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Ciao,
in questo episodio di Streghe affrontiamo un argomento di cui si sta parlando molto: quello delle chat tra Bryon Noem, marito di Kristi Noem, e alcune sex worker.
Il tema è delicato e spero di farlo bene. Qui non troverai ironia né dettagli pruriginosi, ma un tentativo di analizzare cosa può significare una situazione del genere e come leggerla con maggiore consapevolezza. Partire dal caso particolare per riflettere sulla questione generale, andando oltre l’episodio in sé.
Ciò che è accaduto è di dominio pubblico: un’inchiesta condotta dal Daily Mail ha svelato che Bryon Noem, marito dell’ex segretaria alla Sicurezza interna degli Stati Uniti Kristi Noem, ha intrattenuto rapporti con diverse sex worker, inviando loro migliaia di dollari (si parla di una cifra intorno ai 25mila, ma potrebbero essere molti di più) e fotografandosi a sua volta vestito da donna. Si è parlato di ‘bimbofication’, ossia un fetish che trae piacere dal vedere un’immagine di donna ipersessualizzata, in genere con seni e labbra spropositati, un abbigliamento ai limiti del succinto, e trucco molto forte. Una figura femminile esagerata, quasi caricaturale. Kristi Noem si è detta ‘devastata’ dalla scoperta mentre lui, stando almeno a quanto viene riportato dai media internazionali, non è sembrato particolarmente scosso, limitandosi a dire ‘prima o poi parlo’.
La notizia mi ha colpito non per il fatto in sé, ma per un motivo che penso avrai notato anche tu: Kristi Noem, moglie di Bryon, è una delle figure governative più violente tra quelle vicine a Donald Trump. Licenziata dallo stesso presidente USA e rimossa dall’incarico – si dice per una presunta relazione con un altro membro del Governo, Cory Lewandoski, con sperpero di soldi pubblici – nel corso del suo mandato ha portato avanti politiche violentissime nei confronti soprattutto dei migranti (il suo soprannome è Barbie Ice per farti capire) ma anche delle persone queer. Come molte figure dell’entourage di Donald Trump, non ha mai esitato a vantarsi di comportamenti violenti e abusanti — come quando ha dichiarato di aver sparato alla sua cagnolina di 14 mesi perché disturbava le sue battute di caccia — né a sostenere politiche altrettanto dure e disumanizzanti. Ha sostenuto tutte le misure per reprimere la comunità LGBTQI+, in special modo le persone transgender, portando avanti una retorica tutta improntata sulla famiglia tradizionale.
Ora. Bryon Noem non è Kristi Noem, e non possiamo ovviamente accollare a lui le nefandezze della moglie. Ma lui l’ha sempre supportata, soprattutto nel mostrare agli occhi del popolo americano l'immagine della coppia tradizionale e tradizionalista.
C’è un punto, secondo me, su cui vale la pena soffermarsi: spesso sono proprio le persone più rigide e moraliste a mostrare, nella sfera privata, comportamenti molto distanti da ciò che professano pubblicamente. E, non di rado, quanto più si mostrano dure e violente nei confronti degli altri — arrivando a limitare diritti e libertà — tanto più, nel privato (ammesso che si possa davvero definire tale), mettono in atto condotte che contraddicono apertamente quella stessa visione. Questa totale scissione dell'immagine pubblica di Noem da come poi si comportava dietro un pc, mi ha fatto pensare che fosse il caso di riflettere su questo meccanismo, per capire gli ingranaggi che vi sono dietro.
Ne ho parlato con la psicoterapeuta e sessuologa esperta in violenza di genere Roberta Biondi. “Il meccanismo psicologico, in realtà, è molto più diffuso di quanto si pensi – mi spiega -. Si tratta, sostanzialmente, della scissione tra ciò che siamo nel pubblico e ciò che siamo nel privato. È un concetto diverso dall’ipocrisia: nell’ipocrisia c’è consapevolezza, cioè si sa di fare il contrario di ciò che si predica. In questo caso, invece, in psicologia si parla di dissonanza cognitiva. Le persone riescono a mantenere credenze e comportamenti contraddittori perché li tengono in compartimenti separati, che non comunicano tra loro. L’identità pubblica diventa così una maschera talmente solida da finire per vivere una vita propria, indipendente da ciò che accade nell’interiorità della persona”.
È proprio questa separazione a rendere possibile la coesistenza di comportamenti opposti senza conflitto apparente. “La ricerca psicologica ha mostrato più volte come, quanto più una persona costruisce la propria identità pubblica su valori estremamente rigidi — controllo morale, ordine, purezza — tanto più la dimensione privata tende a diventare il luogo in cui quelle stesse regole vengono trasgredite. Non si tratta, in realtà, di un paradosso. La spiegazione è piuttosto semplice: la repressione nella vita psichica genera una pressione interna, e questa pressione trova sempre uno sfogo. In questo caso, ad esempio, nei comportamenti privati — parlando del marito, non di lei — emerge quella che Carl Jung definiva ‘ombra’: una parte di noi che non vogliamo vedere, che neghiamo e che cerchiamo di combattere all’esterno invece di integrare. Un concetto ripreso anche da Sigmund Freud nella cosiddetta formazione reattiva, per cui si sviluppa un atteggiamento pubblico rigidamente opposto a un impulso interno vissuto come intollerabile. È una risposta all’eccesso: non riuscendo a integrare quella pulsione o quel desiderio, lo si estremizza combattendolo all’esterno”.
