Claudia Mancinelli: “A Parigi il mio telefono esplose all’improvviso. Nicole Kidman mi chiese la ricetta del tiramisù”
Claudia Mancinelli è un'allenatrice di ginnastica ritmica, ed è molto popolare. Alle Olimpiadi di Parigi 2024 portò la sua allieva Sofia Raffaeli a una storica medaglia di bronzo, ma divenne notissima anche per la risolutezza con cui presentò un ricorso ai giudici di gara. Quel momento divenne virale sui social. Mancinelli ha raccontato la sua vita in un libro, Oltre il talento (edito da Limina). Ha parlato nell'intervista a Fanpage del suo approccio, che unisce grande rigore ma anche tanto ascolto. L'allenatrice nella sua vita però non ha vissuto solo il mondo dello sport, ma ha conosciuto bene anche quello spettacolo: ha lavorato con Gigi Proietti, fatto la danzatrice e recitato in un film di Hollywood con Nicole Kidman, che le chiese la ricetta del tiramisù, e Penelope Cruz, alla quale regalò delle scarpe.
Nel libro che hai scritto un libro parli del come si allenino gli atleti, in particolar modo i ragazzi allo sport. C'è un capitolo che si intitola: ‘Sbagliare non è la fine del mondo', cosa condivisibile. Ma come si fa a far capire a un giovane atleta l'errore.
Il rimprovero serve, ma l'atleta deve capire che è un rimprovero. Va bene la frustrazione, che è uno di quei sentimenti che ti fa crescere e che ti permette di farti delle domande che ti portano a migliorare. Questo bisogna farlo capire all'atleta ed è molto importante che capiscano il messaggio. L'errore in sé per sé non mi porta a fare un rimprovero. Mi arrabbio, come ogni allenatore, quando vedo un atleta che sbaglia cose che non ha provato abbastanza. L'errore ci può stare, l'indolenza no.
Di fatto ci si allena per provare a raggiungere la perfezione.
Noi viviamo in una società in cui dobbiamo essere perfetti, eccellere, essere sempre performanti in qualsiasi maniera. Gli sportivi tendono alla perfezione. Nessuno vuole sbagliare, tutti cerchiamo di essere perfetti. Ma se nella vita come nell'attività non ci viene permesso di sbagliare è difficile che impariamo qualcosa. Nell'atleta l'errore è funzionale all'apprendimento, è necessario. Se non c'è l'errore non migliori. Serve saggezza e una visione non solo legata al tempo presente. Bisogna pensare alla progettazione, alla crescita, così si cresce.
Questo modo di pensare è fondamentale e rappresenta un grande insegnamento nello sport così come nella vita.
Scrivendo ho capito che questo libro non è solo per gli sportivi e ho capito in fondo che lo sport è la metafora nella vita. Così come in tanti aspetti della vita, l'errore in una competizione ti può far crescere e migliorare, e può aiutarti anche nella vita di tutti i giorni.
C'è pure chi purtroppo poi finisce in una competizione male e sente su di sé il peso del fallimento, in quei casi che si fa?
Se il fallimento lo vivi e non migliori significa che stai sprecando un'occasione. In un certo senso è importante allenarsi a come reagire al fallimento. A volte può capitare per noi allenatori di arrabbiarsi con un atleta, perché magari vedi l'approccio negativo, il tentativo di non cambiare mai e ti convinci di un essere in grado di arrivare dove vuoi.
Quando un atleta è in difficoltà così che gli dice? Qual è l'atteggiamo corretto?
La paura ti può bloccare. Se resti fermo davanti alla paura e non la affronti ti fermi. La paura paralizza, ci blocca e non ci aiuta. Se ho una ginnasta he vive una situazione del genere, cerco di riportarla a concentrarsi solo al presente. Le dico di non pensare a quello che sarà, che deve rimanere concentrata e pensare solo al presente, solo al gesto tecnico. Per questo è fondamentale un tipo di allenamento che ti porta ad arrivare fisicamente al top alla gara, perché se la testa non ti sostiene il corpo può farlo da solo.
Facciamo un passo indietro, torniamo alle Olimpiadi di Parigi 2024. Hai avuto un balzo di popolarità impressionante, sei diventata nota in ogni angolo del mondo. Hai percepito quanto era grossa la tua aura in quei giorni?
Lì per lì non me ne sono resa conto, ma a un certo punto il mio telefono è impazzito e ho capito che qualcosa stava succedendo, cose delle quali non ero consapevole. Non sapevo nemmeno chi stesse seguendo la gara cosa vedesse in TV o sui social. La percezione degli altri in ogni modo è diversa da quella che hai dentro. Chi è lì, in una manifestazione come quella, ha dentro paure e certezze, poi c'è l'adrenalina per la gara, la grande concentrazione per la finale. Dopo, sì, c'è stato un momento molto intenso, che come tutto quello che succede sui social è effimero.
La tua determinazione, la tua grinta, diciamo il tuo piglio deciso è quello che ha colpito chiunque.
Se io posso essere un buon esempio per la determinazione o per come agire in un momento cruciale, com'era quello, perché lì o vincevi o perdevi, beh sono contenta. Come ci si comporta in un momento decisivo, tanto nello sport che nella vita, denota che essere umano sei. In quel momento cruciale si è visto quello che ero riuscito a costruirmi nella vita e nello sport in quegli anni.
Oggi cosa fai?
