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L’8 marzo è passato da poco, ma tutti i giorni sono giorni di lotta e di rivendicazione. Lo sciopero globale transfemminista da ogni tipo di lavoro, anche quello di cura, è ormai entrato nel nostro lessico e nel nostro quotidiano. Questo perché sono ormai sotto gli occhi di tutti le discriminazioni nel mondo del lavoro, sempre più povero e precario, la distruzione del welfare, il gender pay gap e un sistema che espelle e invisibilizza il lavoro delle donne.
Donne che vengono celebrate quando sono madri e lavoratrici, ma alle quali poi viene negata, nei fatti, la possibilità di stare nel mondo del lavoro: mancano i servizi, manca il sostegno, e si arriva perfino a negare il congedo per i padri. Insomma, le vite delle donne non sono una priorità per questo governo.
Per questo, con l'8 marzo ancora caldo, voglio parlare di violenza economica. È un tema complicato, di cui si sa ancora molto poco e sul quale – sono sincera – nemmeno io sono molto ferrata.
Eppure la violenza economica è uno dei fattori che più contribuisce a relegare le donne ai margini e a renderle ancora più vulnerabili. È il risultato di un sistema patriarcale che le vuole così: dipendenti, fragili, ricattabili. Pensaci un attimo: ancora oggi diamo quasi per scontato che in una famiglia lavori solo l’uomo, mentre alla donna spetta occuparsi della casa e dei figli. Ce l’hanno venduta d’altra parte come una cosa ‘naturale’: è naturale che l’uomo si occupi dei soldi, sei una pippa con le cose pratiche, che pretendi?
Ecco, no. La violenza economica è uno degli ostacoli più grandi che molte donne incontrano quando si trovano in una relazione violenta e abusante. Spesso non riescono ad andarsene proprio per questo: non hanno un lavoro, non hanno entrate, e andare a vivere da sole diventa materialmente impossibile. Non solo. Ci sono donne a cui il partner sottrae tutto: si fa intestare proprietà, prende i loro soldi, le spinge a firmare documenti che le caricano di debiti a loro nome, mentre lui resta formalmente “pulito”. Le forme sono molteplici, gli esempi migliaia.
E no, non è colpa loro. È la società che è costruita in modo da relegarle oltre il confine, a volte quasi costringendole in queste condizioni e togliendo loro ogni possibilità di autonomia. Per questo servono anticorpi.
Per questa puntata di Streghe, ho intervistato Martina Albini, coordinatrice del Centro Studi WeWorld ed esperta di violenza economica. Come dicevo anche nell’introduzione, questo è un tema su cui io stessa so molto poco — e me ne sono resa conto proprio quest’estate, parlando con lei. Moderavo un panel alla Scuola di Politiche di Cesenatico in cui Martina era ospite e, mentre la ascoltavo, ho pensato: “Di questo argomento io non so niente”.
Quindi ho deciso di far parlare lei, che è sicuramente meglio.
“Io di solito parto sempre con una breve introduzione quando devo spiegare che cos’è la violenza economica – comincia, nella nostra chiacchierata al telefono -. Anche perché, quando si parla in generale di violenza maschile contro le donne, è difficile tracciare un confine netto: stabilire cioè dove inizia una forma di violenza e dove ne finisce un’altra per lasciare spazio a un’altra ancora. Questo succede perché, nella maggior parte dei casi, le diverse forme di violenza si presentano insieme, all’interno di quello che viene definito il ciclo della violenza. Una cosa però è importante dirla subito: alla base c’è sempre un’asimmetria di potere. In questo senso la violenza economica, se vogliamo, è proprio una delle modalità che rende questa dinamica particolarmente evidente. Perché, in fondo, che cosa c’è di più simbolico del potere del denaro, della gestione delle risorse economiche?”.
