video suggerito
video suggerito

Pupi Avati: “Ho lavorato nel mercato dei surgelati, gli anni peggiori. Zalone fa un altro mestiere, Haber il migliore”

In questa intervista a Fanpage.it, Pupi Avati racconta il suo percorso umano e artistico a 87 anni: “gli anni peggiori” come rappresentante della Findus, le lusinghe della politica rifiutate, le bugie di Fellini e l’umanità di Pasolini. Pensa che Zalone faccia un altro lavoro e Haber sia il migliore come attore. E sull’Oscar confessa: “Dopo ogni film ho preparato il discorso di ringraziamenti ma non mi è mai servito”.
A cura di Gianmarco Aimi
1 CONDIVISIONI
Immagine

A 87 anni Pupi Avati non usa mezze misure nemmeno con se stesso: “È un momento molto complicato della mia vita, perché ha a che fare con i rendiconti”. E lo dice come se stesse parlando di un bilancio morale prima ancora che artistico. In questa intervista a Fanpage.it il regista bolognese ha attraversato la propria esistenza come un film già montato, ma ancora capace di sorprendere: dagli studi in Scienze politiche (“ero di un infantilismo tale che avrei voluto fare il diplomatico”) fino alle tentate seduzioni della politica, quando Andreatta gli propose una candidatura per la Dc a Bologna: “Mi ha lusingato, ma la politica non è per me”.

Avati ripercorre poi distingue il suo immaginario da quello di Dario Argento e rivendica la libertà di scegliere attori fuori sistema come Cesare Cremonini (“un essere umano meraviglioso, mi piacerebbe ancora dirigerlo”) e chi oggi, per lui, è il migliore attore italiano: Alessandro Haber. Con uno sguardo ironico sul successo di Checco Zalone, che “fa un altro mestiere rispetto al cinema", e una confessione disarmante: “All’Oscar ho sempre pensato. Dopo ogni film preparo il discorso, ma non mi è mai servito”.

Pupi Avati, che momento della sua vita sta attraversando?

Un momento molto complicato, perché ha a che fare con i rendiconti. Nel senso che sono arrivato a un’età, molto avanzata, nella quale il futuro trova una sua difficile collocazione.

Cosa le pesa di più di questa condizione?

Le persone prima di dormire sono abituate a pensare a quello che gli accadrà o che si aspettano che accada nel loro futuro, invece una persona come me, di 87 anni, ha molti meno margini e si rende conto che la maggior parte della gente con cui ha condiviso le porzioni più importanti della propria esistenza non ci sono più, sono ormai scomparse quasi tutte, per cui questo produce in me una sorta di inquietudine e di rammarico. Anche per uno abituato come me a progettare, perché sono sempre stato un regista particolarmente prolifico.

La sua vita e il suo lavoro sono andati di pari passo.

Ecco, questa coincidenza tra essere un umano e il suo mestiere, con quest’ultimo che si è preso una grande parte del tempo e dello spazio del precedente, ora lo sto mettendo in discussione in base a quello che potrò ancora provare, tentare e azzardare di fare. E senza vivere anche un po’ l’imbarazzo di un vecchio che va ancora ad accattonare il lavoro.

Faccio un salto indietro ai suoi studi in Scienze politiche all’Università degli Studi di Firenze.

Ho frequentato quella facoltà in tempi in cui il preside era Giovanni Spadolini, quindi parliamo di un’epoca molto diversa da quella attuale. Ma non mi sono laureato.

Aveva qualche velleità politica?

No, nessuna. C’era qualche ambizione di natura carrieristica. Ero di un infantilismo tale perché, in realtà, avrei voluto fare il diplomatico. La politica non c’entrava, c’entrava un certo modo di vivere quel presente di allora a livelli e in contesti sicuramente invidiabili. Siccome si trattava di studiare molto e impegnarsi altrettanto, a un certo punto ho preferito la musica.

La politica, però, in tutti questi anni chissà quante volte le ha fatto la corte.

Sì, diverse volte. Una dopo che la redazione emiliana de la Repubblica, tantissimi anni fa, aveva compiuto un sondaggio tra i bolognesi più popolari ed ero risultato il vincitore. Allora Beniamino Andreatta, democristiano, venne a trovarmi per chiedermi se mi sarei candidato per la Dc su Bologna, cosa che poi non ho fatto. Mi ha lusingato, ma la politica non è per me.

Per quattro anni ha lavorato come rappresentante della Findus surgelati, un periodo che lei ha definito “il peggiore della sua vita”. Un’attività fantozziana?