Sto lavorando tanto. Sono molto contenta perché a livello personale sto avendo grandi soddisfazioni. Lavoro sia con la federazione italiana che con federazioni straniere; non essendo l'allenatrice ufficiale della squadra italiana posso collaborare con altre federazioni.
La tua vita non è solo sport, hai lavorato nel mondo dello spettacolo e tra i tuoi maestri annoveri Gigi Proietti.
Nella mia vita ho avuto diverse figure che mi hanno ispirato, dei maestri che sono apparsi in determinati momenti della mia vita. L'esperienza con Proietti è stata splendida, lui è stato uno dei più grandi in assoluto. Era totalmente a suo agio sul palcoscenico. Ricordo che la sera della prima lui rideva, scherzava, faceva le boccacce agli altri attori, era a casa. Proietti manteneva la spontaneità davanti a 3000 persone al Brancaccio (Teatro di Roma, ndr.), non sentiva la pressione, si divertiva.
Ci racconti un aneddoto, un ricordo particolare che hai di Proietti?
Abbiamo festeggiato un compleanno a casa sua. Invitò tutta la compagnia, aprì le porte di casa sua, comprese ballerine, corpo di ballo e tutte le comparse. Aveva creato una famiglia intorno a sé. Lavoravo con lui perché ero una ballerina, danzatrice, mi selezionò il coreografo. I suoi spettacoli erano work in progress e all'improvviso decideva di far fare una scena anche a qualcuno di noi. Le prove non erano mai con un copione prestabilito, poteva prendere chiamare chiunque, inventava una storia. Proietti scherzava con chiunque sul palco, anche con me.
Per tanti anni hai fatto parte del mondo dello spettacolo.
Sì, ho lavorato parecchio in quel mondo. Ho fatto una serie di film, mentre come danzatrice ho lavorato molto di più. Uno degli spettacoli che mi porto nel cuore è Dirty Dancing, interpretavo Penny la maestra di danza. Pensa che quello da ragazzinaera il mio film preferito. Poi ho lavorato con alcuni artisti del Cirque du Soleil fino ad arrivare a fare un film di Hollywood.
In ‘Nine', il film di Hollywood hai vissuto un'esperienza incredibile. Perché Nicole Kidman ti ha chiesto la ricetta del tiramisù.
Eravamo a Londra, stavamo girando ‘Nine'. Io ero giovane, avevo poco più di vent'anni, e vedevo persone che erano lontanissime da me, ma che in realtà facevano parte della nostra vita. Comunque sì in quel film c'era anche Nicole Kidman che un giorno mi chiese la ricetta del tiramisù. Da quei gesti si percepisce la semplicità delle persone. In assoluto posso dire che tanto i grandi artisti come i grandi sportivi, quelli che raggiungono grandi traguardi sono belle persone, umili.
In quel film c'era anche un'altra grande star con la quale hai vissuto un altro momento incredibile.
Sì. C'era anche Penelope Cruz, che un giorno vide le mie scarpe da danze. Mi guardò e disse che erano bellissime, le piacevano troppo. Così quando mi trovai a tornare in Italia andai a Ciampino dove le avevo prese, le acquistai e gliele regalai. Chissà se ancora le ha?
Tornando al tuo libro c'è una cosa che mi ha colpito: l'elogio della lentezza.
Nello sport è importante apprendere con i tempi giusti, devi imparare i gesti corretti e farli tuoi. Ma oggi è tutto velocissimo, non c'è rispetto per il tempo che serve per realizzare ciò che devi. C'è bisogno di rispettare il tempo utile per l'apprendimento. Io sono una molto rapida, ma sicuramente lo sport mi ha fatto mettere un freno. Ho dovuto imparare. Ogni sportivo dovrebbe avere dentro di sé l'elogio alla lentezza. Anche se questo non deve significare che bisogna essere indolenti.
Non è facile per gli atleti gestire il peso delle aspettative, perché da livelli diversi arrivano tante pressioni.
Ce n'é tanta di pressione. Dall'aspettativa dei genitori a quelle dell'allenatore fino a quelle dell'atleta stesso su sé stesso. L'aspettativa pesa, ed è una cosa che va gestita con l'aiuto dell'allenatore, ma anche dello psicologo sportivo, che è una figura fondamentale sempre più importante nello sport. Ci sono persone che hanno paure grandi, blocchi emotivi, che a volte può portare a chiedere aiuto agli psicologici dello sport.
A un atleta un allenatore cosa deve dire prima di una gara importante?
Alle atlete che ho avuto alle Olimpiadi 2024, Milena Baldassarri e Sofia Raffaeli, dissi loro: ‘Siete pronte'. Ed era vero, avevano lavorato talmente seriamente e talmente bene, che lo erano. La sfortuna esiste per carità, ma fortuna e sfortuna si attirano, sono convinta che un serio lavoro continuo e sano porti sempre il risultato adeguato. A Parigi ero perfettamente convinta, ero serena, dissi loro: ‘Come va, va, siete pronte, fidatevi solo di voi stesse'. Ed era così.
Quando invece c'è un atleta in difficoltà?
Dipende tutto da atleta ad atleta, c'è chi è meglio faccia da solo, c'è chi invece ha bisogno di una strategia, ma anche chi invece deve essere incoraggiato fino all'ultimo secondo e ci parli tanto fino all'ultimo secondo. In generale alla fine avendo un rapporto stretto con l'atleta lo capisci di cosa ha bisogno.