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Ciao,
devo dire che questa settimana ero un po’ indecisa riguardo all’argomento da trattare su Streghe, per fortuna che abbiamo Giuseppe Valditara a toglierci il dubbio.
Spero che il tuo sabato mattina sia iniziato meglio del mio, che oltre a svegliarmi alle 6 la prima cosa che ho ascoltato è stato il discorso del ministro dell’Istruzione e del merito all’evento ‘Mia o di nessun altro’ al Teatro di Tor Bella Monaca. L’iniziativa riguardava la presentazione del libro di ‘Mia o di nessun altro. La storia di Filomena Di Gennaro’, scritto dal giornalista Mirko Giudici, con prefazione della stessa Di Gennaro. Entrambi erano presenti all’iniziativa, che si è svolta lo scorso 24 marzo.
Faccio una premessa: questo articolo non riguarda l’iniziativa o il libro, che non ho ancora letto e sul quale quindi – ovviamente – non mi posso esprimere. E non riguarda assolutamente la testimonianza di Filomena Di Gennaro, che merita di essere letta e ascoltata. Riguarda solo le parole del ministro che, nonostante fossero di elogio e di stima per le donne, presentano più di qualche problema.
Ve le incollo qui, così potete farvi un’idea anche voi:
“E grazie, grazie veramente per la tua testimonianza. Grazie per la tua testimonianza, perché è una testimonianza preziosa. È una testimonianza di chi ha sofferto e ha qualcosa da dare per arricchire. E questo è molto bello. È molto bello, grazie veramente. Grazie, grazie ancora. Grazie, grazie per le tue parole, le tue parole scritte, le tue parole che ci hanno commosso tutti. Ecco, questa è la testimonianza di una donna straordinaria, di una donna vincente, la testimonianza di una donna che ha sofferto e ce l’ha fatta, e ce l’ha fatta superare. Ed è questa forse la testimonianza più bella, perché ora mi rivolgo a voi donne. Voi valete tanto, voi siete straordinarie, voi siete meravigliose. Abbiate sempre il coraggio di denunciare, abbiate sempre il coraggio di farvi valere, abbiate sempre il coraggio di lottare per la vostra vita e il vostro futuro. Perché la vostra vita, il vostro futuro, il vostro successo è anche il nostro successo. Ricordiamoci l’insegnamento dell’origine della civiltà, la civiltà del Mediterraneo. La dea madre era una donna, la dea della fertilità, la dea della vita, la donna come momento che genera la vita, l’origine del mondo. Voi siete l’origine del mondo, voi siete l’altra metà del cielo, siate sempre orgogliose di tutto questo. Siate sempre orgogliose di quello che valete, siate sempre orgogliose di quello che la vostra società senza di voi non potrebbe avere. Grazie. Grazie veramente. Grazie. Grazie alle vostre madri”.
Allora. Io non so bene da cosa partire, se da ‘il vostro successo è anche il nostro successo’, la civiltà del Mediterraneo, la dea madre, l’altra metà del cielo, ‘grazie alle vostre madri’. Ritengo però incredibile che una figura istituzionale, chiamata a intervenire su un tema così complesso e delicato, dica una serie di cose di questo tipo. Non solo per la loro banalità estrema (l’altra metà del cielo, sic) ma perché molto discutibili. Queste frasi, che a prima vista possono apparire innocue e persino come un attestato di amore e di stima nei confronti del genere femminile, contribuiscono in realtà a rafforzare gli stereotipi di genere. Allo stesso tempo, veicolano un’immagine della donna che deve essere necessariamente ‘vincente', forte e resiliente (e indipendente direbbe la nostra cara Marcella Bella), quasi che il suo valore dipenda dalla capacità di superare ogni difficoltà.
Questa rappresentazione è problematica perché impone un modello unico e normativo: la donna è legittimata e riconosciuta solo se dimostra di farcela, di reagire, di non cedere.
