso non sta educando il bambino, ma sta autoregolando se stesso. Il messaggio che passa è chiaro: quando si è frustrati, si può dominare l’altro.
Punizioni corporali e giustizia soggettiva
In questo quadro si inserisce anche il tema delle punizioni corporali, che non sono solo le botte e gli abusi, ma anche quelle sberle e quegli schiaffi che gli estimatori dei cari vecchi "metodi di una volta" vorrebbero applicare anche alle nuove generazioni per riportare un po' di disciplina. Per spiegare il concetto Frusciello è ricorso a una metafora decisamente evocativa, quella del giustiziere che si crede paladino.
"Chi colpisce un bambino lo fa perché pensa di agire per il suo bene, secondo una propria idea di giusto e sbagliato. Proprio come Thanos nei film della Marvel", ha spiegato. "L'effetto educativo è però nullo. Il bambino impara soltanto che la forza è uno strumento legittimo per imporsi". Quando il comportamento viene represso dall'esterno, infatti, non si sviluppa una competenza fondamentale come l'autoinibizione, cruciale per la maturazione cerebrale e la formazione di un individuo in grado di regolare i propri comportamenti e le proprie emozioni.
Educare ai valori, non ai comportamenti
Ma se i bambini non devono essere obbedienti, significa che un bravo genitore debba lasciar loro tutto quello che vogliono? Ovviamente no. L'alternativa, ha sottolineato Frusciello, non è l’assenza di regole, ma un cambio radicale di prospettiva, cessando di imporre obblighi e concentrandosi sulla necessità di trasmettere i valori più importanti, come l'ordine, la giustizia, l'onestà o l'impegno.
"Comandare a un figlio di mettere in ordine la camera non fa capire al piccolo quanto sia importante vivere in una casa pulita e ordinata" spiega il pedagogista. "Educare ai valori non significa imporre un modello unico, ma incarnare quei valori e permettere al bambino di esprimerli in modo autonomo. È attraverso l'esempio dei genitori che i figli fanno propri concetti fondamentali come l'ordine, la giustizia, l'onestà o l'impegno".
In questa visione, l'autonomia non nasce più dall’obbedienza, ma dalla possibilità di sperimentare, sbagliare e trovare il proprio modo di stare nel mondo. È un’educazione più complessa e meno immediata, ma anche l’unica capace di formare individui liberi, responsabili e realmente competenti nel regolarsi, senza bisogno di sottomettersi o di sottomettere gli altri.