Sarà scorretto quello che dico, ma il novanta per cento delle persone nel mondo dona i 40 anni migliori della propria vita a una professione con la quale non ha nulla a che spartire. Un lavoro nel quale la propria creatività e le proprie soddisfazioni personali sono molto ridotte, o al massimo legate solo all’aspetto retributivo. In quei quattro anni alla Findus mi sono accorto che contava solo fare carriera cercando di scavalcare i colleghi nelle graduatorie di produttività per occupare posizioni di vertice. Il tutto per ambizione personale e per ragioni economiche. Due aspetti che, però, a me hanno sempre interessato molto poco.

Immagine

Poi è arrivata l’illuminazione dalla visione di 8½ di Federico Fellini, con cui diventerà amico. Erano famose le sue bugie, quali sono le più belle che le ha raccontato?

Forse la più bella è quando mi diceva di aver visto i miei film.

Non era vero?

Sono assolutamente certo che Fellini non abbia mai visto neanche uno dei miei film. Adesso, che sono arrivato a una piena maturità, difficilmente riescono a fregarmi su certe cose, ma allora ero ancora sufficientemente ingenuo per credere a quello che mi diceva. L’ho capito ricostruendo i nostri dialoghi, la genericità dei suoi commenti e che ammettesse candidamente di non guardare i film degli altri, quindi neanche i miei. Però li elogiava.

Probabilmente, al di là dei film, apprezzava la persona?

Questo sì, perché avevo trovato nel suo modo di fare cinema qualcosa che non avevo mai visto in nessun altro regista al mondo. In seguito, viaggiando tanto e incontrando svariati colleghi, moltissimi sono diventati registi dopo aver visto 8½. Ci ha instillato questa passione in tantissime persone. E, come tutti quelli che fanno questo mestiere, era molto vanitoso, quindi gli piaceva che io sapessi tutto dei suoi film e ne parlassi con grande cognizione.

In seguito collabora alla sceneggiatura di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, pur non risultando accreditato per questioni di diritti. Pasolini che persona era, un angelo o un diavolo?

Non ho conosciuto la parte in ombra, quella notturna, di Pasolini. Nella parte diurna garantisco che non ho mai conosciuto una persona più gentile, affabile, dolce, accogliente e sensibile di lui. Ho lavorato per altri di grande livello, ma devo ammettere che mi sono trovato quasi sempre molto male. Con Pasolini, invece, essere bravi era facilissimo. Perché, come tutti i geni, badava all’essenziale. Sapeva dirti cosa conta davvero e tralasciare tutto il superfluo. E poi era una persona di una grandissima modestia personale. Magari avessi potuto lavorare soltanto per lui, anche se il film che abbiamo fatto era fortemente imbarazzante.

Non a caso fu censurato.

È ispirato da Les Fleurs du mal di Charles Baudelaire, ci sono molte interpolazioni. Ho ancora la copia di quel libro, dei Meridiani, che Pasolini mi lasciò con le sue sottolineature come indicazioni. Cercò di raggiungere l’estremo, di andare veramente oltre.

Non capita a tutti i registi di creare un nuovo genere, mentre a lei, dopo La casa dalle finestre che ridono, è stato attribuito il “gotico padano”. Lo ha fatto intenzionalmente?

No, però mi sono reso conto fin da ragazzino che c’era un mondo lì che era totalmente intonso. Che non aveva suscitato l’attenzione di nessuno. L’Emilia, specialmente quella rurale, era guardata soltanto sul versante più rassicurante. Invece c’era anche una parte tenebrosa, debitrice in particolare del filone favolistico dedicato all’infanzia. Me ne sono accorto già da piccolo perché, dopo lo sfollamento dovuto alla Seconda guerra mondiale, andai ad abitare in campagna da dei nostri lontani parenti, quindi sono stato cresciuto e nutrito in quella cultura contadina, che è ancora alla base della cultura a cui sono legato.

A proposito di horror, per caso ha mai sentito una rivalità con Dario Argento?

Secondo me abbiamo avuto due toni di voce molto diversi. Lui è più legato all’horror classico e urbano, mentre io più alle atmosfere del genere e alla parte agreste, che invece in lui non esiste. Quindi siamo sempre stati due mondi che potevano benissimo coesistere.

Immagine

Con Zeder ha anticipato di un anno Pet Sematary di Stephen King, con i morti che tornano in vita. E dove aleggia la figura dell’alchimista Fulcanelli, autore de Il mistero delle cattedrali, ancora oggi un autore senza una vera identità. Ma lei, nella vita privata, che rapporto ha avuto con l’occulto o il paranormale?

