Carrie arriva su Prime Video, Stephen King adattato ai social: Summer H. Howell non sarà la nuova Sissy Spacek
Se la Carrie interpretata da Sissy Spacek nel film di Brian De Palma era una ragazza chiusa, spaventata e già profondamente segnata da ciò che viveva dentro casa e a scuola, quella di Summer H. Howell, almeno all'inizio, è diversa: curiosa, ingenua, desiderosa di conoscere il mondo e di trovare il proprio posto tra gli altri. È da qui che Mike Flanagan riparte per riportare il romanzo di Stephen King nel presente, conservandone la storia ma cambiandone il tono e allargando lo sguardo alle dinamiche dell’adolescenza contemporanea, dove un’umiliazione può essere filmata, condivisa e trasformarsi in un fenomeno virale. La serie arriva il 7 ottobre su Prime Video, con tutti gli otto episodi disponibili.
Carrie: la trama e il cast
La protagonista è ancora Carrie White, adolescente isolata e cresciuta all'interno delle mura domestiche sotto il controllo della madre Margaret. Nella versione di Mike Flanagan, però, l'ingresso (o meglio, l'uscita) nel mondo esterno avviene in modo diverso: la morte improvvisa del padre costringe Carrie ad affrontare per la prima volta la vita in un liceo pubblico, entrando in contatto con una realtà della quale conosce pochissimo. È proprio lì che si ritrova al centro di un episodio di bullismo che, dopo essere stato filmato, finisce per diventare virale, mentre emergono i suoi poteri telecinetici.
A interpretarla è Summer H. Howell, scelta dopo una lunga ricerca che ha coinvolto quasi 1.500 candidate. Accanto a lei ci sono Samantha Sloyan nel ruolo di Margaret White, Siena Agudong nei panni di Sue Snell, Alison Thornton in quelli di Chris Hargensen, Joel Oulette come Tommy Ross, Josie Totah come Tina, Arthur Conti come Billy, Thalia Dudek come Emaline, Amber Midthunder nel ruolo di Miss Desjardin e Matthew Lillard nei panni del preside Grayle. Flanagan è lo showrunner della serie e ne ha scritto la storia insieme al team degli sceneggiatori, oltre a essere executive producer. Ha scelto anche di dirigere personalmente quattro degli otto episodi, lasciando gli altri quattro a un gruppo tutto al femminile composto da Kate Siegel, Axelle Carolyn, Kyra Sedgwick e Hiromi Kamata. Anche Stephen King, autore del romanzo del 1974 da cui è tratta la serie, figura tra i produttori esecutivi.
La struttura in otto episodi permette così di allargare una storia che il cinema aveva necessariamente dovuto comprimere, dando più spazio ai personaggi e alle relazioni che ruotano attorno a Carrie. E soprattutto consente a Flanagan di fare qualcosa di più ambizioso rispetto a un semplice remake: prendere il romanzo di King e interrogarsi su cosa significhi raccontarlo nel 2026. Il regista ha infatti spiegato di non voler semplicemente rifare Carrie, ma di utilizzare quei personaggi e alcune delle scene più iconiche per costruire una storia nuova. Una delle chiavi è proprio il tempo in cui la storia viene ambientata: il regista ha spiegato di aver voluto confrontarsi con strumenti di crudeltà che nel romanzo di King non potevano esistere, dall'internet alla normalizzazione di una comunicazione costantemente esposta al giudizio degli altri.
La nuova Carrie non somiglia a quella di Sissy Spacek
Per capire la direzione scelta da Flanagan bisogna partire proprio dal personaggio di Carrie. Nelle versioni precedenti la protagonista viene presentata quasi sempre come una ragazza già segnata dal trauma, impaurita e incapace di sentirsi a proprio agio fuori da casa. La Carrie interpretata da Summer H. Howell parte invece da una condizione quasi opposta: è curiosa, gentile, desiderosa di conoscere il mondo e di farne esperienza. Il suo spaesamento nasce quindi dal fatto di non averlo mai conosciuto davvero. È una differenza importante, perché sposta il centro emotivo della storia. Carrie non viene mostrata soltanto come una ragazza che la società ha già ferito, ma come qualcuno che entra nel mondo con una fiducia quasi disarmante e scopre progressivamente quanto quel mondo possa essere crudele. La stessa operazione riguarda Margaret White: Flanagan ha scelto di modificare anche il rapporto con la madre, costruendo un personaggio che agisce a partire da un bisogno feroce di proteggere la figlia, pur restando una presenza profondamente problematica e oppressiva.
