Si chiama “zoombombing” ed è l'ultima frontiera del razzismo online: persone non invitate fanno irruzione, da sole o in gruppo, in videoconferenze o incontri su piattaforme internet e cominciano a insultare i partecipanti, impedendo loro di parlare, diffondendo messaggi discriminatori e condividendo immagini e video sessisti, transomofobici, inneggianti al fascismo e nazismo. L'ultimo episodio è avvenuto il 10 gennaio scorso, quando un gruppo antisemita ha interrotto la presentazione di un libro lanciando insulti razzisti. Prima era toccato a un convegno contro la violenza sulle donne. Ma a finire nel mirino degli hater sono anche le normali lezioni scolastiche o riunioni di lavoro, dove vengono diffusi messaggi di odio contro i “diversi”: dagli immigrati ai disabili, passando per religione, nazionalità, disabilità e identità̀ di genere.

Nella vita reale la situazione non migliora: se è vero che il 68 per cento degli italiani è ancora ben disposto nei confronti dei rifugiati ed è a favore del diritto all'accoglienza, è anche vero che, secondo l'Osservatorio Interforze per la Sicurezza contro gli Atti discriminatori (Oscad), nel nostro Paese ogni nove ore si registra un attacco razzista. Negli ultimi diciotto anni sono stati registrati 7.426 episodi di razzismo, tra cui 5.340 casi di violenze verbali, 901 aggressioni fisiche contro la persona, 177 danneggiamenti alla proprietà e 1.008 casi di discriminazione. Un fenomeno in aumento: sempre secondo l'Oscad, se si guarda ai soli dati relativi alle violenze che hanno a che fare con razza, etnia, nazionalità o religione, si scopre che nel 2019 ne sono state denunciate 726, molte di più rispetto alle 494 di tre anni prima. Inoltre, si è registrato un aumento delle aggressioni fisiche (da 28 nel 2016 a 93), degli atti di vandalismo (da 5 a 10) e delle turbative della quiete pubblica (da 49 a 91). Sono però dati parziali, perché una gran parte degli episodi non viene denunciata e sui giornali finiscono i casi più eclatanti.

Come quello della donna brasiliana insultata da un negoziante di Torino perché́ non si esprimeva bene. Oppure le restrizioni previste da Comuni come quello dell'Aquila per la distribuzione dei fondi per l'emergenza alimentare durante la pandemia. Gli insulti ascoltati in un ospedale sardo, dove un medico ha pronunciato parole come «finalmente li mandiamo tutti a casa dai loro affetti» e «a loro bastano banane e sabbia». Le segnalazioni di cittadini cinesi vittime di offese a causa del coronavirus. Fino all'assassinio del giovane cuoco Willy Monteiro Duarte, pestato a morte il 6 settembre a Colleferro, nel Lazio. La frase pronunciata da un familiare degli assassini – «In fin dei conti cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario» – ha scatenato un'ondata di indignazione in tutta Italia. Così come ha infiammato i social la discussione in campo durante il derby di Coppa Italia Inter-Milan tra i calciatori Zatlan Ibrahimovic e Romelu Lukaku.

Ma un antidoto contro il razzismo c'è: la cultura, la conoscenza dell'altro che fa superare la “paura del diverso”. Lo sport viene incontro a questa esigenza. Allenarsi e giocare insieme aiuta a superare le barriere, anche quelle linguistiche, e favorisce lo scambio e la conoscenza reciproca. Ne sa qualcosa l'Uisp, l'Unione Italiana Sport Per tutti nata nel 1948 con lo scopo di rendere lo sport accessibile a tutti indipendentemente dalla condizione economica e sociale, che da sempre è impegnata contro il razzismo e che, nell’ambito del progetto “Pinocchio: Cultura, sport, partecipazione civica e social network contro le discriminazioni per una maggiore inclusione sociale”*, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e di cui Uisp nazionale è partner, ha avviato un percorso formativo nelle scuole, tra le Associazioni del Terzo Settore e le Associazioni Sportive Dilettantistiche di quattro città a Roma, Caserta, Genova e Bologna, con l'obiettivo di aumentare le conoscenze degli studenti, prevenire atteggiamenti e comportamenti razzisti e lavorare su pregiudizi e stereotipi.

«Attraverso lo sport», dice il presidente dell'Uisp Vincenzo Manco, «si può dare ai rifugiati lo spazio e il tempo di muoversi, entrare in contatto con altre persone e stabilire relazioni, riprendersi una dignità perduta, oltre al diritto umano di giocare». L'Uisp garantisce a tutti di fare attività sportiva, anche attivando iniziative ad hoc come la piscina al femminile di Torino, dove una volta a settimana entrano solo le donne, per consentire alle musulmane di praticare un'attività che altrimenti sarebbe loro preclusa. Oppure incentiva gli sport degli “altri”, come il cricket e la pallavolo ecuadoriana.

E poi organizza progetti come il Calciastorie, in collaborazione con Lega Calcio Serie A: grazie alla partecipazione diretta dei club calcistici si è avviato un percorso formativo contro la discriminazione nel calcio nelle scuole medie superiori di quindici città italiane. Ma anche il progetto Sportantenne, al fianco dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, che ha consentito la raccolta dei dati su episodi di razzismo sfruttando la propria presenza su tutto il territorio nazionale. E poi l'Almanacco Antirazzista, una serie di iniziative sportive contro il razzismo tra cui i Mondiali Antirazzisti, che da 25 anni costituiscono un laboratorio interculturale che riunisce migliaia di giovani in una quattro giorni di sport, cultura e musica e possono essere considerati la più grande e più longeva kermesse di sport popolare contro il razzismo.

Nei mesi difficili della pandemia, in cui le attività sportive si sono dovute fermare a causa dell’emergenza sanitaria, l'Uisp ha collaborato al lancio dell'Osservatorio Nazionale contro le Discriminazioni nello Sport, grazie a un protocollo firmato con UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali e l'associazione Lunaria.

*Il progetto è realizzato in partneriato da CEFA, A SUD, UISP, LUNARIA, ARCI Liguria, ARCI Caserta, Comune di Bologna, Area Nuove cittadinanze, inclusione sociale e quartieri, ARCS.