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Ciao,
forse ti aspettavi una puntata di Streghe su Sanremo, ma ho deciso di farmi venire il sangue amaro su altro, ossia il nostro ‘non si può più dire niente’ (ma stai dappertutto!) Leonardo Caffo, ospite inspiegabile di trasmissioni televisive in cui si autoassolve con una protervia che farebbe invidia alle sorelle di Cenerentola.
Su Sanremo non ho niente da dire più di quello che è stato detto da milioni di persone milioni di volte e poi perché, diciamoci la verità, sono sempre le stesse cose. Il teatrino ‘maestra/maestro, direttrice/direttore’ (imparate la grammatica dio santo), la guerriera, la mamma d’oro, Carlo Conti che mi fa venire il dubbio faccia apposta a dire certe cose perché il grado di incomprensione della realtà che lo circonda è davvero difficile da spiegare. E poi, faccio un’ammissione: NON L’HO VISTO. Ve lo dico subito, non è snobismo, semplicemente non ho avuto tempo e dura troppo, mi recupererò i pezzi prima dell’edizione del 2027 (no, non è vero, non lo farò mai).
Passiamo all’oggetto, o meglio al soggetto, di questa nostra newsletter: Leonardo Caffo. Il nostro, che occupa cronache e spazi pubblici ormai da diversi anni nonostante gridi alla censura nei suoi confronti, è stato ospite della trasmissione ‘Le Iene’. Qui ha tenuto un monologo piuttosto sconcertante, lamentandosi del fatto di essere stato licenziato dalla NABA, la Nuova Accademia di Belle Arti, dove insegnava Estetica dei media. Il motivo del licenziamento è la condanna nel processo in cui era imputato per maltrattamenti nei confronti della sua ex compagna, Carola Provenzano.
In primo grado Caffo è stato condannato a quattro anni. Successivamente, a seguito di un concordato che ha firmato, la pena è stata ridotta a due anni con sospensione condizionale. Il provvedimento prevedeva anche l’obbligo di intraprendere un percorso per uomini maltrattanti e il divieto di parlare sui media di questioni riguardanti l’ex compagna e la figlia. E cosa succede? Che lui fa esattamente l’opposto, fregandosene di ogni cosa: davanti a milioni di spettatori si autoassolve, sostenendo di non aver fatto nulla, presentandosi come una vittima, senza che nessuno lo contraddica o gli dica ‘zì, guarda che ti hanno condannato per maltrattamenti e hai accettato un concordato’. Incredibile.
Insomma, viene da chiedersi quanto stia funzionando davvero questo percorso per uomini maltrattanti. Programmi di questo tipo sono fondamentali perché servono a non limitarsi a una logica meramente punitiva, ma a creare le condizioni perché chi ha agito violenza possa prendere coscienza di ciò che ha fatto e maturare consapevolezza, in modo da gettare le basi per cambiare davvero. Il presupposto, però — come ci ricorda D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza — è uno solo: assumersi la responsabilità della violenza agita. Caffo invece fa l’esatto opposto: nega, sostiene di non aver mai agito violenza e utilizza uno spazio mediatico in modo completamente egoriferito per offrire una versione dei fatti assolutoria. Dice che gli è stato negato il diritto al lavoro, ma in realtà è stato solo allontanato dal suo precedente impiego, nulla gli vieta di cercarne un altro. Semplicemente l'Accademia ha valutato inopportuno che avesse un contatto con i suoi studentə. Tra l'altro, se andate a leggere i commenti ai post che parlano della vicenda, ci sono anche testimonianze di studentesse che raccontato di un disagio palpabile da parte di moltə ragazzə nel doversi interfacciare con lui nel periodo del processo.
Nella trasmissione, a quanto pare, a nessuno è sembrato inopportuno tutto questo: cioè che una persona condannata per maltrattamenti utilizzi quel palcoscenico per riscrivere la propria storia e produrre una forma di violenza e di vittimizzazione secondaria nei confronti di chi, in questa vicenda, è realmente la parte lesa. Spoiler: non lui.