Dal secchio di sangue ai social: come è cambiato il bullismo di Carrie
Il confronto con il Carrie di Brian De Palma, uscito nel 1976 e diventato uno dei grandi classici dell'horror, acquista un significato che va oltre il semplice paragone tra due adattamenti. Nel film, la prima grande umiliazione di Carrie arriva nello spogliatoio, quando ha le sue prime mestruazioni e le compagne, invece di aiutarla, la deridono e le lanciano addosso assorbenti e tamponi. Lei, del resto, non sa nemmeno che cosa le stia accadendo: cresciuta sotto il rigido controllo della madre Margaret, che le ha fatto vivere il corpo e la sessualità come qualcosa di peccaminoso, affronta quel cambiamento senza gli strumenti per comprenderlo, fino al punto di pensare di stare morendo. Il momento più celebre arriva però al ballo di fine anno: Carrie viene incoronata reginetta e, nel momento in cui crede di avere conquistato per la prima volta l'approvazione degli altri, viene ricoperta di sangue di maiale davanti ai suoi compagni. De Palma trasforma quella scena in uno dei momenti più celebri del cinema horror, costruendo la tensione attraverso il montaggio, i movimenti di macchina e lo split screen, fino a fare della vergogna di Carrie uno spettacolo a cui l'intera palestra sta assistendo. È una crudeltà ancora legata a uno spazio preciso, a una comunità circoscritta e a un momento che, per quanto traumatico, ha un inizio e una fine.
La serie di Flanagan conserva quella scena cult, ma interviene sull'umiliazione che la precede. Nello spogliatoio Carrie vive ancora il trauma della prima mestruazione e viene derisa dalle altre ragazze, ma questa volta in scena entrano anche gli smartphone: l'episodio viene filmato e il video inizia a circolare online. È un cambiamento che il regista utilizza per aggiornare il cuore della storia a un'adolescenza in cui l'umiliazione non è più necessariamente legata soltanto al luogo in cui avviene. Nel film di De Palma la crudeltà si consuma davanti alle persone presenti, nello spazio fisico della scuola e poi della palestra; nella serie, invece, quella stessa dinamica può essere registrata e moltiplicata attraverso uno schermo, raggiungendo anche chi non era lì e continuando a circolare dopo che il momento è finito. Un primo aggiornamento in questa direzione era già arrivato nel film del 2013 di Kimberly Peirce, dove la scena dello spogliatoio veniva filmata con un cellulare e il video finiva online. La serie prende quella intuizione e la porta molto più avanti, facendo dei social non soltanto uno strumento per amplificare una singola umiliazione, ma uno spazio nel quale il bullismo continua, si alimenta con nuovi contenuti e finisce per coinvolgere una comunità più ampia.
Per comprendere meglio cosa significhi essere adolescenti nel presente, il regista e il suo gruppo di sceneggiatori hanno coinvolto anche alcuni ragazzi nella writers' room, chiedendo loro quali fossero le pressioni e le dinamiche che gli adulti rischiano di non comprendere. Non è soltanto un espediente narrativo: Flanagan ha spiegato di essersi ispirato anche a un caso realmente accaduto nel 2017 ad Albany, in California, dove un account Instagram utilizzato per umiliare alcuni studenti finì per coinvolgere l'intera comunità, tra proteste e battaglie legali. È stata proprio quella vicenda a fargli capire quanto il meccanismo fosse vicino a ciò che voleva raccontare nella sua Carrie.
È proprio per questo che la storia di King, nata nel 1974, continua a trovare nuove forme senza perdere il proprio nucleo. Cambiano i dispositivi, cambiano i linguaggi e cambia persino il modo in cui gli adolescenti costruiscono la propria identità, ma l'esigenza di appartenere, la paura del giudizio e il desiderio disperato di essere accettati restano invariati. Anche Stephen King ha sottolineato questa continuità nel commentare la nuova versione, osservando come Flanagan abbia saputo mantenere uno degli elementi iconici della storia aggiungendo il potere distruttivo dei social media, che quando il romanzo fu scritto, semplicemente, non esistevano.
Carrie e Crystal Lake, un ottobre horror
Carrie non è l’unica icona dell’horror a essere stata ripensata per la serialità. Pochi giorni dopo il debutto della serie di Mike Flanagan, Crystal Lake torna nell’universo di Venerdì 13, il celebre franchise slasher nato nel 1980 intorno alle stragi del campeggio di Crystal Lake e alla figura di Jason Voorhees. La nuova serie sceglie però di guardare a quel mondo da un’angolazione diversa, mettendo al centro Pamela Voorhees, la madre di Jason interpretata da Linda Cardellini. È un’operazione che, come nel caso di Carrie, usa una storia dell’horror già profondamente radicata nell’immaginario collettivo per raccontarla in un modo nuovo. La differenza sta nella direzione dello sguardo: Flanagan sposta una storia degli anni Settanta nel mondo di oggi e la fa dialogare con le ansie dell’adolescenza contemporanea; Crystal Lake, invece, torna indietro nel tempo e guarda a quello stesso universo da un altro punto di vista. La serie, composta da 8 episodi, arriva il 15 ottobre su HBO Max.