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Ciao,
oggi è il 19 marzo, la Festa del papà. Celebriamo una figura che, tuttora, viene spesso marginalizzata e poco considerata. Lo dimostra il fatto che il congedo di paternità obbligatorio e retribuito continua a non essere una priorità.
Per secoli i figli sono stati considerati “affari delle madri”. Non solo nella quotidianità, ma anche nell’immaginario collettivo: alle donne è stato attribuito il desiderio di maternità, la responsabilità della cura, il sacrificio del lavoro, del tempo e spesso anche delle ambizioni personali. Ai padri, invece, è stato assegnato un altro ruolo: quello del sostentamento economico, della presenza simbolica e dell’autorità. Una figura che detta regole e prende decisioni, ma che raramente è chiamata a costruire una relazione quotidiana ed emotiva con i figli. Una gabbia culturale e sociale, che ha segnato profondamente la crescita di intere generazioni di bambine e bambini, ma anche quella degli uomini, spesso costretti dentro ruoli rigidi, lontani dai propri desideri e dalle proprie possibilità di espressione. Un costrutto sociale che ha impoverito le relazioni familiari e che, ancora oggi, continua a produrre i suoi effetti.
“No ma lui è bravo, mi aiuta con i bambini”.
“Ho dovuto prendere il giorno al lavoro che mia figlia sta male”, “Ma perché il padre?”, “Eh no vabbè, lui non può assentarsi”.
“Ho lavorato tutto il giorno, sono tornata a casa, ho fatto la cena, ho giocato con i bambini, lui è tornato e si è buttato sul divano dicendo di essere stanco”.
“Lunedì sera ha riunione, martedì sera calcetto, mercoledì gli amici, giovedì la palestra, venerdì torna tardi dal lavoro, il fine settimana vuole riposare”.
Potrei andare avanti per ore con queste frasi che più di una volta ho sentito da amiche e conoscenti, con una quotidianità descritta come se i mariti/compagni/partner fossero una comparsa nella vita loro e dei bambini. Cosa che a loro ovviamente non sta bene, ma capita che la maggior parte delle volte nemmeno loro vedano il problema. Sia chiaro, non è una colpa: sono i ruoli che ci hanno disegnato addosso da secoli, e non sono semplici da scardinare. Soprattutto quando viviamo in una società che non è fatta per mettere in discussione il suo ordine costituito.
Parliamo del congedo di paternità obbligatorio, quella presa per il culo di dieci giorni. In Italia un uomo su tre non lo usa nemmeno, spesso su pressione delle aziende. Non c’è nessuna cura e nessun interesse per la donna che ha appena partorito. Molte – e so che tu che stai leggendo probabilmente hai passato una cosa simile – hanno un post parto estremamente complicato. Dieci giorni non bastano nemmeno per riuscire a sedersi sulla tazza del water da sole, figuriamoci stare dietro a un neonato che ha bisogno di assistenza e cure continue. Per non parlare se si soffre di depressione post parto, questa grande cosa ignorata da chiunque, il grosso tabù su cui si fa finta di niente, con purtroppo a volte tragiche conseguenze di cui tutti incredibilmente si stupiscono.
C’è poi il congedo facoltativo, che viene usato per la gran parte dalle donne. Questo crea aspettative falsate su chi debba ricadere la gran parte del lavoro di cura. E non è nemmeno un caso che, infatti, siano poi le donne a lasciare il lavoro con la nascita dei figli. Non ci sono asili nido, non ci sono servizi, il lavoro agile spesso viene ostacolato. Alle donne, una volta partorito, non viene più permesso di fare carriera: sono ostracizzate e non vengono viste di buon occhio, perché sono sempre loro che si assentano dal lavoro. Per non parlare di tutte quelle a cui non viene rinnovato il contratto e che si trovano a casa nel panico con una nuova vita in arrivo e uno stipendio in meno. E gli uomini che vorrebbero stare a casa con i figli vengono visti come mostri a tre teste, creature mitologiche da romanzo fantasy. C'è addirittura chi li prende in giro, schernendoli. Tanto che ancora oggi è accettabile chiamare ‘mammo' un uomo che sta facendo solo quello che è: il padre.
A questo governo, poi, non interessa nulla delle madri, dei padri, della famiglia. È pura retorica, buona per acchiappare voti dai reazionari. Tra l’altro, lasciatemelo dire: cinque mesi di congedo dal lavoro non sono niente nemmeno per le donne. E infatti in molte non tornano al lavoro né tre mesi dopo il parto né dopo cinque. Preferiscono licenziarsi, perché se tanto devi pagare 800 euro un nido privato o mille e passa euro un'altra persona, tanto vale che ci stai te. Questo porta a una disuguaglianza strutturale enorme tra uomini e donne, difficile da colmare senza politiche sociali degne di questo nome: politiche che, però, questo Governo non sembra affatto intenzionato a portare avanti.
Lo dimostra anche la bocciatura del congedo parentale obbligatorio anche per gli uomini, senza considerare che, tra l’altro, moltissimi ne vorrebbero usufruire. E così si resta fermi, in una stagnazione che finisce per mantenere le differenze di genere all’interno della famiglia, continuando a riprodurre quei ruoli predefiniti che sempre meno persone, ormai, vogliono accettare.
Le cose stanno cambiando, è vero. Sempre più padri rivendicano il diritto, e il desiderio, di essere presenti nella vita dei figli in modo pieno. Si parla sempre meno solo di maternità e sempre più di genitorialità. I padri vogliono essere e sono presenti, ma gli vengono messi i bastoni tra le ruote. In questo clima, c’è poco da festeggiare. Mangiamo pure i bignè di San Giuseppe stasera, ma c’è da lottare.
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Natascia Grbic