La pedagogista Alessia Dulbecco, che ho intervistato per questa puntata di Streghe, parla di ‘sessismo benevolo’. “Il video rappresenta una sintesi efficace di ciò che definiamo sessismo benevolo – mi spiega -. Quest’ultimo consiste in quell’insieme di contenuti, frasi e affermazioni che, apparentemente, promuovono una visione positiva del genere femminile, ma che in realtà rafforzano stereotipi e diseguaglianze. Se il sessismo più esplicito — ovvero l’idea che le donne siano inferiori — è una forma che ancora persiste ma difficilmente troverebbe oggi spazio in un discorso pubblico istituzionale, tanto meno nelle parole di un ministro (difficilmente, infatti, sentiremmo affermazioni come ‘le donne fanno schifo' o ‘sono meno capaci dal punto di vista dell’intelligenza'), al contrario esistono espressioni che si presentano in forma positiva e socialmente accettabile. Frasi come ‘voi donne siete incredibili', ‘siete la forza che muove l’universo', ‘siete coraggiose', ‘siete l’origine della vita' appaiono infatti come riconoscimenti e valorizzazioni (anche perché contemporaneamente promuovono una visione del maschile descritto come protettivo e cavalleresco), ma contribuiscono comunque a rinforzare ruoli di genere stereotipati, giustificando di fatto le discriminazioni".
"Questo rappresenta un problema, perché non tutte le donne si riconoscono in questa rappresentazione e non tutte si sentono aderenti a quelli che vengono continuamente proposti come caratteristiche del femminile. Il richiamo costante a elementi come il ‘dare la vita', l’essere ‘l’altra metà del cielo' o il dover necessariamente dimostrare coraggio e forza rischia di trasformarsi in un modello normativo, entro cui le donne sono implicitamente chiamate a rientrare, escludendo così la pluralità delle esperienze e delle identità”.
Il sessismo benevolo è complicato da riconoscere. Spesso si nasconde dietro frasi fatte, con nessuna evidenza scientifica e anche un po’ cretine, che però non suonano come offese o come denigrazioni.
“Di forme di sessismo ne possiamo rintracciare molte nella storia – continua Dulbecco -. Il sessismo benevolo, invece, dobbiamo in qualche modo imparare a riconoscerlo, perché spesso sfugge: talvolta appare come un complimento, a volte come opinioni ‘vecchio stampo' sulle relazioni tra i generi, altre volte come qualcosa di positivo, e proprio per questo non ci rendiamo conto che contribuisce a sostenere quella cultura che è alla base della violenza di genere. Il sessismo benevolo ci illude di poter risolvere o contrastare il problema della violenza di genere semplicemente rafforzando una visione positiva delle donne (viste come importanti perché danno la vita, perché sanno essere coraggiose ecc), senza minimamente metterne in discussione le cause profonde che la sostengono. Parlare del genere femminile in questi termini non favorisce una reale presa di coscienza delle strutture che sorreggono il fenomeno della violenza di genere; al contrario, contribuisce a proporre una sorta di ‘cura' o di ‘terapia' che risulta in realtà edulcorata. Si tratta di una risposta apparentemente rassicurante ma inefficace, se vogliamo davvero fare qualcosa per rimuovere le cause sociali che sono alla base delle discriminazioni sistematiche subite dalle donne".
"Nessuno direbbe: ‘Ma Valditara ha detto delle cose offensive', perché, in effetti, non si tratta di affermazioni percepite come negative. Tuttavia, proprio per questo motivo, è importante chiedersi perché non lo siano. Il punto è quello che dicevo prima: si tratta di "‘frasi fatte' che non fanno altro che rinforzare gli stessi stereotipi basati sulla gerarchizzazione e sulla complementarietà dei ruoli di genere. Sono frasi che sentiamo così spesso che, probabilmente, nessuno ha fatto davvero caso al loro significato, soprattutto se pronunciate in un contesto istituzionale di quel tipo. Il problema, però, è proprio questo: queste affermazioni continuano a rafforzare quegli stessi stereotipi che una prospettiva realmente strutturata e femminista — capace di interrogare le radici profonde che alimentano la violenza di genere — dovrebbe invece mettere in discussione. Al contrario, la visione espressa in quel discorso tende a rafforzarli. L’intervento era infatti focalizzato sull’empowerment delle donne, sul rafforzamento delle loro qualità positive: il coraggio, la dedizione, il fatto di essere coloro che danno la vita. Tutto ciò viene presentato come qualcosa che dovrebbe riflettersi positivamente anche sull’altro genere. Non a caso si insiste su espressioni come ‘i vostri successi sono i nostri successi‘".