“Nel caso specifico, si parla del marito, non di lei. È interessante però osservare la dinamica di coppia: quando uno dei due partner sostiene il peso di un’immagine pubblica fortemente normativa e ipercontrollata, spesso — in modo inconsapevole — il partner diventa il contenitore di quelle parti che quella maschera non può ammettere. Questo meccanismo è definito collusione difensiva: entrambi i partner hanno interesse a mantenere intatta l’immagine pubblica e ciò può generare una forma di cecità reciproca, per cui ciascuno evita di vedere realmente il comportamento dell’altro. In questa prospettiva, anche l’eventuale sorpresa di fronte a determinati comportamenti può essere letta, almeno in parte, come espressione di questa cecità”. Non sappiamo se effettivamente non sapesse nulla, ma almeno pubblicamente Kristi Noem ha dichiarato di essere rimasta sorpresa dalla situazione.
“Uno studio molto citato del Journal of Personality and Social Psychology evidenzia come uomini cresciuti in contesti culturali e familiari rigidamente normativi sul piano sessuale tendano a manifestare maggiore intolleranza proprio verso quei comportamenti che percepiscono come pericolosamente attraenti – continua Biondi -. In assenza di un processo di integrazione della propria sessualità e di accettazione delle sue sfumature, queste persone tendono a mantenere atteggiamenti estremamente rigidi che, nel tempo, difficilmente reggono. Come accennato, infatti, le pulsioni trovano comunque una via di espressione. In questo senso, il contesto politico e culturale gioca un ruolo rilevante. Ambienti particolarmente conservatori o repressivi contribuiscono a creare e rafforzare una distanza tra immagine pubblica e vita privata, favorendo dinamiche di scissione. Questo avviene perché tali contesti promuovono modelli identitari rigidi, che richiedono una costante conformità. Quando una persona interiorizza l’idea di dover aderire a un ruolo prestabilito, finisce per reprimere vulnerabilità, desideri e pulsioni che non trovano spazio all’interno di quel modello. Questi aspetti, tuttavia, non scompaiono: tendono piuttosto a riemergere altrove, spesso in modo incontrollato”.
Questo modo incontrollato, è ben visibile nel fatto che Noem ha speso migliaia di dollari per queste chat. “Anche i comportamenti osservati nel caso specifico sembrano andare in questa direzione. L’entità delle spese, infatti, non suggerisce episodi sporadici o occasionali, ma piuttosto un bisogno continuativo di dare espressione a una parte di sé non integrata. Quando una pulsione resta a lungo repressa, può trasformarsi in un comportamento disfunzionale e ripetitivo, necessario a mantenere un equilibrio interno, ma al tempo stesso sempre più difficile da controllare. Si tratta, a tutti gli effetti, di un problema identitario. Quando, nella propria costruzione dell’identità, non si riesce ad ammettere l’esistenza di aspetti di sé — legati al desiderio o alle fantasie — che entrano in conflitto con lo stereotipo interiorizzato per cultura, famiglia o religione, si crea una frattura interna. In assenza di integrazione, il riconoscimento di queste parti viene vissuto come una minaccia all’identità che si desidera rappresentare. Accettarle significherebbe, infatti, mettere in discussione l’immagine di sé costruita nel tempo. Per questo motivo si tende a difendere rigidamente quell’immagine, portandola avanti fino all’estremo: ‘io sono così e tutto il resto mi è estraneo’. È proprio qui che emerge la natura del problema, che è appunto identitaria e legata alla mancata integrazione delle diverse componenti del sé. Al contrario, quando una persona riesce a integrare questi aspetti e non sente il bisogno di aderire a uno stereotipo rigido, può vivere in modo più equilibrato e consapevole sia la propria sessualità sia i propri valori”.
Per ampliare il discorso in tutti i suoi aspetti, è utile chiarire cosa si intende per ‘bimbofication’ e in quale ambito si colloca, dato che da giorni se ne parla a sproposito e in modo caricaturale.
“La bimbofication è un fetish da travestimento, come ce ne sono molti. In questo caso specifico, va bene sottolinearlo, non si parla di parafilia, come a volte si sente a sproposito. In ambito clinico, infatti, si definiscono parafilici quei comportamenti sessuali che comportano danno per sé o per altri, oppure sofferenza significativa. Al di fuori di queste condizioni, i comportamenti sessuali rientrano nel normale spettro dei desideri, purché siano consenzienti. Nello specifico, si tratta di una forma di feticismo da travestimento caratterizzata dalla rappresentazione di un’iperfemminilità accentuata, quasi caricaturale — per intenderci, un’immagine simile a quella di Jessica Rabbit. Le caratteristiche femminili vengono estremizzate, enfatizzate fino a costruire una figura ipersessualizzata e semplificata”.
“In questo tipo di rappresentazione si possono rintracciare anche elementi culturali, in particolare legati a una visione misogina che riduce il femminile a oggetto sessuale e a funzione di soddisfazione. È importante considerare che questo tipo di immaginario si inserisce in un contesto culturale più ampio: se non esistesse una rappresentazione del femminile costruita in termini così oggettivanti e stereotipati, probabilmente non emergerebbe neppure la necessità di riprodurla in questi termini”.
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Natascia Grbic