“Il primo problema, però, è che non esiste una definizione unica di violenza economica. In passato veniva spesso ricondotta più alla violenza psicologica, forse anche perché le donne erano meno presenti nel mercato del lavoro o comunque avevano meno accesso a risorse economiche proprie o a patrimoni personali. Più o meno dall’inizio degli anni Duemila, nella letteratura si è iniziato a proporre definizioni più precise. Quella oggi più condivisa definisce la violenza economica come l’insieme di comportamenti che mirano a controllare la capacità di una donna di acquisire, utilizzare e mantenere risorse economiche. Alla base, quindi, c’è proprio un meccanismo di controllo coercitivo”.
“Quando dico che non esiste una definizione unica mi riferisco anche al piano giuridico. È vero che la violenza economica è inserita tra le forme di violenza riconosciute dalla Convenzione di Istanbul, ma a livello degli Stati non esiste una definizione uniforme che permetta di comparare il fenomeno. Anche all’interno dell’Unione Europea non tutti gli Stati criminalizzano la violenza economica. L’Italia, ad esempio, non ha un reato specifico di violenza economica: esistono diversi articoli del codice civile e penale che possono essere utilizzati per inquadrarla, ma non una fattispecie autonoma”.
Questo rende tutto molto più complicato. “Muoversi nell’interpretazione della legge lascia sempre un certo margine di incertezza e crea problemi anche dal punto di vista della raccolta dei dati – continua Albini, toccando un tema molto spinoso di cui abbiamo già parlato in una newsletter precedente e che vi linko qui se volete approfondire -. In Italia abbiamo già un grande problema nella raccolta dei dati sulla violenza maschile contro le donne; il fatto che non esista una definizione univoca rende ancora più complicato confrontare la situazione con altri Paesi e capire, per esempio, dove il fenomeno è meno diffuso, che cosa viene monitorato e quali politiche funzionano davvero. Se poi vogliamo andare su esempi più concreti, tenendo conto della definizione che riguarda il controllo delle risorse economiche, bisogna dire che la violenza economica è una forma molto sottile di violenza. Non si tratta soltanto di violenza finanziaria in senso stretto, cioè dell’uso delle risorse economiche, ma di uno spettro molto ampio di comportamenti”.
“Se dovessimo individuare tre macroaree principali possiamo parlare di controllo economico, sfruttamento economico e sabotaggio economico. Il controllo economico riguarda, per esempio, il monitoraggio continuo delle spese: fare domande su come vengono spesi i soldi, concedere una somma fissa per le spese e poi arrabbiarsi se quella somma non viene utilizzata nel modo previsto o se si spende più del previsto per qualcosa”.
“Lo sfruttamento economico riguarda invece l’appropriazione di denaro, beni o proprietà. Ci sono molti casi di donne che lavorano ma il cui stipendio viene di fatto sequestrato perché non hanno un conto personale e le risorse finiscono su un conto gestito dall’uomo abusante. Lo sfruttamento economico comprende anche situazioni in cui una donna viene costretta a lavorare senza percepire un salario. Qui si apre anche un discorso più ampio sul lavoro di cura invisibilizzato, che è a tutti gli effetti lavoro economico. Questo succede spesso, per esempio, nelle aziende a conduzione familiare e, considerando che il nostro tessuto economico è basato in gran parte su piccole e medie imprese familiari, è un aspetto che merita particolare attenzione”.
“Infine c’è il sabotaggio economico, che consiste nell’impedire alla donna di costruirsi un’autonomia economica. Può voler dire distruggere o sottrarre strumenti necessari per lavorare o studiare. Donne accolte nei nostri spazi raccontano, per esempio, che il partner rompeva il computer con cui lavoravano o sottraeva le chiavi dell’auto per impedirgli di raggiungere il posto di lavoro”.
Un altro aspetto interessante è quello culturale. Nel nostro Paese, per molti anni — e in parte ancora oggi — si è sempre pensato come qualcosa di positivo al fatto che l’uomo lavorasse e la donna no. In molti contesti questa situazione viene ancora raccontata così: ‘Mio marito lavora e mi permette di stare a casa’. Culturalmente viene spesso percepita come una fortuna. Non è esattamente così.