Il monologo di Caffo normalizza la violenza e punta a screditare Provenzano, la donna che lo ha denunciato. Non aiuta in alcun modo le donne che si trovano in situazioni simili; anzi, manda un messaggio molto chiaro: non sarai creduta. Perché ci sarà sempre qualcuno disposto a giustificare un maltrattante e a concedergli uno spazio che non merita. E qui siamo addirittura di fronte a una condanna in primo grado e a un concordato firmato in cui i maltrattamenti sono riconosciuti. Se uno spazio assolutorio viene concesso in una situazione del genere, figuriamoci cosa accade quando non si è ancora arrivati nemmeno al primo grado di giudizio o alla denuncia. Poi però si fanno servizi televisivi in cui si dice alle donne che devono lasciare il proprio abusante. Una cosa inutile se, negli stessi spazi mediatici, si continua a dare voce a narrazioni tossiche di questo tipo.
C’è una cosa poi di Leonardo Caffo che mi manda ai matti: il fatto che abbia avuto (e ha ancora) una buona fetta di noti intellettuali a proteggerlo. Prima che si sapesse che in una fiera dedicata alla memoria di Giulia Cecchettin era stato invitato un uomo imputato per maltrattamenti, io devo dire che non conoscevo Caffo. All’epoca, incuriosita da quanto accaduto e desiderosa di saperne di più, mi sono andata a vedere un po’ di cose che diceva e interviste fatte. E leggo questo: “Michela Murgia avrebbe dedicato la fiera del libro a me”, perché “è un errore strumentalizzare un omicidio terribile (Giulia Cecchettin, non usa nemmeno per sbaglio il termine femminicidio, ndr). Le fiere dei libri andrebbero dedicate agli scrittori e agli intellettuali, non a eventi tragici”. A lui insomma. Forse sono strana io, ma è tutto così inopportuno e megalomane, che mi chiedo come non si possa provare imbarazzo di fronte a esternazioni di questo tipo.
Non molto tempo fa Leonardo Caffo è stato intervistato anche da Welcome to Favelas, il portale che sta provando – al momento con non molto successo e con un po’ di confusione – a diventare veicolo di contenuti sullo stile dell’alt right americana. E anche qui, un monologo discolpante, riduzionista e autocelebrativo. “Nel mondo dell’arte woke non c’è nessun uomo intelligente e preparato senza qualche macchiolina”, dice, provando a ridurre a una guasconata i maltrattamenti contro l’ex compagna. “Non sono mica un maiale” spiega, dicendo poi di andare a indagare sui finanziamenti dati ai centri antiviolenza, facendo intendere sulla base del nulla che vi siano movimenti poco leciti. Non solo: Caffo va oltre, parlando di lobby del femminismo, di ‘femminismo stupido’, e mistificando l’educazione sessuo-affettiva, di cui dice ‘non bisogna agevolare il cambiamento di sesso prima della maggiore età’. E poi ho smesso di guardare, perché era troppo.
Insomma, Caffo grida alla censura, ma in realtà sta dappertutto. La sua narrazione trova spazio in prima serata e, almeno all’inizio, prima che venisse fatta notare l’inopportunità di pubblicare soltanto le sue dichiarazioni, nessuno spazio veniva dato alla denunciante, Carola Provenzano. Non appena lei ha iniziato a parlare, lui ha cominciato a tuonare contro una presunta censura: “mi tappano la bocca”, “non si può più dire niente”, “in Italia viene impedito agli intellettuali di parlare”. A ben guardare, si tratta di una strategia piuttosto nota e molto cara alla destra un po’ in tutto il mondo: gridare alla censura anche quando censura non c’è, così da passare per vittima e individuare un nemico, in questo caso il femminismo. Il ritornello “non mi fanno parlare”, “mi tappano la bocca” diventa così un modo per ottenere ulteriore visibilità: andare in prima serata, e gridare contro il ‘politicamente corretto’, come piace tanto dire alla destra. Il protagonista, invece — quello che il potere lo detiene davvero — resta sempre lui, e continua a sfruttare il privilegio che quella posizione gli garantisce per il proprio tornaconto.
Perché questo personaggio sia incensato e protetto anche da figure credibili e autorevoli, io non me lo spiego. Perché gli venga dato un tale spazio pubblico, pure. È inconcepibile che la narrazione sulla violenza di genere passi dalla voce di chi non solo dimostra di non avere la minima consapevolezza di ciò di cui parla, ma è anche accusato di aver esercitato quella stessa violenza. I media hanno una grande responsabilità in questo: ignorarlo, o peggio, scegliere di ignorarlo, è parte del problema.
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