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Fabrizio Gifuni: “Tortora tra le pagine più nere del giornalismo. Viviamo un nuovo Medioevo, è un ritorno alla dittatura”

In questa intervista a Fanpage.it, l’attore Fabrizio Gifuni, protagonista della serie Portobello, racconta il lavoro con il regista Marco Bellocchio e l’eredità del caso Tortora, di due “Italie” divise dai “corpi insepolti di Pasolini e Moro”, del cinema in difficoltà per la “saturazione” dell’audiovisivo, di un presente segnato da “suprematismo, razzismo e ritorno delle dittature”.
A cura di Gianmarco Aimi
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Portobello non è soltanto una serie su un errore giudiziario. È una discesa dentro una ferita che la storia italiana (e il giornalismo) non è ancora riuscita a saturare. Presentata fuori concorso alla 82esima Mostra del cinema di Venezia, dal 20 febbraio sarà visibile sulla nuova piattaforma in streaming HBO Max. Sei episodi per raccontare una frattura che, come ci spiega in questa intervista l’attore Fabrizio Gifuni, divide “due Italie”, tracciata dai “corpi insepolti di Pasolini e Moro” e che dagli anni ‘70 arriva ai giorni nostri. Enzo Tortora diventa così molto più di un volto popolare travolto da un processo ingiusto: è il simbolo di un Paese che decide di esporre “un uomo innocente come un osceno trofeo”.

Nelle parole dell’attore, che gli ha restituito “carne e sangue”, il lavoro con il regista Marco Bellocchio (“uno dei più grandi artisti contemporanei”) assume così una forma kafkiana, fatta di incubi, stupore e paure che vengono dall’infanzia: “Cosa succede a un uomo innocente quando qualcuno bussa alla sua porta e lo accusa ingiustamente?”, si chiede. Ed evoca Il processo di Kafka come una chiave necessaria per leggere non solo Tortora, ma l’Italia intera.

Da lì lo sguardo si allarga al presente, che Gifuni non esita a definire “un nuovo Medioevo”, segnato da “suprematismo, razzismo, ritorno delle dittature e perdita dei valori democratici”. E se il cinema, confessa, fatica sotto il peso della velocità e della saturazione delle immagini, il teatro invece resiste, perché sentiamo la necessità di “corpi vivi che riacquistano sacralità”. E certe storie, come dimostra Portobello, non chiedono di essere imitate ma attraversate.

Fabrizio Gifuni, cosa ha significato per te interpretare Enzo Tortora, cioè entrare in una ferita ancora aperta della storia italiana?

Quelli di Portobello e della tragedia giudiziaria di Tortora, che interrompe la sesta stagione di questo fortunato programma, sono anni che continuo a esplorare, come in altri film e a teatro, perché sono decisivi. Rappresentano la linea che divide due “Italie”, tracciata dai corpi di Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro. C’è una storia dell’Italia del Dopoguerra, dopo la fine del fascismo, e poi una seconda Italia che, scavalcati quei corpi insepolti, apre agli anni Ottanta e, per passaggi successivi, arriva ai nostri giorni.

In che modo Portobello si colloca dentro quella frattura storica?

Portobello abbraccia gli ultimi tre anni degli anni ‘70 e i primi degli anni ‘80. Per me ha significato tornare, da un’angolazione differente e con un’altra storia importante e altrettanto rimossa, su quel periodo. La prima risposta emotiva, quando Bellocchio mi ha proposto questa storia, è stata la gioia di continuare un percorso che sto facendo con un immenso artista, uno dei più grandi contemporanei. E poi farlo di nuovo su quegli anni ha aumentato ancora di più il piacere e la curiosità di approfondire una storia che conoscevo ma che, come sempre accade quando devo entrare nel corpo di un altro, mi ha permesso di scoprire altro.

Cosa avete scoperto, entrando più a fondo?

Nel periodo in cui avvengono i fatti stavo preparando l’esame di maturità e avevo seguito quello che succedeva intorno a quel caso. La sera, dopo aver preparato gli esami, accendevo Radio Radicale e sentivo i processi trasmessi. Un po’ perché mi sarei iscritto a giurisprudenza da lì a qualche mese, e un po’ perché quell’ascolto mi sembrava molto vicino al mondo del teatro. Quelle lunghe arringhe e requisitorie erano, sotto una certa angolazione, delle grandi rappresentazioni. Certo, un teatro che si consumava sulla realtà e la carne viva di una persona completamente innocente, ma il mio ascolto non era così partecipe della tragedia, mentre con questo lavoro l’ho vissuto da un’altra prospettiva.