“Bisogna considerare che l’Italia ha uno dei tassi di occupazione femminile più bassi dell’Unione Europea. Questo ci dice che non esiste un apparato politico che sostenga davvero l’occupazione delle donne. In parte anche perché il lavoro di cura — che è lavoro a tutti gli effetti — rimane invisibilizzato e finisce per sostenere il sistema economico senza essere riconosciuto o retribuito. Molte situazioni di violenza economica partono da forme di quello che viene definito sessismo benevolo. L’idea, per esempio, che l’uomo dica alla donna di non preoccuparsi perché ci penserà lui, che non serve continuare gli studi o lavorare perché provvederà lui. In altri casi è il mercato del lavoro stesso a essere respingente: se guardiamo i tassi di dimissioni dopo la nascita dei figli vediamo che sono sistematicamente più alti tra le donne che tra gli uomini”.
“Questo modello viene ancora visto positivamente perché sembra sollevare la donna da molte responsabilità. Tuttavia l’autonomia economica è uno dei fattori più protettivi rispetto alla violenza, e molti studi lo dimostrano. È importante però evitare una narrazione che finisca per colpevolizzare le donne quando non hanno autonomia economica. Spesso il sistema non le mette nelle condizioni di averla. Quando entrano in percorsi di uscita dalla violenza e cercano di costruirsi un’autonomia economica incontrano ostacoli enormi: chi assume una donna di quarant’anni o cinquant’anni che non ha mai lavorato? Chi le affitta una casa se non ha almeno tre buste paga da mostrare? Questo rende molto difficile l’emancipazione economica e anche i percorsi di uscita dalla violenza. Spesso si dice alle donne di allontanarsi dal partner violento, ma manca tutto un sistema di supporto che permetta davvero di mantenersi e mantenere eventuali figli. Per questo è importante parlare anche di prevenzione. L’educazione economico-finanziaria in Italia è praticamente inesistente. Secondo gli ultimi dati disponibili il 37% delle donne non ha un conto in banca. Questo dimostra che il problema non riguarda soltanto le relazioni individuali, ma è sistemico”.
“Servirebbero interventi strutturali, per esempio l’introduzione di percorsi di educazione economico-finanziaria e di educazione all’affettività nelle scuole di ogni ordine e grado. In molti Paesi del Nord Europa questi percorsi esistono già e includono aspetti molto pratici: la gestione delle bollette, degli affitti, il funzionamento dei conti correnti, il significato del risparmio. Molte donne che subiscono violenza economica hanno firmato documenti o contratti senza sapere cosa stessero firmando, semplicemente perché il partner diceva ‘firma qui’. In alcuni casi le firme sono state perfino falsificate. Ci sono donne che si ritrovano con debiti che in realtà non hanno mai contratto. Per questo è necessario un approccio più ampio: definizioni giuridiche più chiare, una migliore raccolta dei dati, politiche di prevenzione, campagne di sensibilizzazione e strumenti di sostegno economico realmente efficaci per le donne che escono da situazioni di violenza. Oggi esiste, ad esempio, il cosiddetto reddito di libertà, che è uno strumento importante nelle intenzioni ma ancora insufficiente rispetto al numero di donne che ne avrebbero bisogno”.
“Infine è fondamentale rafforzare la rete antiviolenza, non solo attraverso i centri antiviolenza e le case rifugio, ma anche con spazi diffusi sul territorio che lavorino sulla prevenzione, sull’emersione della violenza e sull’empowerment economico delle donne. È importante intervenire prima che la violenza arrivi ai livelli più estremi, perché quando una donna arriva a un centro antiviolenza spesso la situazione è già molto grave. In questo senso tutta la società dovrebbe essere più consapevole: non solo le istituzioni, ma anche le aziende, le banche e i servizi sanitari. Le banche, per esempio, possono avere un ruolo di sentinella molto importante, proprio come i medici e le mediche nei pronto soccorso. L’obiettivo è rendere tutto il tessuto sociale più consapevole del fatto che la violenza può annidarsi anche in comportamenti che apparentemente sembrano benevoli, ma che in realtà non lo sono affatto”.
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