Le mostre d’arte immersive sono solo spettacolo: la docente Fontana spiega perché ci allontano dall’autenticità

Negli ultimi anni vediamo gli annunci ovunque, Milano, Roma, Torino, Bologna: le mostre immersive sembrano essere l'ultima frontiera dell'arte. Ma è davvero così? Spesso rivisitano le opere di artisti famosi del passato, come Monet, Van Gogh o Klimt, e con i giochi di luce e i contrasti le immagini possono essere davvero surreali e bellissime. Tuttavia, secondo molti si tratterebbe di una forma di spettacolarizzazione dell'arte, che sta subendo sempre di più il peso di una società che la vuole a passo con i tempi ma comunque autentica. Pensate per avvicinare un pubblico più ampio alle opere, queste mostre sembrano invece fare l'opposto, creando solo delle foto "instagrammabili" per i profili dei visitatori. Ne abbiamo parlato con Margherita Fontana, professoressa di arte presso l'Università Statale di Milano, che ci ha aiutato a capire le nuove forme e sfaccettature di un'arte che attrae sempre di più il grande pubblico.

Negli ultimi anni le mostre immersive dedicate a grandi artisti stanno proliferando in molte città. Possono essere considerate una forma d’arte o sono soprattutto intrattenimento?
Credo innanzitutto che sia opportuno fare una distinzione tra due tipologie di mostre immersive. Da un lato abbiamo mostre dedicate ad artisti le cui opere sono intrinsecamente immersive, e sono dunque installazioni che coinvolgono lo spettatore in modo multisensoriale e avvolgente. Penso, a titolo di esempio, alla retrospettiva dedicata a Yayoi Kusama a Bergamo nel 2023 e che riproponeva una delle sue celeberrime, e molto "instagrammabili", Mirror Rooms. O ancora alla mostra Ambienti 1956-2010, tenutasi al MAXXI di Roma nel 2024 e dedicata alla ricostruzione di installazioni ambientali di artiste donne. In entrambi i casi, l’immersività è radicata nelle opere in quanto tali e dunque riproposta in forme fedeli all’originale. Diverso è invece il caso delle mostre che ambiscono a rendere immersive opere che di base non lo sono: penso alle varie mostre "Experience" dedicate a Van Gogh, Banksy, o Monet. In questo secondo caso penso che si tratti piuttosto di un tentativo di spettacolarizzare opere d’arte condannate nell’attuale economia dell’attenzione a una fruizione sempre più distratta.
Le mostre immersive spesso sostituiscono l’opera originale con proiezioni, animazioni e musica. In che modo questa trasformazione modifica il rapporto tra spettatore e opera d’arte?
Siamo in presenza di quella che tecnicamente potremmo definire una forma di "rimediazione" ovvero una traduzione di un contenuto tipico di un medium, che potrebbe essere la pittura, in media diversi, spesso caratterizzati da una componente digitale. Le riproduzioni su maxischermi, insieme a tutti gli elementi multimediali chiamati in causa da queste mostre, ambiscono a coinvolgere lo spettatore, mobilitandone la corporeità: una sorta di bombardamento sensoriale che certamente non può lasciare indifferenti.
Molti critici sostengono che questo tipo di esperienza rischi di semplificare o spettacolarizzare il lavoro di artisti complessi come Vincent van Gogh o Claude Monet. È una critica fondata?
Penso francamente di sì. Questo tipo di mostre, infatti, ambisce a tradurre l’incontro con l’opera di un artista in un surrogato spettacolare che di certo colpisce, ma senz’altro difficilmente riproduce l’incontro con quello stesso oggetto artistico. Anzi è proprio nella necessità di sfuggire dal "banale" confrontarsi con l’opera d’arte nella sua semplicità di oggetto, che trovo si annidi la tesi più problematica sostenuta da questo tipo di operazioni.