E a teatro, dal 30 marzo al 10 maggio a Bologna e Modena, porterai in scena il tuo progetto Attraversando quei corpi: Moro e Pasolini, i fantasmi della nostra Storia. Ancora oggi ci si accusa tra fascisti e comunisti, si evoca un centro democristiano che, però, nessuno riesce a resuscitare. Siamo cristallizzati all’epoca di quelle vicende?

Non so se siamo rimasti cristallizzati là, perché sono cambiate troppe cose. Come diceva Pasolini, il cambiamento in atto è stato radicale. Come passare dall’età del ferro all’età del bronzo. Allora non esisteva internet, non c’erano cellulari e le tecnologie per comunicare come oggi. Dal punto di vista politico mi sembra una inconscia nostalgia di un mondo che aveva ancora, con tutti i suoi orrori, un sistema di regole democratiche. Una tenuta, non solo nazionale ma internazionale, distante anni luce da quella di adesso. Ora assistiamo all’esplosione di un sistema.

E com'è successo?

È iniziato con i partiti e la politica ed è proseguito con le istituzioni. È come se tutto fosse destituito di una legittimità. Il rinominare con le stesse definizioni mi sembra evocare dei gusci vuoti. Certo è che, in alcuni casi, c’è una continuità. E queste storie servono a rinfrescarci la memoria. Non ci si sveglia in un altro Paese da un giorno all’altro. E quando le cose accadono è un po’ come se finissero di accadere.

La vicenda Tortora viene spesso ridotta a un macroscopico errore giudiziario.

Invece è molto più complessa. Superficialmente viene derubricata come il macroscopico errore giudiziario. Ma ci sono passaggi di questa vicenda meno noti. Infatti è stato difficile rendere comprensibile una storia in cui si nascondono mille dettagli in mille pieghe. Una domanda che ci siamo fatti è: come mai un personaggio così popolare, amato e seguito da 28 milioni di italiani, nel momento in cui viene incredibilmente arrestato con l’accusa di far parte di un’associazione criminale e di trafficare in stupefacenti, dopo poche ore trova già un’Italia pronta, non solo a voltargli le spalle, ma anche ad aggredirlo ferocemente?

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Lo stesso ambiente in cui era inserito, non solo non lo ha difeso ma è anche quello che, per primo, ha emesso una sentenza di condanna.

È stato scritto di tutto su Tortora, non solo in pochi lo hanno difeso ma si sono posti dei dubbi. Come disse lo stesso Tortora, furono pronti a esporlo come “un osceno trofeo”. In questo senso la sua storia è anche una delle pagine più nere del giornalismo italiano. Le firme più autorevoli dell’epoca hanno fatto a gara per scrivere cose terribili su di lui. Si fatica persino a leggerle con gli occhi di oggi. Perché c’era già una parte dell’Italia pronta ad aggredire un uomo così amato? È una delle domande che ci siamo posti con più insistenza.

Avete trovato una risposta?

Per provare bisogna avere la pazienza di ricostruire cos’è accaduto prima. Si scopre che Tortora viene cacciato due volte dalla sua azienda, che è la Rai. La prima volta nel ’62 per un episodio consueto: un’imitazione di troppo di Alighiero Noschese di un politico democristiano. La seconda nel ’69 per un’intervista al settimanale Oggi nella quale definisce la Rai in maniera sprezzante, dicendo che è “un jet colossale pilotato da un gruppo di boy scout che si divertono a giocare con i comandi”. Poi scopri che, nell’epoca del monopolio televisivo, si batteva dall’interno della Rai per la fine del monopolio e la liberalizzazione delle televisioni. Fonda persino una televisione privata, AntennaTre, che in poche settimane supera in ascolti Rai2. E in un’epoca in cui era necessario avere un’appartenenza politica, non apparteneva a nessuna delle due “chiese”: né democristiano né comunista. E neanche alla terza grande “famiglia”, la massoneria. Il suo nome non compariva negli elenchi della P2.

Un uomo libero e quindi esposto a tutti i venti?

