Jacopo Veneziani: “Dicono che parlo d’arte in tv come se stessi sui social, ma non ho nemmeno TikTok”

Jacopo Veneziani è un nome che i più attenti fruitori del piccolo schermo non possono lasciarsi sfuggire. Classe 1994, natio dell'Emilia Romagna, è diventato uno dei più giovani divulgatori della tv partendo dalla rubrica nel talk di Massimo Gramellini ora su La7, In altre parole, e poi con il suo Vita d'artista su Rai3 alle 20:20, con cui ha conquistato il pubblico dell'access prime time. Ma non solo gli appassionati d'arte. Il suo dottorato in Storia dell'arte alla Sorbona, in fatto di competenza, sarebbe più che una garanzia, ma la sua modalità di racconto ha sollevato qualche interrogativo, al quale risponde chiaramente in questa intervista: "Non trovo i paragoni costruttivi, il fatto che esista un modo di esporsi non significa che non possano essercene altri". Dai social, dove di fatto è nata la sua attitudine alla comunicazione, fino alla televisione il passo è stato breve e ammette di aver preso più volte ispirazione da Alberto Angela: "Quando lo vedevo in tv mi dicevo che avrei voluto farlo anche io. Ho sempre ammirato il suo modo di raccontare senza diventare personaggio".
Jacopo Veneziani, tutti parlano di te. Il mondo dei media si è accorto ora della tua presenza, oppure è un successo scoppiato all'improvviso?
Uso sempre la metafora del marinaio, mi sento con la sua barchetta che cerca di spostare la vela in base a dove percepisce soffiare il vento. Non mi immagino come una cosa che scoppia o che, al contrario, rimane nell'invisibilità e poi appare, ma come uno che naviga e che, come qualsiasi barca, passa in zone più affollate e viene visto. Non percepisco accelerazioni improvvise, rallentamenti, mi sembra ci sia un cammino costante.
Come nasce Vita d'artista, il programma che conduci su Rai3 all'ora di cena?
Quella di raccontare i luoghi in cui hanno vissuto grandi artisti è sempre stata una mia passione. Prendo figure del mondo dell'arte la cui notorietà le ha rese mitologiche, tipo Michelangelo, Canova, più vicini a noi De Chirico, Victor Hugo, gli scrittori, che quasi immaginiamo come dei monumenti nelle piazze e li racconto nel loro esseri umani. Non pensiamo che andavano a prendere il caffè, si innamoravano, si arrabbiavano, erano invidiosi, gelosi, avevano problemi coi vicini, quindi mi ha sempre intrigato questa loro dimensione più umana, che si trova soprattutto nei posti in cui hanno abitato e vissuto. Guardare alle cose concrete lo trovo un modo per soddisfare delle curiosità.

Aldo Grasso ha scritto sul Corriere della Sera che la tua è una divulgazione in tiktokese. Cosa ne pensi?
Partiamo col dire che non ho nemmeno TikTok. Ovviamente si riferiva al linguaggio dei social, ma continuo a non essere d'accordo. Pensando ai social come piattaforma, al racconto frammentato dove non si riesce a puntare all'esaustività delle cose è vero, ma credo sia anche uno dei segreti della divulgazione. Beniamino Placido diceva che il divulgatore non deve saziare ma deve affamare chi lo ascolta. Quindi nel confezionare un racconto di 20 minuti il mio obiettivo, forse è per quello che alcuni mi percepiscono come TikToker, non è fare un saggio universitario, ma costruire un racconto, lasciando anche dei silenzi, sperando di incuriosire, invogliare a saperne ancora di più. La missione è compiuta se dopo avere visto una puntata su Victor Hugo qualcuno lo cerca su Google, perché vuol dire che ho costruito una sorta di piccolo trampolino da cui poi uno può tuffarsi in autonomia.
Nell'articolo ti paragonava a critici come Vittorio Sgarbi, Philippe Daverio. I loro programmi li hai mai guardati?
A costo di sembrare presuntuoso, però mi considero una sorta di mosaico con tanti tasselli presi dai vari divulgatori che ho sentito crescendo. Da Philippe Daverio non ho preso gli outfit, ma la componente umana del racconto sì. Daverio raccontando la vita di Raffaello diceva 15 pettegolezzi sull'artista, di chi si era innamorato, se aveva tradito. Guardavo ogni puntata dei programmi di Alberto Angela alle elementari, mi ha ispirato con la sua sobrietà nel racconto. I paragoni funzionano poco. È come fare il cantante, non è che si fanno concorrenza a vicenda, ognuno costruisce una propria voce possibilmente riconoscibile e costruisce un pubblico che in quella voce si ritrova.