La mia famiglia era divisa in due parti. Un lato borghese, quasi aristocratico, rappresentato da mio padre e dalle sue sorelle, e in loro c’era ancora una sorta di attrazione nei riguardi di tutto quello che era l’occultismo legato a ciò che ci sarebbe stato dopo la morte. L’altra era socialista, laica o atea, rappresentata da mia madre, che non aveva questo tipo di richiami. Da bambino, di nascosto, sono cresciuto spiando quella parte della famiglia che evocava al tavolino i morti e anche i personaggi storici ormai scomparsi. Chissà se ci credevano davvero o meno, non lo saprò mai. Da adulto quelle esperienze si sono trasformate in un grande legame con tutti i defunti della mia vita, per le persone a me care e a me più vicine. Anziché dedicare il tempo alle preghiere, spesso ripeto i loro nomi, in qualche modo li evoco e li sento venire, percepisco una loro vicinanza. E le angosce, in quel momento, finiscono.

Glielo chiedevo perché Fellini, per esempio, aveva avuto una frequentazione con il noto sensitivo Gustavo Adolfo Rol.

È vero, ma ho dei dubbi sull’autenticità della credulità di Fellini in quella frequentazione.

Tornando al cinema, spesso ha fatto recitare nei suoi film chi non aveva mai avuto ruoli drammatici o chi non aveva mai recitato, da Diego Abatantuono a Nino D’Angelo, passando per Neri Marcorè, Gianni Cavina, Nino Frassica, Cesare Cremonini e Lodo Guenzi. Un modo per cercare nuove ispirazioni nei personaggi o c’è anche altro?

Un modo per trovare nuove ispirazioni, di certo, ma soprattutto per dare nuove opportunità a chi avvertiva di essere ormai tagliato fuori da certi ambienti. Qui voglio dirlo chiaramente: il cinema è di un razzismo estremo. Se guardiamo la programmazione dei film ci rendiamo conto, in base alle annate, che gli attori che lavorano sono sempre gli stessi. Si tratta di poche decine. Di contro ce ne sono migliaia che rimangono a casa a fissare il telefono in attesa di uno squillo. Questo mi sembrava qualcosa di profondamente ingiusto. Per questo ho cercato di essere provocatorio, dimostrando che anche con altri attori si possono fare buoni film.

Con Cesare Cremonini, oltre che sull’essere bolognesi, vi siete trovati sulla musica?

Cesare è un essere umano meraviglioso. Un artista talentuosissimo e mi sono trovato benissimo. È strano che non sia riuscito a fare un altro film con lui, mi farebbe molto piacere.

Micaela Ramazzotti, Pupi Avati e Cesare Cremonini alla premiere de "Il Cuore Grande Delle Ragazze"
Micaela Ramazzotti, Pupi Avati e Cesare Cremonini alla premiere de "Il Cuore Grande Delle Ragazze"

Ha diretto anche Paolo Villaggio. Era davvero così crudele?

Non era crudele nella vita, però gli piaceva interpretare quel tipo lì di essere umano. Amava scandalizzare. Godeva nel sorprendere gli altri. Certe volte, devo dire, era un po’ fastidioso.

Chi sono oggi, secondo lei, i migliori attori italiani?

Il cinema italiano di oggi lo seguo poco e male. Toni Servillo è bravissimo, anche Valerio Mastandrea è notevole. Ma per me il miglior attore attualmente è Alessandro Haber.

Mentre Paolo Sorrentino e Matteo Garrone sono i registi che spiccano sugli altri?

Sì, perché sono quelli che hanno sicuramente aggiunto un modo di fare cinema con una visione più grande e più ampia. Hanno restituito al cinema italiano grande ambizione.

Intanto Checco Zalone ha stracciato ogni record di incassi. 

A me guadagnare 70 milioni di euro con un film è qualcosa che mi fa pensare a un altro mestiere rispetto al cinema. È proprio un altro campionato per la mia personale visione.

E all’Oscar Pupi Avati ci ha mai pensato?

Ci ho sempre pensato, costantemente, tanto che dopo ogni film preparo un discorso di ringraziamento. Purtroppo, però, dopo tutti questi anni non mi è mai servito.

Un’ultima curiosità: com’è che un bolognese come lei tifa Milan?

Abatantuono mi ha fatto conoscere il Milan e sono diventato amico di qualche calciatore con cui è nato un rapporto che va oltre il calcio. Per questo non sento di aver tradito la mia città.

1 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views