Proprio così. In più, studiando, abbiamo scoperto che Tortora teneva rubriche di risposta ai lettori su giornali come Il Monello e Albo Tv. Se andiamo a rileggere quello che scriveva ci provoca un salto sulla sedia. Perché esprimeva giudizi pesantissimi, con un coraggio e uno sprezzo del pericolo davvero singolari rispetto all’epoca, anche sul tema della massoneria. Mettendo insieme tutti questi elementi, inizi a capire meglio non perché è accaduto, visto che c’è stata anche una componente di casualità, ma perché c’era già una parte dell’Italia pronta a vederlo cadere nella polvere. Senza contare quell’istinto tribale che, purtroppo, fa parte dell’essere umano, per il quale si prova un godimento neanche tanto nascosto nel veder distrutto un potente. Ora, con i social, è tutto ancora più veloce ed evidente.

C’è una scena fortissima che descrive quello che hai appena raccontato: Tortora esce dal commissariato e, nella selva di cronisti e fotografi, vede la scritta Rai sul furgoncino.

In quel caso la Rai non solo non lo stava difendendo, ma ricostruendo quei giorni è emerso che lo fanno attendere per diverse ore in caserma prima di portarlo a Regina Coeli perché bisognava aspettare che arrivassero le troupe, in prima fila la Rai. Credo che sia stato il primo momento in cui Tortora ha iniziato a capire che cosa stava succedendo e che la sua vita sarebbe cambiata per sempre. Che da quell’incubo non si sarebbe risvegliato così presto.

Anche in Portobello, come in Esterno notte, sogni e incubi hanno un ruolo centrale.

Sì, perché la ricostruzione che compie Bellocchio di questa vicenda è su un livello che potremmo definire kafkiano. Cosa succede a un uomo innocente quando qualcuno bussa alla sua porta e lo toglie dalla sua quotidianità accusandolo di qualcosa che non viene rivelata subito? Sono le prime quattro righe de Il processo di Franz Kafka: “Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato”. Qui c’è già tutto il caso Tortora. Un incubo che, secondo me, è anche la materializzazione di un incubo infantile: quello di non essere creduto. Quel livello Bellocchio lo racconta meglio di chiunque altro. Un mondo oscuro fatto di sogni e incubi, da Esterno notte a Portobello.

Nella tua interpretazione non c’è mai imitazione, ma una continua sottrazione. Come ti prepari a personaggi così radicati nell’immaginario popolare?

C’è una prima fase di immersione e conoscenza in tutti i materiali reperibili: documenti, libri, filmati, testimonianze. Cerco di pescare in tutto quello che può essere utile. Poi, siccome non faccio il giornalista di inchiesta o lo storico e devo trasformare tutto in carne e sangue, inizia il processo di interiorizzazione. Questo materiale comincia a travasarsi, osmoticamente, nel mio corpo. In questo modo prosegue il processo che spero mi porti all’evocazione di quello che chiamo “il fantasma”. L’obiettivo non è un risultato mimetico immediato, ma l’evocazione di un corpo che suggerisca quell’immagine. Parto dall’interno e cerco di capire cosa questo produce. In più c’è il rapporto con il regista, gli sceneggiatori, gli altri interpreti.

Marco Bellocchio
Marco Bellocchio

Marco Bellocchio è centrale in questo processo?

Marco è un gigante! Lavora con un gruppo di interpreti meraviglioso, a cui è legato, sul quale si innestano via via nuovi ingressi di grandissimo livello. La prima fase può essere solitaria, con un dialogo quasi esclusivo con il regista, ma poi il lavoro deve diventare vita. E nella vita cerco di stare il più possibile in ascolto del lavoro degli altri. Su Enzo Tortora, però, mi sono posto un problema specifico perché in quegli anni era un personaggio imitatissimo. Il successore di Alighiero Noschese era Gigi Sabani, che lo imitava continuamente. Io, che ho dei neuroni specchio piuttosto allenati, grazie anche al lavoro fatto con Orazio Costa sull’istinto mimetico dei bambini, ho dovuto sorvegliare questo istinto più del solito. Non volevo interferenze, non volevo che qualcuno pensasse a un’imitazione di un’imitazione. Ho dovuto trovare una giusta distanza tra il mio corpo e il suo, la mia voce e la sua.

Un vero corpo a corpo.