Hai nominato Alberto Angela, il divulgatore per eccellenza nonché la dimostrazione del fatto che la cultura in tv è attrattiva per il pubblico. Eppure c'è ancora reticenza nel lasciare spazio a programmi di stampo culturale, perché?
Sono più rischiosi da proporre in modo continuato, si tratta di argomenti di nicchia, tanto che io sono strabiliato quando vedo i 20 minuti di Vita d'artista su Giorgio Vasari nella sua casa ad Arezzo, è una roba incredibile. Non è un caso che quando viene data questa questa opportunità di parlare di arte e cultura, in una fascia che non sia mezzanotte e mezza, si cerca sempre di trovare un linguaggio il più trasversale possibile.
A proposito di cultura: hai un dottorato in Storia dell'Arte alla Sorbona, hai vissuto otto anni a Parigi, come mai sei tornato in Italia?
Tutta colpa di Massimo Gramellini. Ho passato dieci anni della mia vita chiuso in biblioteca e alla fine di questi 10 anni un minimo di solitudine inizio a sentirla. Più studiavo, più mi sembrava un controsenso tenere tutte quelle cose per me, mi capitava di leggere delle curiosità che pensavo potessero essere apprezzate anche da chi non era uno studioso d'arte come me. Ero ancora a Parigi e apro un account su quello che allora era Twitter e lo uso in modo martellante, ogni giorno per due-tre volte condividevo curiosità che avevo assimilato. Inizio a fare dei video, finché mi intercetta un'autrice del programma di Gramellini che mi chiede "Ti piacerebbe avere una rubrica fissa da noi il sabato sera su Rai3?"
Così è stato e infatti ti hanno voluto anche a La7.
Il programma all'inizio era in Rai, quindi da Parigi mi sentivo una sorta di corrispondente, ma il mio primo anno di avventura televisiva era circoscritto. Andavano il sabato in collegamento, poi vivevo la mia settimana parigina e questa cosa mi ha intrippato. Mi piaceva il mondo della tv e quindi mi sono trasferito a Milano, così qualora avessero voluto chiamarmi sarei stato più vicino. E, in effetti, così è accaduto.
Prima di approdare in tv qual era il tuo piano: continuare la carriera accademica? Insegnare?
Sì, ma farò una confessione: ho sempre avuto un po' il sogno di fare il divulgatore. Spero non si trovino, ma esistono, dei filmati in cui mio padre si trasformava in cameraman e mi riprendeva mentre parlando esclusivamente ai miei nonni, li sottoponevo alla forzatura di guardarmi mentre ero in giro a raccontare i castelli che visitavo. Mi è sempre rimasto questo sogno, anche quando vedevo Alberto Angela mi dicevo "Ma fa un lavoro meraviglioso, voglio farlo anche io", ma non ho mai verbalizzato questo sogno nel cassetto.
Della serie "non è vero, ma ci credo"…
Si chiamano sogni nel cassetto perché bisogna tenerli anche un po' a riparo, se si svelano troppo a persone che magari non comprendono fino in fondo, si può anche smettere di credere in quei sogni. Finito il dottorato se avessi visto che la strada dell'audiovisivo sarebbe finita lì, avrei intrapreso il piano B che ora è in modalità stand by. Sia chiaro, non è che adesso penso di essere la Milly Carlucci della storia dell'arte o di essere arrivato da qualche parte.
Ma Jacopo Veneziani ha velleità artistiche?
Ci ho provato, poi per il bene degli occhi altrui ho pensato fosse meglio interrompere le attività. Però è un controsenso, nella storia dell'arte come disciplina c'è una differenza tra chi ne parla, chi la studia e chi la fa. Molti storici dell'arte non sanno dipingere, disegnare, scolpire, ma non esiste il musicologo che non sa suonare, no? C'è una distinzione tra tecnica e teoria che non ha senso pensandoci.
La cosa più bella imparata studiando in questi anni?