"Eppure, anche questa è una formula discutibile: cosa significa, esattamente, che ‘i vostri successi sono i nostri successi'? Implica una sorta di appropriazione simbolica che richiama dinamiche paternalistiche. Questa sovrapposizione tra ‘tuo' e ‘mio' risulta problematica, ma, ancora una volta, il nodo è che queste frasi non vengono percepite come negative. Per lungo tempo, espressioni di questo tipo sono state utilizzate da una parte del femminismo, penso per esempio a quello liberale, che ha promosso una rappresentazione positiva del femminile restando però entro i limiti di ciò che socialmente era ed è ritenuto ammissibile per le donne. Venivano esaltate qualità come forza, competenza, autonomia e resilienza, purché inscrivibili in una figura femminile ancora leggibile e accettabile: la donna efficiente, la madre instancabile, la professionista capace, quella che eccelle senza mettere davvero in crisi l’ordine dei ruoli. Oggi, invece, gran parte del pensiero femminista riconosce il carattere problematico di queste affermazioni. Eppure, a quanto pare, continuano a essere considerate valide all’interno di una certa visione istituzionale e politica, e questo rappresenta un elemento critico".
"Possiamo immaginare il tema della violenza di genere come collocato lungo un continuum. Se ci chiediamo come affrontare queste problematiche, possiamo individuare, da un lato, una posizione come quella espressa da Valditara: un approccio che utilizza testimonianze — la cui importanza non è in discussione, perché ogni esperienza merita ascolto, rispetto e attenzione — inserendole in un contesto che finisce per rinforzare gli stereotipi. Si costruisce così un discorso in cui ‘siamo tutte bravissime, tutte bellissime', in cui si ribadisce che gli uomini, in fondo, ci vogliono bene. Dall’altro lato del continuum, invece, possiamo collocare esperienze come quella di Gino Cecchettin, che utilizza la storia drammatica della figlia — che non può più raccontarla in prima persona — per decostruire il sistema che ha reso possibile quella violenza. In questo caso, la testimonianza non serve a rassicurare, ma a mettere in luce le responsabilità strutturali".
"Abbiamo quindi, da una parte, narrazioni che rinforzano stereotipi e, dall’altra, racconti, fondazioni e percorsi che cercano di evidenziare i problemi sistemici. La storia personale viene utilizzata in entrambi i casi come valore di testimonianza, in questo secondo caso è utile per comprendere che cosa abbia prodotto quella violenza. La differenza pertanto sta nel modo in cui vogliamo posizionarci lungo questo continuum: da un lato, una prospettiva che racconta ma non modifica nulla sul piano culturale e sociale; dall’altro, il tentativo di intervenire sulle strutture profonde. Il problema non è soltanto il singolo individuo — il ‘narcisista', per usare una categoria ricorrente — perché, pur riconoscendo le responsabilità individuali, è necessario inserirle in un sistema più ampio".
"È lo stesso approccio adottato da Cecchettin quando parla di Filippo Turetta: le responsabilità individuali sono evidenti, ma esiste anche un contesto che rende possibili certe dinamiche. Se ci limitiamo a guardare alle colpe individuali, continueremo a produrre gli stessi esiti: una società che si divide, che individua colpevoli, che prova a reprimerli, senza però riuscire a risolvere il problema alla radice. Al contrario, uno sguardo sistemico consente almeno di osservare il fenomeno nella sua complessità. Quanto poi si riesca a intervenire dipende da molti fattori — culturali, sociali, istituzionali — ma è fondamentale evitare la semplificazione secondo cui “va tutto bene” o la responsabilità è di pochi individui isolati, etichettati come ‘mostri' o ‘narcisisti'. Perché è proprio questa riduzione che rappresenta, a sua volta, un problema rilevante".
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Ci sentiamo alla prossima puntata. Ti ricordo che Streghe non ha un appuntamento fisso: esce quando serve. E dove serve, noi ci siamo.
Ciao!
Natascia Grbic