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Ci sono tante cose che ho provato mentre cercavo all'interno degli Epstein files. Rabbia, tanta. Ma anche paura, mentre mi rendevo conto che quella rabbia veniva in qualche modo ridimensionata dalla totale mancanza di stupore. Perché alla fine ce lo aspettiamo, che gli uomini più potenti del mondo possano fare tutto quello che hanno fatto in sostanziale impunità. Perché ce lo aspettiamo che la ricchezza e il potere, quando appartengono a uomini bianchi, consentano loro di fare di tutto, senza conseguenze.
Ci sarà tempo per parlare a fondo delle storie che emergono in questi milioni di documenti. Credo che dovremmo farlo tenendo a mente un obiettivo preciso: restituire dignità al racconto delle vittime, in modo che possano in qualche modo provare a riappropriarsi della loro vita, oltre l'enorme trauma subito. Ci sono donne, che all'epoca erano solo delle bambine (nonostante gran parte della stampa statunitense continui a definirle "underage women", erano solo delle bambine) che denunciano da decenni la rete di abusi e violenze. Eppure per decenni non sono state credute. Per decenni nessuno ha prestato attenzione alle loro storie terrificanti. Ci sono volute le mail di un uomo morto perché il mondo intero si mettesse ad ascoltare le loro storie.
Il caso più emblematico è forse quello di Virginia Giuffré, morta suicida lo scorso aprile dopo aver pubblicato un libro in cui racconta tutta la sua storia. Per filo e per segno.
Ci sarebbero moltissime cose da dire. E una dopo l'altra le diremo.
Oggi però vorrei concentrarmi su un'altra cosa che mi è saltata all'occhio cercando tra questi documenti. Una cosa che all'apparenza potrebbe sembrare marginale, e forse lo è nel contesto complessivo dei files, ma che riguarda tutte le nostre vite. Da vicino.
L'universo delle Big Tech negli Epstein Files
Abbiamo notato tutte e tutti come tra quelle mail e quegli scambi venissero citati centinaia, se non migliaia, di volte tutti i grandi nomi della Silicon Valley. Alcuni erano oggetto delle conversazioni più che altro, come Mark Zuckerberg (Meta) e Jeff Bezos (Amazon), altri erano veri e propri interlocutori. Abbiamo visto le foto con Bill Gates (Microsoft), tutti i riferimenti a Elon Musk (X) e Peter Thiel (Palantir). Insomma, è abbastanza chiaro che ci fosse un tentativo, da parte di Jeffrey Epstein, di accreditarsi presso quel mondo. Il mondo delle Big Tech.
Dall'altro lato, in quei files, emerge anche un altro tentativo: quello di infiltrarsi e influenzare le istituzioni europee, usando l'ascesa dell'estrema destra come cavallo di Troia, per ottenere la capacità di bloccare o spingere alcuni regolamenti, piuttosto che altri.
Ci sono migliaia di mail tra Jeffrey Epstein e Steve Bannon in cui i due parlano di come perfezionare la presa su determinati soggetti politici, in modo da arrivare al cuore delle istituzioni di Bruxelles (ma non solo) e controllare la direzione in cui il vento soffia in Europa. È in questo contesto che emerge anche il nome di Matteo Salvini – ne ho parlato in una recente puntata del nostro daily podcast, che se volete potete ascoltare qui – citato diverse volte da Bannon, come il cavallo su cui puntare, insieme a Marine Le Pen e Viktor Orban.
Il punto non è tanto se le cose siano andate come Epstein profilava, se i suoi interlocutori fossero consapevoli delle faccende del finanziere. Il punto è la connessione tra i due mondi, quello del potere politico e delle grandi piattaforme digitali, e come si possa analizzare attraverso la lente del genere.
Tutto questo va contestualizzato anche negli anni che stiamo vivendo. Da gennaio 2025, da quando Donald Trump è tornato al potere alla Casa Bianca, i magnati della Silicon Valley, uno a uno, si sono prostrati ai piedi del presidente/imperatore. Hanno mostrato pubblicamente il loro sostegno, si sono mostrati presenti alla sua corte. Dalla sua parte. E questo non è un caso: loro mettono a disposizione i loro potentissimi mezzi per il disegno politico trumpiano (e lo stiamo già vedendo, la moderazione e il controllo dei contenuti è sempre minore, il tutto in nome di una "libertà di espressione" che sarebbe più corretto definire "libertà di violenza"), ma in cambio vogliono ottenere qualcosa.
