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Danilo Fischetti: “Quelle di Gravina sui dilettanti sono parole povere. Nessuno si era mai permesso”

Danilo Fischetti si è raccontato a Fanpage e ha commentato le parole del presidente Gravina, mentre lo stesso abbandonava l’incarico da presidente FIGC: “Chiunque rappresenti il proprio Paese deve sostenere qualsiasi sport”. Poi, l’avventura dell’Italrugby nello storico ultimo Sei Nazioni, il tricolore con Calvisano, la crescita nelle Zebre e l’attuale avventura in Inghilterra: “Dove si respira rugby”
A cura di Alessio Pediglieri
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Mentre Danilo Fischetti si racconta in esclusiva a Fanpage.it, contemporaneamente il presidente della Federcalcio Italiana Gabriele Gravina si dimette dal suo ruolo dopo la disfatta di Zenica, dopo quelle dichiarazioni post partita che hanno ferito e umiliato l'intero comparto sportivo italiano. Danilo Fischetti non lo sa ancora ma le sue parole confermano un sentimento popolare che non avrebbe potuto portare ad alcun diverso epilogo dall'attuale: la caduta dei vertici federali del mondo del pallone. Sull'argomento, il pilone azzurro abbassa la voce con amarezza profonda: "Quelle parole sono povere. Non credo sia mai successo che un vertice così alto del calcio abbia trattato in questo modo gli altri sport" ha aggiunto. Poi, con voce ancora più bassa: "Il patriottismo italiano non si può comprare. Chiunque rappresenti il proprio Paese deve sostenere qualsiasi sport, con più o meno conoscenza. Andare a dire certe cose è di poco gusto e ferisce i sentimenti di tutti".

In quel momento si è sentito tutto il dolore e l’orgoglio di un ragazzo che da anni si sacrifica per la maglia azzurra del rugby. Da lì il discorso è tornato sul campo: la vittoria storica del 7 marzo 2026 contro l’Inghilterra dopo 32 sconfitte, il lungo cammino dalla generazione di Parisse fino a oggi, con il tricolore di Calvisano, l'esperienza delle Zebre di Parma, l’Inghilterra prima con i London Irish ed oggi con i Northampton Saints. Danilo, pilone atipico, umile e combattente, diventato punto di riferimento di questa Italia che finalmente vince. Un atleta che sente sulla pelle il valore del proprio sport. Qualsiasi esso sia.

Danilo, da sportivo, atleta, rappresentante di una Nazionale. Come hai vissuto il dramma sportivo dell'Italia, fuori dai Mondiali?
Qui dall'Inghilterra, insieme ad altri compagni italiani, ovviamente con un piatto di pasta tra le mani. E ti dirò è stata dura, una vera delusione…

Tu, classe 1998 fai parte di quella generazione che sta vivendo proprio gli anni più tetri del calcio azzurro, l'ultimo acuto fu nel 2006 e avevi solo 8 anni…
Sì, ho visto il 2006e fortunatamente me lo ricordo. Me lo ricordo bene perché mi ricordo che sono scivolato mi sono spaccato la testa all'ultimo rigore di Grosso… perciò non me lo ricordo, quello sì. E poi basta. Ma posso anche dirti che noi con il rugby azzurro, in parte, ci siamo un po' passati. E credo che il segreto sia semplicemente nel tenere vivo il cambio generazionale, avere tanti giovani, tanti giocatori sì, giovani ma che comunque possano fare esperienza. Il calcio di oggi è ovviamente un calcio più difficile che nel passato. Ti racconto una cosa: qui in Inghilterra pensavano che Bosnia-Italia fosse un'amichevole, una partitella normale di quelle con in palio nulla. Certo, non è che seguono l'Italia da vicinissimo, ma pensavano che fossimo già da tempo qualificati per i Mondiali. E invece, anche la Bosnia oggi è una realtà, una realtà concreta, con giocatori che giocano all'estero, sono più o meno conosciuti.. e andrà ai Mondiali.

Invece sulle dichiarazioni del presidente FIGC Gravina, cosa ti senti di rispondere tu da "dilettante" allo sbaraglio?
La premessa è che so perfettamente che quelle dichiarazioni non rappresentano tutto il calcio anche se arrivano dal vertice. Il mondo intero, l'Italia intera non abbia gradito quelle parole perché sono parole veramente povere. Per un fallimento tuo personale andare a screditare altre persone o realtà è scorretto. Credo che chiunque abbia sostenuto i ragazzi per quanto possibile, da fuori, e credo che chiunque, chiunque giochi oppure faccia rappresenti il proprio Paese, deve sostenere qualsiasi tipo di sport. Puoi conoscere di più o puoi conoscere meno una realtà differente dalla tua, ma il patriottismo italiano non si può comprare. Credo che chiunque supportato i ragazzi della Nazionale di calcio, perciò andare a dire delle cose che non c'entrano nulla con tutto ciò che è successo, non c'è motivo. La vedo una situazione di poco gusto che ferisce i sentimenti.