Sembra un discorso alla Gandhi, ma è una cosa a cui sono arrivato molto dopo la prima volta in cui l'ho sentita dire dal mio prof che diceva "Studiare la storia dell'arte è uno dei modi migliori e più efficaci per avvicinare alla pace". Poi ho capito perché. L'arte ti insegna che siamo tutti uguali, che l'altro non è poi molto altro da te, l'arte ti fa da specchio. Le opere ti aiutano a riconoscere parti di te scoprendole nell'altro, riconoscendo un'uguaglianza che supera anche le epoche.

E qualcosa di più personale?
Quando gli artisti smettono di essere artigiani, ma sentono il bisogno di esprimersi, cercano di fare il possibile per trovare una propria voce autentica, vera, ed essere in grado di difenderla dalle circostanze che cercano di piegarla al gusto del momento. L'arte, per me, può essere una sorta di invito all'autenticità.
Si parlava di ricerche su Google, accanto al tuo nome una delle domande che si fanno più spesso riguarda il tuo privato. È una scelta quella di condividere poco o nulla sui social?
È una scelta sì. Ne approfitto per smentire una clamorosa fake news, molti pensano sia il figlio di Marcello Veneziani, intellettuale del Sud Italia, ma sono figlio di Massimo Veneziani, idraulico dell'Emilia Romagna.
Appurati i tuoi natali, resta il fatto che di te il tuo pubblico sappia davvero poco.
Non sono uno che condivide l'aperitivo, la scena di vita quotidiana e anche qui torna Alberto Angela. Il divulgatore non deve diventare troppo personaggio, perché poi si crea un'interferenza tra il contenuto che comunica e la sua persona. Bisogna fare sempre un passo indietro rispetto alle cose che si raccontano. I social li uso, metto le stories, faccio i post, ma resto sempre neutro, perché vorrei che uno dicesse "Jacopo Veneziani, quello che parla di arte" non quello che ha la Ferrari SUV in Toscana". Cosa che ovviamente non ho. Non mi va che le persone sappiano cosa faccio o chi frequento.
Nominavi tuo padre, come hanno reagito i tuoi genitori a questa vita televisiva?
Mia madre si sta appassionando, sembra una analista televisiva, mi manda gli screenshot dell'Auditel, forse le sta sfuggendo di mano la situazione. Loro sono molto contenti, ma credo di essere stato fortunato, non mi hanno mai gasato più del dovuto, tipo i genitori che portano i figli alle partite di calcio pensando di avere Maradona, e allo stesso tempo neanche mi hanno scoraggiato. Mi hanno sempre preso sul serio sui sogni che confessavo.
Un esempio?
Sono finito a studiare in Francia perché ho fatto un liceo europeo dove oltre la maturità italiana c'era anche la maturità francese, quindi potevo andare come studente nelle università francesi. Arrivo in quel liceo linguistico potenziato perché dissi a mia madre di voler fare il vigile urbano a New York, mi piaceva l'idea di lavorare tra i grattaceli e lei mica mi ha detto "Ma quale vigile urbano a New York?", mi ha detto "Allora devi fare un liceo linguistico perché le multe le farai in inglese".
Possiamo dire che sono stati i tuoi primi sostenitori.
Non mi hanno mai spinto a cercare strade che aprissero più sbocchi professionali, cosa che qualcuno avrebbe fatto. Mi dissero "se è la cosa che ti appassiona di più, falla", perché quando uno studia qualcosa che lo appassiona è anche più pronto a fare sacrifici, a crederci veramente, quindi se ci credi veramente poi qualcosa accade.
Chiudiamo un cerchio: la divulgazione è ormai il tuo mondo, ma pensi che fatta tramite social possa essere un modo veramente valido di fare informazione, cultura, o c'è il rischio di restare sempre in superficie?
Il rischio di restare sempre in superficie c'è, soprattutto per come sono confezionati oggi i social, in base a quel meccanismo diabolico che da un video superficiale, ti passano a un altro video superficiale, quindi se tu non esci dalla stratosfera dei social passi di superficie in superficie, scivoli sulle cose anziché scendere in in profondità. Credo che i social siano utili quando diventano degli incentivi a scoprire cose di cui ignoravamo l'esistenza, innescando una catena positiva che espande sempre di più l'argomento e che ti permette di scavare sempre di più.
E c'è qualcosa di questa possibile deriva che ti spaventa?
Sì, temo che prima o poi finiremo per farci anestetizzare dalle cose.