Federica Pala: “In Italia almeno 4 milioni di persone soffrono di bulimia. Qualcosa di lilla è per loro”

Federica Pala nasce a Roma nel 2007 e all'età di sette anni mette per la prima volta piede su un set, da quel momento non ha mai smesso di lavorare a contatto con la macchina da presa, sebbene all'inizio fosse solo un gioco. È protagonista su Rai1 del film Qualcosa di lilla, tratto dall'omonimo libro della giornalista e scrittrice Maruska Albertazzi, dove interpreta Nicole, un'adolescente che soffre di bulimia. Il 15 marzo è la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, dedicata alla sensibilizzazione sui Disturbi del Comportamento Alimentare, ed è per affrontare questo tema che la Rai ha realizzato un film che racconti l'aspetto psicologico di una patologia sempre più diffusa, ma affatto facile da affrontare: "Il nostro è un messaggio di solidarietà. In Italia sono circa 4 milioni a soffrirne" ci racconta l'attrice. Ad appena 18 anni Federica può già vantare produzioni importanti alle spalle, come la serie Qui non è Hollywood, dove ha interpretato Sarah Scazzi, ma ancor prima il film America Latina dei Fratelli d'Innocenzo. Eppure la recitazione è ancora un sogno nel cassetto: "
Non è il primo ruolo da protagonista che interpreti, ma quello di Nicole in Qualcosa di lilla, è un ruolo difficile, con cui si affronta una patologia delicata come la bulimia. Come ti ci sei avvicinata?
Mi sono avvicinata alla Nicole adolescente utilizzando tanto della mia esperienza. Avendo 18 anni, posso comprendere i conflitti genitoriali, le difficoltà scolastiche. Mentre mi sono approcciata al secondo lato, quello relativo al disturbo alimentare, studiando in maniera approfondita cosa dovessi rappresentare. Non volevo mancare di rispetto alle persone che quel disturbo lo vivono davvero.
Hai avuto modo di confrontarti con l'autrice del libro, Maruska Albertazzi?
Abbiamo avuto un dialogo conoscitivo. Dovevo raccontare la sua storia e volevo poter prendere dalle sue parole degli spunti da portare in scena.

La regista ha dichiarato di non voler drammatizzare lo spettatore nel raccontare una patologia come la bulimia. Che tipo di lavoro avete fatto per raccontare con chiarezza un disturbo alimentare così diffuso, senza però sottolineare la parte più dolorosa?
L'obiettivo principale era quello di non spettacolarizzare il disturbo alimentare. La bulimia può avere un impatto più forte agli occhi degli altri perché chi ne soffre è portato a vomitare, ed è complicato da accettare dal punto di vista sociale. Per questo motivo abbiamo deciso di non raccontare quelle scene troppo da vicino, ma ci siamo concentrati sul lato psicologico.
Nicole vive un'amicizia complicata, a suo modo non sana, con Luce. Essendo tu un'adolescente, ti sei mai imbattuta in un incontro che sapevi potesse non farti bene?
Mi ritengo estremamente fortunata perché ho delle persone al mio fianco che per me sono estremamente positive. Ma studiando il personaggio di Nicole e lavorando a contatto con Margherita Buoncristiani che interpreta Luce, ho capito che paradossalmente il momento più alto della storia è nella condivisione della malattia, quando sarebbe stato più sano che condividessero altro. Allo stesso modo, però, Luce è funzionale a Nicole perché le fa capire quanto sia importante un percorso di cure.

Un film come Qualcosa di lilla può essere una luce per chi si trova a vivere una situazione del genere, ma non ha il coraggio di chiedere aiuto?
Abbiamo avuto l'opportunità di affrontare una dinamica complessa, anche se con un tempo piuttosto ridotto e dovevamo far arrivare il messaggio finale, che è rivolto alla società. Non vorrei che persone che soffrono di disturbi alimentari vedessero questo come una semplificazione della malattia, ma più come un messaggio di solidarietà. In Italia ci sono più di 4 milioni di persone che ne soffrono, magari tantissime non diagnosticate, è un messaggio per chi vive questa condizione, ma anche per chi gli sta accanto.
Il rapporto con i genitori è infatti piuttosto centrale nel racconto, ed è un punto di vista interessante.
Sì, si sono trovati davanti a difficoltà di tipo economico, di tipo genitoriale, chiedendosi come comportarsi, dicendosi "mi sento impotente, ma forse è colpa mia". Ci sono tantissimi interrogativi importanti nel film, non si parla solo del disturbo alimentare che comunque è centrale.

