La mamma di Matteo, 12 anni e con disabilità sensoriale: Riesce a comunicare in modi inimmaginabili”

Riuscite a immaginare un mondo senza immagini o suoni? Viene naturale domandarsi: “Come comunicherei, se la mia vita fosse improvvisamente buia e silenziosa?”, e la risposta è diversa per ognuno dei bambini e degli adulti sordociechi italiani.
In un apparente vuoto, ciascuna persona trova modi sorprendenti per farsi capire, esprimere emozioni, bisogni e desideri, o per raccontarsi ed entrare in relazione con gli altri. Alcuni sistemi sono più conosciuti, come la LIS, la Lingua dei Segni Italiana, una vera e propria lingua con precise regole grammaticali, morfologiche e sintattiche. Utilizzando la LIS- le persone sorde riescono a esprimere qualsiasi concetto, concreto o astratto, mediante i movimenti delle mani, le espressioni facciali e la postura del corpo. In caso di sordocecità, invece, si utilizza la LIS- Tattile: chi si esprime ha sotto le proprie mani quelle dell'interlocutore, così il segno viene percepito sopra le dita.
Si basa sul tatto anche l'Haptic, che consente di trasmettere brevi segnali toccando la spalla, la schiena, o la gamba della persona con sordocecità, oppure lo “stampatello”, ossia scrivendo con il dito le lettere sulla mano dell'interlocutore. Si può comunicare anche attraverso immagini, oggetti ed espressioni del viso, e la cosa straordinaria è che più si entra in sintonia con la persona sordocieca e meglio si riuscirà a comunicare. L'amore, a suo modo, è una forma di comunicazione universale. Lo sa bene la mamma di Matteo, nato a 23 settimane e piccolo come il palmo di una mano. Oggi ha 12 anni, ma Emanuela ricorda la gravidanza con gli occhi lucidi di commozione: “Mi dissero che non avrebbe superato la notte, era il giorno di Pasqua del 2013. Lottò per otto mesi in terapia intensiva”. Non vede, ha disabilità cognitiva e ha perso una gamba, ma per fortuna è vivo.
Il suo modo di comunicare, nei primi anni, è limitato alla sua famiglia: grazie a filastrocche e canzoncine che gli canta il fratellino Gabriele, di tre anni più piccolo, il loro legame cresce fortissimo. Ma è a 7 anni che per Matteo e la sua famiglia tutto cambia. “L'incontro con La Lega del Filo D'Oro l'ha fatto uscire dalla sua bolla” – racconta mamma Emanuela – “Gli operatori hanno impostato subito una forma di comunicazione semplificata, con il linguaggio gestuale. La prima parola che gli ho insegnato? Mamma, naturalmente.” Con i segni oggi Matteo riesce a dire anche frasi semplici, comunicando preferenze e bisogni non solo primari. Passi avanti, come il riuscire ad andare in bagno da solo, che sono traguardi di autonomia importantissimi per bambini come lui. “Alla Lega del Filo d’Oro riescono a intravedere e sviluppare competenze inimmaginabili nei nostri figli: non perché facciano miracoli, ma perché hanno un’enorme competenza ed esperienza”. Dice Emanuela.
Punto di riferimento nazionale per la sordocecità e la pluridisabilità psicosensoriale, con Centri Residenziali, Servizi e Sedi Territoriali in dodici regioni, la Lega del Filo D'Oro conduce ogni anno fuori dal buio e dal silenzio oltre 1.200 persone. Nata dall’idea di Sabina Santilli, una donna sordocieca che nel 1964 diede vita al progetto insieme a un sacerdote e un gruppo di volontari. Il suo approccio era semplice: vedere le potenzialità e non i limiti, perché ogni confine può essere superato se ci si aiuta l'un l'altro. Ed è uno spirito che continua a contraddistinguere l'operato della Lega, traguardo dopo traguardo, anche grazie alle donazioni regolari. “Una donazione per i bambini come Matteo è un gesto di immenso valore anche per noi genitori, che vediamo così nascere sul volto dei nostri figli lo stesso sorriso di un qualsiasi altro bambino.” ha concluso mamma Emanuela.
