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Gaia Tortora: “Vittima di attacchi violenti dopo la vittoria del No. Portobello unica serie degna su mio padre”

A quarant’anni dall’arresto di Enzo Tortora, la vicedirettrice del TG La7 si confessa a Fanpage tra memoria privata e battaglie civili. Dalla serie “Portobello” di Bellocchio, definita l’unica ricostruzione onesta dopo decenni di “prodotti ridicoli”, agli attacchi violenti subiti per essersi schierata per il “Sì” al referendum: “È partita una caccia all’uomo che mi preoccupa: oggi il disprezzo ha preso il posto del confronto”.
A cura di Sara Leombruno
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Nella vita di Gaia Tortora c'è un prima e un dopo, e coincide con quel 1983 in cui il nome di suo padre Enzo passò dai titoli di testa dei varietà a quelli di coda della giustizia italiana. L’uomo che portava la cortesia nelle case degli italiani veniva travolto da un errore giudiziario senza precedenti, accusato ingiustamente di associazione camorristica sulla base di testimonianze di pentiti inattendibili. Una vicenda che oggi la serie Portobello di Marco Bellocchio riporta all’attenzione del pubblico e che la vicedirettrice del TG La7 definisce, in quest'intervista a Fanpage, come l'unico prodotto capace di raccontare fedelmente quella "follia", dopo tentativi di ricostruzioni inadeguate.

Ma il confronto non si ferma alla memoria. Al centro del dibattito c'è l'attualità politica più recente: la sua scelta di esporsi apertamente per il "Sì" all'ultimo referendum sulla giustizia. Una posizione che le è valsa critiche sulla tenuta della terzietà del telegiornale di La7 e l'ha resa bersaglio di quella che descrive come una vera "caccia all'uomo" digitale subito dopo la vittoria del No.

Partiamo dall’attualità di queste ore. Il caso di Roberto Arditti: prima la notizia della morte, poi la smentita, un caos mediatico gestito anche a La7 con una rettifica data in diretta a Tagadà.

Ho seguito la vicenda. Sulla notizia data in diretta, oggettivamente ci vorrebbe più prudenza, perché non sai mai se la famiglia sia stata già raggiunta. Io ci sono passata con mia sorella: Luigi Contu, che è un amico oltre che direttore dell'Ansa, prima di battere il take mi chiamò per chiedere conferma. Solo allora diede la notizia. È l'etica corretta. Oggi siamo tutti vittime di questa corsa frenetica nel dare per primi la notizia.

Quello di suo padre è un caso simbolo di malagiustizia e lo hai citato spesso a sostegno del Sì nel recente referendum. Perché questa scelta?

Io sono a favore della separazione delle carriere, a prescindere dal governo che presenta la riforma. Se fosse stata in vigore, probabilmente i magistrati che hanno giudicato mio padre sarebbero stati valutati diversamente dal CSM. E, semplificando, mio padre forse non sarebbe stato condannato a dieci anni in primo grado perché quel giudice non avrebbe dato per scontato il racconto del PM. La separazione delle carriere non dà certezze, ma una possibilità in più. Ne sono una sostenitrice convinta da sempre.

Molti hanno sollevato dubbi sull'opportunità che una vicedirettrice di un TG prendesse una posizione netta. Come risponde a chi crede che TG La7 abbia perso, in questo modo, la sua terzietà?

Il TG La7 non ha perso nulla. La terzietà ci contraddistingue in un’emittente che, tra l'altro, è fortemente connotata ideologicamente dall’altra parte. Non ritengo di aver danneggiato nessuno: non posso far finta di non avere il mio cognome o la mia storia alle spalle. Ma il TG non è stato minimamente intaccato dalla mia scelta di espormi.

Dopo la vittoria del No, sente che sia partita una "ghettizzazione" verso chi ha sostenuto il Sì?