Sì, in particolare nei primi giorni di riprese senti che stai dando parti del tuo corpo in prestito all’altro e viceversa. In questo incontro c’è un assestamento, come se cambiassi pelle.

Uscendo da Portobello, il cinema di oggi è quello che ti immaginavi sarebbe diventato quando hai iniziato?

Il cinema che guardavo da adolescente veniva ancora dalla più grande cinematografia del mondo. Tutti si ispiravano direttamente a Fellini, Pasolini, Petri, Antonioni e molti altri. Abbiamo avuto una quantità di maestri quasi irripetibile. Quella stagione, debitrice anche al Dopoguerra e a una ritrovata libertà, non è simile a quella di oggi. Come la politica o la musica di quegli anni. Ma cerco sempre di resistere all’effetto nostalgia. È come se avessimo lenti che distorcono lo sguardo e ci fanno apparire il passato più puro e il presente più misero. Ci sono dati oggettivi, viviamo anni terrificanti, un nuovo Medioevo, ma credo che tra molti anni questa epoca verrà riletta scoprendo le cose buone che oggi non vediamo.

La velocità e la quantità, date dalla tecnologia, soffocano la qualità?

È un problema soprattutto per chi lavora con le immagini. Questo bombardamento continuo crea saturazione e anestetizzazione. Per sorprendere deve accadere qualcosa di quasi impossibile. Organizzare un racconto che abbia profondità è un compito ancora più urgente.

Ci è stato sottratto lo stupore?

Stupore è una parola che io e Bellocchio abbiamo usato spesso per descrivere Tortora. Lo stupore e lo spavento, legati alla dimensione dell’incubo. Tornando a quest’epoca, cerco di non farmi contagiare. Il mio interesse per il passaggio tra anni ‘70 e ‘80 non è nostalgico, ma il tentativo di capire cosa ci è successo, cosa siamo diventati, o forse cosa siamo sempre stati. È un lavoro sul passato per capire meglio il presente e guardare al futuro con consapevolezza.

L’impegno civile di tanti tuoi personaggi sembra tracciare un percorso sulle orme di grandi attori del passato, come per esempio Gian Maria Volonté.

Volonté per me è stato un riferimento giovanile enorme, come per tanti altri. Per la dignità in cui ha interpretato questo mestiere. Una grande ispirazione, perché se lo fai fino in fondo, non c’è distanza tra ciò che sei e ciò che fai. Si aderisce completamente, con passione, curiosità, entusiasmo e anche un po’ di follia. Io stesso non separo il tempo del lavoro dal tempo libero. Tanto che, quando mi chiedono che hobby ho oltre al lavoro, mi viene un brivido.

Perché tutto coincide.

Per me significa capire quello che succede nel mondo, non solo fare l’attore. Anche l’orrore.

A cosa pensi rispetto all’orrore di questi tempi?

Alle guerre in Palestina e Ucraina, al ritorno del suprematismo, del razzismo, alla perdita dei valori democratici, al ritorno delle dittature e delle autocrazie. Per me è tutto legato al lavoro che faccio. Non riesco a informarmi e poi a chiudere e fare altro. Anche per questo scelgo progetti che mi stanno a cuore. Non perché ami solo il teatro o il cinema civile, amo molto anche la commedia, ma perché sono prima un cittadino che un interprete. Vivo come nella Grecia di 2500 anni fa: il teatro contribuiva alla crescita della Polis, alla catarsi collettiva.

Forse non a caso il teatro oggi, in tempi bui, sembra rinascere.

È rinato in opposizione a ciò che viviamo. Più aumenta la riproducibilità delle immagini e l’intelligenza artificiale, più i corpi vivi riacquistano sacralità. In questo il teatro non ha rivali. Lo abbiamo visto dopo la pandemia, quando dopo le restrizioni è stato il primo a rianimarsi.

Una curiosità finale: dopo tanto cinema, hai mai pensato a una regia?

Per ora non è successo, può darsi che non succeda mai, ma non lo escludo in futuro. Come non avrei mai pensato di fare regia teatrale, poi è accaduto. Tra l’altro credo di essere tra i pochissimi attori italiani a non aver mai diretto un film. Ricordo che durante Il capitale umano Paolo Virzì spesso mi prendeva in giro: “Tutti hanno fatto un film e tu no?”. È affascinante, ma richiede una necessità profonda. E al momento non è all’ordine del giorno.

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