Perché intestino irritabile e reflusso peggiorano in primavera, la gastronterologa Zilli: “Il cambio routine incide”

Ormai siamo nel pieno della primavera: gli alberi fioriscono, le temperature si fanno più elevate e le giornate si allungano. Tuttavia, il cambio di stagione può risultare complicato per alcune persone. C'è chi patisce per le allergie, chi vede l'acutizzarsi di problemi dermatologici e infine anche chi soffre per un peggioramento di patologie gastrointestinali. Queste ultime possono, infatti, aumentare principalmente a causa delle modifiche nello stile di vita, nell'alimentazione e a volte per lo stress. La gastroenterologa dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, Alessandra Zilli, ci ha spiegato quali sono le principali patologie gastrointestinali da tenere d'occhio e come un'alimentazione ricca di legumi e frutta possa aiutare il nostro microbiota.
Negli ultimi tempi si parla di un possibile peggioramento dei disturbi gastrointestinali in primavera. Si tratta di una percezione diffusa oppure esistono dati che confermano questa tendenza?
Non è stato dimostrato un rapporto diretto di causa-effetto: in letteratura non abbiamo dati che confermino un reale aumento del rischio di disturbi gastrointestinali in primavera. Tuttavia, molti pazienti riferiscono un peggioramento di alcuni sintomi, come gonfiore e reflusso, soprattutto nei cambi di stagione. Questo fenomeno è probabilmente legato a una serie di fattori concomitanti, tra cui le modifiche dello stile di vita, dell’alimentazione e i livelli di stress. Il peggioramento è più evidente nelle persone che soffrono già di patologie gastrointestinali, che tendono quindi a riacutizzarsi in questo periodo.
Quali sono, in linea generale, le patologie più frequentemente interessate da questo tipo di riacutizzazione?
Sicuramente la sindrome dell’intestino irritabile è quella che risente maggiormente dei cambiamenti climatici e dello stress, ed è quindi la patologia più frequentemente associata ai cambi di stagione. Anche il reflusso gastroesofageo tende a peggiorare in questo periodo, probabilmente in relazione alle modifiche dell’alimentazione: si consumano più frutta e verdura, spesso più condite, e aumentano gli spuntini fuori pasto, come il gelato, anche perché si trascorre più tempo all’aria aperta. Tutti questi cambiamenti, anche se apparentemente minimi, possono incidere sulle abitudini alimentari e, di conseguenza, sui sintomi.
Quanto incidono invece i fattori ambientali, come variazioni di temperatura, pollini e allergie?
Non esiste una correlazione diretta tra allergie ambientali, come quelle ai pollini o agli acari, e i sintomi gastrointestinali. Tuttavia, nei soggetti predisposti, la primavera è spesso associata a un’iperattivazione del sistema immunitario. Questa condizione può rendere più sensibile anche il sistema gastrointestinale, che è strettamente connesso al sistema nervoso. L’intestino, infatti, presenta recettori viscerali simili a quelli cerebrali, e questa maggiore attivazione può tradursi in una maggiore suscettibilità ai sintomi. Non si tratta quindi di un vero e proprio fattore di rischio, ma di una condizione che può amplificare disturbi già presenti.
Quanto pesa l’alimentazione in questo contesto? Ci sono abitudini che possono favorire o peggiorare i sintomi?
L’alimentazione ha un ruolo centrale. In primavera cambia spesso il tipo di dieta e questo influisce anche sulla composizione del microbiota intestinale, che è un sistema dinamico e risente fortemente dello stile di vita, della dieta e persino della temperatura. Questi cambiamenti possono incidere sui sintomi: ad esempio, una maggiore presenza di batteri fermentanti può aumentare il gonfiore. Inoltre, una dieta più pro-infiammatoria, ricca di insaccati, carne rossa e fast food, può aumentare la permeabilità intestinale e favorire ceppi batterici meno favorevoli.
A proposito di alimentazione, i legumi possono accentuare il gonfiore?
Possono accentuare i sintomi, ma non devono essere eliminati. I legumi sono fondamentali all’interno della dieta mediterranea, che resta il modello alimentare migliore. Il problema è spesso il cambiamento brusco: passare improvvisamente da una dieta povera di legumi a una ricca può mettere in difficoltà l’intestino. È importante invece reintrodurli gradualmente, dando tempo al microbiota di adattarsi. Questo processo può richiedere anche diversi mesi. Lo stesso vale per frutta e verdura, soprattutto nei soggetti che soffrono di meteorismo: sono alimenti preziosi per aumentare la biodiversità del microbiota, ma vanno introdotti poco alla volta per evitare un peggioramento dei sintomi.
Ci sono strategie di prevenzione utili in questo periodo per ridurre i disturbi?
L’intestino funziona un po’ come un orologio e ha bisogno di regolarità. Uno degli errori più comuni nei cambi di stagione è proprio la perdita di routine: si mangia a orari diversi, si modifica bruscamente l’alimentazione e spesso si dorme meno, con un’alterazione del ritmo sonno-veglia. Mantenere orari regolari dei pasti e introdurre i cambiamenti alimentari in modo graduale è fondamentale. Anche la gestione dello stress è importante: l’attività fisica, per esempio, aiuta a ridurre l’attivazione del sistema nervoso simpatico, che ha un impatto diretto anche sull’intestino. Infine, non va trascurata l’idratazione. Bere almeno un litro e mezzo di acqua al giorno è essenziale, soprattutto con l’aumento delle temperature. È un aspetto spesso sottovalutato: i pazienti si concentrano molto su cosa mangiare, ma poco su quanto bevono, e questo può contribuire al peggioramento dei sintomi.
Quando è opportuno rivolgersi a uno specialista?
Nella maggior parte dei casi si tratta di sintomi funzionali, cioè non legati a una patologia organica. Tuttavia, è importante rivolgersi a un medico quando i sintomi persistono per almeno un mese o si associano a segnali d’allarme. Tra questi ci sono sintomi notturni che causano risveglio, calo di peso, nausea, vomito, febbre o una familiarità per malattie infiammatorie intestinali. In questi casi è necessario eseguire accertamenti, perché le sindromi funzionali sono una diagnosi di esclusione. Un aspetto fondamentale è proprio l’attenzione ai segnali d’allarme e alla familiarità. In presenza di questi elementi è opportuno eseguire indagini di primo livello, che sono semplici e non invasive: esami del sangue, analisi delle feci per valutare marcatori infiammatori come la calprotectina ed ecografia delle anse intestinali. Questi esami permettono di orientarsi tra una condizione funzionale, che può essere gestita con accorgimenti dello stile di vita, e la necessità di ulteriori approfondimenti per escludere patologie più importanti.