È partita eccome. C'era anche prima, ma ora siamo davanti a un estremismo totale. Ho subito attacchi violenti, ho provato sulla mia pelle l'ebbrezza degli hater sui social. Non mi interessano gli insulti su di me, mi preoccupa che fine faccia questa società. Si è generato un meccanismo di "caccia a quello che ha perso". Bisogna saper perdere, ma bisogna soprattutto saper vincere. Quando la diversità di idee diventa disprezzo, è un sintomo preoccupante di offuscamento cerebrale dovuto alla polarizzazione.

Il ministro Nordio e Gaia Tortora a Tor Bella Monaca per il Sì al referendum
Il ministro Nordio e Gaia Tortora a Tor Bella Monaca per il Sì al referendum

Quanto ha pesato la comunicazione del centrodestra in questa sconfitta?

Tanto, ma ha pesato di più il fatto che sul referendum si sia direzionato il malcontento su tanti altri temi: la guerra, l'economia, persino il caso Delmastro. Il referendum è sempre un rischio, lo abbiamo già visto con Renzi.

Da poco è stata pubblicata l'ultima puntata della serie "Portobello" di Bellocchio. le è piaciuto il modo in cui è stata ricostruita la vicenda di suo padre?

Sì, molto. Ed è la prima volta che lo dico dopo diversi tentativi fatti in questi anni. Sono stata in contatto costante con la produzione, ma li ho lasciati liberi. È una serie coraggiosa che ha ricostruito l'aspetto totalmente folle della parte giudiziaria. Non è paragonabile a certi prodotti ridicoli trasmessi in passato: qui c'è un lavoro enorme sui pentiti, soggetti al limite dello psichiatrico, e sul contesto storico.

Dalla serie emerge il peso del sospetto dei colleghi. Ha mai perdonato chi scelse di non vedere l'ovvio all'epoca?

Apprezzo chi ha chiesto scusa, anche tardivamente: le scuse sono un grande atto e vanno accolte. Per chi non l'ha fatto, non posso avere perdono. Mi dispiace notare che ancora oggi scattano i medesimi meccanismi. Non si è tratta nessuna lezione e non se ne vuole trarre nessuna.

Se un caso Tortora accadesse oggi, si concluderebbe in modo diverso?

Sarebbe anche peggio. Oggi oltre alla stampa ci sono i social. C'è un'agonia mediatica che nel nostro caso era amplificata dal nome, ma quando ti travolge non guarda in faccia a nessuno. Travolge te, la famiglia, il lavoro e il conto in banca. Da allora a oggi non è cambiato un granché.

Gaia Tortora con suo padre Enzo e sua sorella Silvia
Gaia Tortora con suo padre Enzo e sua sorella Silvia

Occupa un ruolo apicale in un mondo ancora molto maschile. Quanto sente il peso degli stereotipi di genere nel giornalismo?

Nel mio caso, non ne sento il peso. Ho avuto la fortuna di interfacciarmi con persone, compreso il direttore attuale (Enrico Mentana, ndr), che hanno riconosciuto il mio valore. Tuttavia, è innegabile che per le donne sia tutto più difficile, in quest'ambito come altri: siamo poche, guadagniamo meno degli uomini. Bisogna lavorare ancora molto.

Quanta pressione le mette ricoprire un incarico di tale responsabilità?

Mi aiuta molto il fatto di essere equilibrata e non ideologica. Questo mestiere lo devi fare se hai curiosità di ascoltare chi è diverso da te. Ascoltare solo chi la pensa come me non avrebbe senso.

Nel suo libro "Testa alta e avanti" racconti la liberazione dal dolore. Oggi Gaia Tortora ha fatto pace con il passato?

Il dolore si è manifestato nel corso del tempo in molti modi, come gli attacchi di panico, con cui ho imparato a convivere. Quando il dolore torna a bussare, come è successo anche per la sconfitta di questo referendum che aspettavo da anni, apro la mia "cassetta per gli attrezzi" interiore e cerco un cerotto o uno sciroppo che mi rilassi. Quel dolore non è sparito, ma ora so come muovermi insieme a lui.

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