È difficile rendersi conto del dolore di chi ci sta affianco, soprattutto quando si tratta di un adolescente. Pensi che l'avere un supporto psicologico in un contesto scolastico, potrebbe aiutare chi a casa magari ha difficoltà ad aprirsi?
Ho una particolare attenzione per la salute mentale e studio anche psicologia. Nelle scuole, ormai, sarebbe necessario uno sportello d'ascolto, nonostante sappia che poi magari pochi ragazzi magari aderirebbero, perché è sempre legato alla scuola, magari è più facile aprirsi in un contesto di amicizia. Ma credo che la scuola debba fornire un supporto a prescindere dalle adesioni degli studenti.
La tua è una generazione molto più consapevole di quanto di sia importante il benessere psicologico.
Siamo molto più consapevoli e forse anche troppo. I nostri genitori hanno vissuto con maggiore spensieratezza, noi aprendo i giornali vediamo sempre notizie drammatiche, pesanti, che non fanno sperare in un futuro splendido. Quindi gli adolescenti di oggi sono più consapevoli, ma hanno anche un peso maggiore da affrontare.
Pensi che l'essere cresciuta in un contesto simile ti abbia portato, in qualche modo, a scegliere psicologia come facoltà?
Sì, assolutamente, non ho dubbi. Poi, c'è da dire che mia sorella, di quattro anni più grandi di me, studia psicologia e quindi ho dato già un'occhiata a quel mondo. I miei genitori, ad esempio, dicono proprio che prima non c'era così tanta attenzione, non si conoscevano certi termini, patologie che non erano nemmeno prese in considerazione.
E alla recitazione come ci sei arrivata?
Ho iniziato quando avevo 7 anni, piccolissima. È stata una scommessa con un'amica dei miei genitori. Mi hanno iscritta in un'agenzia e ho iniziato a fare piccoli lavoretti, da C'è Posta per te, le comparse, piccoli ruoli e a 13 anni ho avuto un momento di dubbio, poco prima di iniziare il liceo.
Cosa ti faceva dubitare?
Non lavoravo in modo serio e mi sono chiesta se ne valesse la pena, se mi piacesse così tanto. Poi, pochi mesi, dopo ho fatto il provino per America Latina con i Fratelli d'Innocenzo e mi sono sentita vista per la prima volta. Eravamo in periodo Covid, mi sono trasferita a Latina, abbiamo girato per un mese, ho lavorato con loro a stretto contatto, ho visto Elio Germano lavorare sotto i miei occhi. Ho capito come funzionasse un grande set e mi sono ricreduta.
Quindi oggi puoi dire che la recitazione sia la tua strada?
Non ancora. È più un sogno nel cassetto che ogni giorno provo a coltivare, ma ho scelto una facoltà che può essere utile anche per il mio lavoro da attrice, ma può garantirmi anche un percorso differente. Preferisco lasciarmi aperte più strade.
Prima parlavi dell'essere vista, un'affermazione che ci porta al mondo dei social, dove si è sotto gli occhi di tutti ogni minuto. Tu sei nata con i social e hai scelto un mestiere in cui lo sguardo è spesso puntato su di te, come vivi il giudizio?
Dal punto di vista lavorativo ho imparato a capire di non poter piacere a tutti, mi ci è voluto un po' di tempo, soprattutto quando ero più piccola era difficile da accettare. Durante i provini, ad esempio, siamo tantissime e non c'è il tempo di soffermarsi sulla personalità di Federica, e ormai l'ho capito e la vivo abbastanza bene. Nella vita di tutti i giorni, invece, non ho un ottimo rapporto col giudizio degli altri, perché cadono tutte le maschere. Do molta importanza al giudizio delle persone, perché spero di poter lasciare sempre un'immagine positiva, spero di essere sempre educata, una brava persona, con dei valori e in un mondo social è complicato, infatti li uso in maniera abbastanza responsabile, anche con un po' di timore. Spero di poter costruire un'autostima più solida.

Hai dovuto vestire i panni di Sarah Scazzi, nella serie Qui non è Hollywood. Com'è stato ridarle vita sapendo quanto di terribile le fosse accaduto?
È stato un compito, un lavoro dove non c'era troppa paura, quanta più responsabilità. Mi sono approcciata con delicatezza, perché l'argomento lo richiedeva. È stato complicato perché mi sono dovuta documentare, quando è avvenuto il fatto di cronaca nera avevo 3 anni. Mi sono fatta raccontare, anche dai miei genitori, che il caso lo ricordavano bene. All'inizio la serie ha avuto delle problematiche, però la gran parte del pubblico ha riconosciuto il vero messaggio: ricordare una ragazza strappata alla vita in maniera terribile, da sempre l'obiettivo primario.
Sono comparsi spesso in questa chiacchierata: come definiresti il legame con i tuoi genitori?
Mi hanno sempre sostenuta, non è scontato e gliene sono grata. Mi tengono molto con i piedi per terra, inizialmente questa cosa creava delle conflittualità, ma oggi li ringrazio, ho capito perché lo facessero, volevano e vogliono tutelarmi perché c'è sempre bisogno di qualcuno che abbia la giusta esperienza. Ad oggi sono contenti che io stia continuando questa vita da attrice, ma anche che non abbia perso la mia adolescenza.