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Oltretutto è anacronistico, visto che proprio quasi tutti gli altri sport, calcio escluso, stanno portando altissimo il colore dell'Italia nel mondo…
Sì, esatto: vincono ovunque tranne  il calcio… E non credo sia mai successo in altre Nazionali che qualche giocatore o da parte dei vertici federali  si sia esposto e si sia mai permesso di fare una dichiarazione del genere.

E a proposito di sport che vincono, l'Italia del rugby arriva d una esperienza unica con l'ultimo Sei Nazioni, un traguardo storico.
Come hai detto l'ultimo Sei Nazioni è stato veramente positivo con una piccola nota negativa che è quella del Galles. Ma se guardo tutto il percorso che abbiamo fatto nelle quattro partite precedenti, la soddisfazione è enorme. Già contro la Scozia, il gestire la partita, capire come giocare, uscire dal piano di gioco, trovarti in una autentica piscina per la pioggia… è stato complicato ma tutti questi cambiamenti li abbiamo saputi affrontare. Perché fanno parte parte di di un percorso che parte tanto tempo fa,  con l'arrivo di Crowley, il passaggio di Franco Smith fino a Gonzalo Quesada. Si è lavorato tantissimo, per dare vita alla nuova generazione, perché  noi venivamo dalla generazione dei fenomeni ma c'è stata la capacità di dare un ricambio generazionale, dando spazio ai giovani.

Fino all'apoteosi, la vittoria contro l'Inghilterra che ha riscritto la storia del rugby azzurro. Ci racconti quella magica giornata prima, durante e dopo?
La vittoria contro l'Inghilterra… dopo 32 sconfitte. Non ti nascondo che è stato difficile, si sentivano tante voci c'era pressione. Noi eravamo consapevoli che l'Inghilterra veniva da novembre fantastico. Poi io ne conosco il valore da vicino. Poi viverla mentre giochi è sempre difficile: sei concentrato sul pezzo. Quando sono uscito, mi sono goduto la meta di Leo Marin, fantastica… Anche il dopo è stato epico anche se non abbiamo esagerato: una birra in più e via. C'era un Sei Nazioni da rispettare e da onorare.

Ma nessun festeggiamento? Niente di niente?
Ma sì, qualcosa c'è stato, anche grazie a "Gonza" [il CT, Gonzalo Quesada, ndr] ovviamente era super felice. Persona fantastica che tiene tantissimo al gruppo: ha invitato le famiglie a stare con noi, poter far parte ancora di più di un gruppo che non è solamente legato ai giocatori e staff, ma tutto quello che che c'è intorno a noi è stato straordinario.

C'è stato un momento, una chiave di volta in cui hai capito che eravate passati dalla squadra che giocava bene ma perdeva, a una Nazionale che effettivamente era capace di poter competere ad altissimi livelli?
Secondo me la vittoria con l'Australia a Firenze [12 novembre 2022, 28-27 nell'Autumn Nations Series, prima vittoria storica dell’Italia contro i Wallabies dopo 21 sconfitte consecutive, ndr]. Credo che quella vittoria ci ha fatto iniziare ad avere più consapevolezza sul fatto che eravamo una squadra forte, che aveva del potenziale. Quando inizi a battere queste squadre che hanno un nome, una storia, una tradizione importante, tutto questo ti dà quella consapevolezza di essere sulla strada è giusta.

Tu hai iniziato in Azzurro nel 2020, da giovanissimo, ti saresti aspettato in così poco tempo questa ascesa, personale e di tutto il movimento?
No, assolutamente no. Io avevo fatto bene a Calvisano, avevo iniziato bene con le Zebre e sapevo che potevo fare qualche qualche caps, soprattutto in Nazionale. Però alla fine non ci pensi mai o magari semplicemente lo sogni. Soprattutto se penso da dove è iniziato tutto e come è  iniziato non mi sarei mai aspettato una cosa del genere.

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Hai citato Calvisano, dove sei entrato nel grande rugby e hai vinto quasi subito uno scudetto. Un bel biglietto da visita, giusto?
Calvisano, soprattutto per il mio ruolo, è stata un'esperienza fondamentale, di Calvisano ho solo ricordi fantastici. Ovviamente la città è piccolina, non c'è granché, ma vive di questo, vive di rugby, vivi il rugby a 360° su tutto, h24. L'anno prima avevamo perso in finale contro Padova, poi l'anno dopo abbiamo vinto e lì ho vinto anche l'MVP del campionato.

