Quando mi innamoro del mio idolo, cos’è l’amore unilaterale e come nascono le relazioni parasociali

Nell’epoca in cui i social media accorciano le distanze con cantanti, influencer, attori e content creator, le relazioni parasociali sono diventate un fenomeno quotidiano e sempre più riconoscibile. Si tratta di legami emotivi profondi, spesso molto intensi, che nascono verso figure pubbliche senza che ci sia alcuna reciprocità reale. Per comprendere come funzionano, perché si sviluppano e quali rischi comportano soprattutto quando proseguono nell’età adulta, abbiamo parlato con Chiara Simonelli, psicoterapeuta e sessuologa alla Fondazione Sapienza di Roma, che ha analizzato il fenomeno dall’adolescenza alle sue forme più mature, spiegando come i social abbiano trasformato illusioni, distanze e aspettative.
Qual è la differenza tra una relazione parasociale e una relazione interpersonale tradizionale?
La differenza principale è che non sono relazioni reciproche. Possono essere molto intense e sono fisiologiche nella pubertà e nella primissima adolescenza, quando ci si innamora del grande cantante pop o del personaggio idealizzato che rappresenta qualcosa di forte in quella fase della vita. In realtà non c’è un contatto reale e spesso queste persone non le si vedrà mai in carne e ossa. È un passaggio normale da giovanissimi, mentre lo è meno se accade a quarant’anni.
Perché proprio in adolescenza questi legami sono così frequenti e così intensi?
In quella fase dello sviluppo servono a capire ciò che si sta cercando. I personaggi scelti sono spesso portatori di rotture con la tradizione, sia nel modo di vestirsi sia nell’atteggiamento provocatorio. Diventano simboli di qualcosa a cui il giovanissimo tende e rappresentano una spinta verso ciò che desidera diventare. Tra i 12 e i 15 anni sono fisiologiche ed è anche interessante che ci siano. Dopo diventano meno naturali e ci si deve chiedere perché non si riesce a orientare la propria vita in una direzione più vicina ai propri desideri. La frustrazione quotidiana viene arginata in questo modo, ma alla fine si somma ad altra frustrazione.
Cosa spinge una persona, anche adulta, a sviluppare un legame emotivo verso queste figure pubbliche?
Dipende da ciò che simboleggiano. A volte rappresentano quello che una persona vorrebbe essere, altre volte il partner che vorrebbe avere. Nella quotidianità grigia e ripetitiva, senza soddisfazioni, ci si rifugia nel sogno e nella proiezione su queste figure.
Queste relazioni possono avere effetti positivi o sono prevalentemente problematiche?
Sono perlopiù compensatorie. Indicano che qualcosa della propria vita non soddisfa e che si vorrebbe uscirne senza riuscirci davvero. Danno un sollievo momentaneo, ma nell’età adulta questo sollievo spesso aumenta la frustrazione.
I social media hanno cambiato la natura delle relazioni parasociali?
Sì, perché danno una sensazione fallace di vicinanza. La star o l’influencer sembra alla portata di mano e parla come se fosse l’amica della porta accanto. Ma è un’illusione: tutto è organizzato e, se si prova a raggiungerla, non è possibile. Questa falsa familiarità ha amplificato il fenomeno.
Quando una relazione parasociale diventa eccessiva o dannosa?
Quando diventa pervasiva. Non è un problema dedicare dieci minuti al giorno a cercare notizie su un personaggio, ma lo diventa quando tutto il pensiero si organizza intorno a quella figura che esiste nella realtà, ma non esiste davvero nella propria vita. In quel caso invade il lavoro, la relazione di coppia, il rapporto con i figli e diventa allora rischiosa.
Esistono strategie per riequilibrare questi legami quando diventano dannosi?
Serve consapevolezza. O la persona se ne rende conto e chiede aiuto, oppure chi le sta vicino può fare poco. Le terapie funzionano quando c’è motivazione: se non si comprende che questo legame dà sollievo nell’immediato ma danneggia nel medio e lungo termine, l’intervento non può partire.