Vogliono che Trump li protegga dai tentativi dell'Unione europea di mettere delle regole. Di rendere queste piattaforme accountable per quello succede al loro interno. Oltre che far pagare le tasse nei luoghi dove fanno enormi profitti.
La violenza di genere nelle piattaforme
Gli algoritmi che regolano le piattaforme non sono neutrali. Non sono dei linguaggi passivi, ma hanno un ruolo centrale nella diffusione della violenza digitale ai danni delle donne. Lo scrive bene Silvia Semenzin, sociologa e ricercatrice nel suo libro "Internet non è un posto per femmine": il funzionamento delle piattaforme è basato su un modello economico che monetizza la polarizzazione e l'engagement. E questo è strettamente collegato alla violenza di genere digitale: "La misoginia vende perché produce dati e interazioni, alimenta algoritmi e, di conseguenza, genera un profitto diretto per i grandi proprietari delle Big Tech", scrive Semenzin.
In uno spazio digitale dove fenomeni come la manosfera sono diventati mainstream, e non più nicchie, dove proliferano incel e altri gruppi radicalizzati, la violenza di genere è destinata a trovare terreno fertile. C'è un legame diretto tra una certa ideologia, oppressiva e violenta nei confronti delle donne, e i modelli di funzionamento delle piattaforme.
Ho chiesto direttamente a Silvia Semenzin di scambiare qualche parola in più a riguardo. Ecco cosa mi ha detto:
È importante tracciare la connessione tra le Big Tech e il potere di estrema destra. Che sono convinta sia più che altro uno strumento per i magnati della Silicon Valley: negli ultimi dieci anni hanno provato a indebolire le istituzioni per fare in modo che i propri business non venissero regolati. Con il caso Epstein emerge una cosa importante, che potevamo già dedurre dalla monetizzazione della violenza online, dal fatto che non solo le piattaforme non siano interessate a regolare la violenza, ma la abbraccino come parte di un fantomatico free speech, visto che genera moltissimo profitto. Una cosa che a me turba particolarmente di questo caso è proprio vedere come negli Epstein files ci siano tutti i magnati della Silicon Valley e alla fine ritroviamo come legame omo-sociale tra uomini etero la violenza sessuale, come succede anche nei casi digitali che sono emersi tante volte, come i gruppi Telegram.
Come funziona il potere maschile
La violenza digitale non va distinta dalla violenza fisica e dalle altre forme di violenza che avvengono nel mondo disconnesso. Alla base ci sono sempre gli stessi meccanismi, le stesse dinamiche di potere e sopraffazione.
Ci sono uomini di potere che si sentono al di sopra di ogni regola perché sono ricchissimi: cosa c'è di meglio che poter disporre del corpo femminile come meglio si desidera, addirittura passandoselo e utilizzandolo come oggetto per creare connessioni di affari? Alla fine è questo quello che succedeva: questi uomini si incontravano per parlare di business e di affari e poi utilizzavano le ragazze come oggetto per il proprio legame maschile, omo-sociale.
Insomma la maschilità egemonica – che da settimane vediamo nella sua rappresentazione estrema e criminosa all'interno degli Epstein files – è tanto diffusa nello spazio fisico che in quello digitale. Il nostro intero universo ne è pervaso.
Questo è molto inquietante però è anche lo spaccato di realtà su quella che è la maschilità egemonica oggi. Il fatto che il potere maschile oggi sia incarnato da questi uomini che hanno questa prospettiva del mondo non può sorpenderci se poi risulta in picchi enormi di violenza anche nel digitale, ma che non separata da quella fisica.
Comprendere a fondo quanto alcune dinamiche influenzino le nostre identità sociali e digitale è fondamentale per cambiarle, per costruire un mondo meno discriminante e oppressivo. Un mondo dove la violenza sotto gli occhi di tutti non sia più tollerata. Non come è avvenuto finora.
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Articolo a cura di Annalisa Girardi