Possono davvero funzionare come porta d’ingresso alla storia dell’arte?
Nutro personalmente dubbi riguardo a questa possibilità. Questo perché credo che sarebbe opportuno pensare ai musei stessi come luoghi di mediazione e dunque anche di introduzione del pubblico meno preparato alla storia dell’arte. Questo tipo di mostre al contrario abituano a una fruizione che difficilmente può essere riprodotta in un contesto museale classico, anzi promuovono l’abitudine poco “salutare” ad abituarsi ad essere sempre sollecitati da ciò che abbiamo intorno e mai a esercitare attivamente uno sguardo di attenzione nei confronti di oggetti che hanno bisogno di questa cura.
Il pubblico più attratto da queste esperienze è spesso giovane. Quali elementi spiegano questo successo tra le nuove generazioni?
Credo che la risposta vada nuovamente ricondotta all’economia dell’attenzione, e in particolare all’abitudine ad avere risposte immediate a stimoli molto brevi. Questo tipo di fruizione, che è senz’altro riprodotta nell’ambito dei social media, non è forse adatta a scoprire la ricchezza che può celarsi nella fruizione di opere d’arte, che spesso si sottraggono, resistono allo sguardo che vorremmo gettare su di loro. Detto questo, sarebbe forse anche interessante provare a offrire all’interesse dei più giovani l’arte contemporanea che spesso rifiuta forme di contemplazione attenta e “passiva”, e promuovendo invece un coinvolgimento attivo e spesso anche potenziato dall’utilizzo di elementi tecnologici.
Un’esperienza immersiva può contribuire alla comprensione di un’opera o rischia di sostituire la conoscenza con un’emozione momentanea?
Credo che le mostre immersive possano fungere da catalizzatore dell’interesse, facendo scaturire quella scintilla che può preparare il terreno all’incontro con l’opera d’arte. A questo proposito penso anche alle tante esperienze in realtà virtuale dedicate ad artisti del presente e del passato che provano esattamente a fare questo, cioè a restituire attraverso il linguaggio della VR il processo creativo degli artisti, portandoci dritti nei loro atelier e consentendoci di fare esperienza del momento stesso della creazione dell’opera. In questo modo l’immersività diventa uno strumento per conoscere elementi del fare dell’artista che non sono più accessibili.

Alcuni musei tradizionali stanno iniziando a integrare tecnologie immersive nelle loro esposizioni. Crede che questa sia una trasformazione inevitabile del modo in cui presenteremo l’arte in futuro?
Assolutamente sì. Trovo però che ci sia una differenza sostanziale tra integrare elementi immersivi, digitali o interattivi all’nterno del display museale e realizzare mostre immersive che traducono interamente l’opera di un artista in forme spettacolarizzate e di puro intrattenimento. Nel primo caso, quando le tecnologie immersive sono messe al servizio del coinvolgimento dello spettatore nell’ambiente del museo, trovo possano essere estremamente utili nel ridisegnare un nuovo ruolo per il pubblico del museo, che da semplice osservatore, può divenire partecipante.
Esistono anche possibili controindicazioni nell’abituare il pubblico a un’arte “spettacolarizzata”, dove l’esperienza sensoriale è più importante dell’opera stessa?
Ritengo che sebbene la spettacolarizzazione possa funzionare da esca per il pubblico, non potrà mai sostituire l’incontro con l’opera d’arte, semmai mediarlo sotto forma di un’esperienza che però finisce per essere solo un surrogato. D’altro canto la fruizione rapida e distratta che spesso abbiamo all’interno dello spazio del museo tradizionale di per sé non garantisce accesso all’opera d’arte, che finisce per essere paradossalmente ignorata, sebbene prontamente fotografata.
Guardando al futuro, pensa che le mostre immersive rimarranno un fenomeno di moda o diventeranno una componente stabile del panorama museale contemporaneo?
Personalmente ritengo che la moda delle mostre immersive sia destinata a modificarsi nel corso del tempo e ad andare incontro a modifiche. Ultimamente per esempio mi sembra che stiamo assistendo al trend di mostre sì immersive ma non più dedicate a singoli artisti, ma piuttosto a tematiche trasversali e spesso anche non di natura prettamente artistica. Mostre immersive che propongono esattamente quello che promettono nel titolo, ovvero un’esperienza immersiva, non importa di che cosa. Invece l’introduzione di strumenti digitali immersivi, come la realtà virtuale, all’interno dello spazio del museo può forse essere una via interessante non solo per la VR stessa, ma anche per il museo che si trova a vivere in una dimensione sempre più aumentata e modificata dalle tecnologie digitali.