Hai citato un anno, il 2018… quello della tua clamorosa squalifica [rosso diretto e cinque settimane di stop,  ndr]. A distanza di anni, ci racconti cosa accadde?
Ormai sono passati tanti anni, perciò lo posso dire [sorride, ndr]. Tutto è iniziato con l'altro ragazzo ha cercato di saltarmi. Perciò, perdendo l'appoggio dei piedi e io arrivando basso, l'inerzia l'ha portato a mettersi in verticale, con la testa sul basso. Io ho cercato il più possibile di accompagnarlo, ma capisci bene che è stato impossibile per me. Poi, ovviamente, ho vissuto malissimo quella squalifica, più che altro perché c'era la mia famiglia lì, allo stadio e volevo ovviamente far bella figura. Mi sono ritrovato fuori, ho fatto la doccia e piangevo ripetendo: "Guarda, guarda che ho fatto". Ero un ragazzino di 19 anni: volevo fare chissà che cosa, invece dopo neanche credo 10 minuti mi prendo un rosso. Poi però dopo mi sono vendicato: son tornato, ho giocato a Rovigo e ho vinto il man of the match, una bella soddisfazione.

Dopo Calvisano, le zebre di Parma, anche di questa parentesi che cos'è che ricordi con più affetto?
Parma mi ha dato la possibilità di di affacciarmi a livello internazionale, di crescere, eh di di fare il mio il mio primo cap con la Nazionale, di avere una carriera a livello internazionale. Mi ha fatto crescere anche come persona, la mia ragazza è di Parma…

Poi nel 2022 una scelta radicale. Lasci l'Italia e vai in Inghilterra ai London Irish. Perché?
Era sempre stato il mio sogno da quando poi ho iniziato a giocare a livello professionistico: provare un'esperienza all'estero per mettermi un po' in gioco per capire anche un altro campionato, il campionato inglese è ciò che io amo. Poi non sapevo una parola di inglese, è stata una sfida: affrontare ogni giorno le riunioni, le spiegazioni durante gli allenamenti… Mi porto anche il fatto di conoscere ragazzi che vengono da altre realtà italiani, neozelandesi, figiani, argentini. Ho conosciuto una leggenda del rugby che è Agustín Creevy col quale ci sentiamo ancora spesso. Avere Agustín come riferimento è stato qualcosa di importante. E poi in Inghilterra ho imparato la mentalità vincente.

Come?
Lì respiri il fatto di combattere e di giocare sempre per qualcosa, di voler arrivare ai play-off, il fatto di avere delle responsabilità, avere una dirigenza che ti dà pressioni differenti.

E' questo che dopo il fallimento dei London Irish ti ha spinto a ritornare in Inghilterra [con i Northampton Saints, in Premiership, ndr]?
Ero tornato a Parma perché avevo bisogno di un periodo di tranquillità e poi falliti gli Irish il pensiero era uno con i Mondiali alle porte: avrei rischiato di ritrovarmi a 24-25 anni. Le Zebre avevano questa volontà di riportarmi un po' a casa e questo qua mi ha spinto mi ha spinto a tornare. Poi la chiamata dei Saints e non ho potuto dire di no. Due anni prima aveva vinto il campionato inglese, lo scorso anno ha fatto la finale di Champions Cup, quest'anno siamo primi in classifica, siamo agli ottavi di finale di Champions. Cioè, son partite che io ho sempre voluto giocare.

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C'è qualcosa nel gioco inglese più che in quello italiano, si adatta meglio alle tue caratteristiche?
Di certo la velocità del gioco, questo è una cosa che piace, mi affascina, anche se mi stanca moltissimo. Io sono un pilone atipico, mi piace muovermi nel campo, essere presente il più possibile e ovviamente questo è un gioco che ti permette di di farlo. Sei in un ambiente competitivo, che ti porta a crescere.

Cosa tri manca di più dell'Italia?
Il sole, lo mettiamo al primo posto, assolutamente. Poi un po' il rapporto umano: qui non sono certo espansivi come da noi, sono un po' più distanti, sono meno sangue latino… sono inglesi.

E il cibo?
Io cucino a casa appena posso. Faccio colazione e pranzo al club e cerco tutto ciò che si avvicina un po' più al mangiare italiano. Poi, però, la sera cucino a casa e recupero.

Ma il luogo comunque del giocatore di rugby tutto birra e salsicce?
[Ride, ndr]. Lo lasciamo da parte, noi abbiamo tutti quanti una dieta. Magari è un po' più flessibile rispetto ad altri sport perché se metto 100gr in più non mi cambia nulla. Ma le prestazioni passano sì dagli allenamenti soprattutto dalla nutrizione e l'alimentazione è la parte fondamentale, infatti abbiamo un nutrizionista, e mi faccio seguire dall'Italia, perché comunque è più vicino al mio stile di vita.

Danilo, rugby, estero, sport e cibo. C'è anche lo studio nella tua vita, giusto?
Ho iniziato da quest'anno a studiare economia all'università di Parma che ha fatto un bellissimo progetto e ci dà la possibilità a noi atleti che giochiamo fuori di avere esami on-line, di avere un tutor che ci aiuta.

Quindi fra poco la laurea?
Allora, piano. Devo dire che va bene, anche perché qui senza fidanzata e lontano dall'Italia diciamo non ci sono distrazioni… Ma andiamoci piano. La mia prima preoccupazione resta il rugby perché è il mio lavoro, non sia mai che qualcos'altro mi tolga troppa energia prima di scendere in campo a giocare…

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