
Aldo Cazzullo ha fatto molto rumore con quel suo graffio sul Corriere della Sera. Ha criticato Sal Da Vinci e la canzone che tutti stiamo cantando da più di una settimana. È legittimo. Anzi, benvenuto nel club a Cazzullo. Sanremo si commenta, si stronca, si difende. Questo è il gioco.
E, quindi, se Cazzullo vuole dire che "Per sempre sì" è una canzone banale, dica appunto che è banale. Se vuole dire che è una canzone conservatrice, sentimentale, una canzone retrò, una canzone che titilla il sentire politico, lo dica e lo faccia a voce alta. Aldo Cazzullo ha tutto il vocabolario italiano a disposizione. Secoli di critica musicale alle spalle. Un intero arsenale di aggettivi. E lui sceglie: "colonna sonora di un matrimonio della camorra".
Qui non si tratta di difendere Napoli, di fare il meridionalista, come non si tratta nemmeno di una battuta mal riuscita, di un eccesso di colore da parte di Cazzullo. Si tratta di qualcosa di più profondo e di più grave: un automatismo mentale. Uno stilema. Un riflesso condizionato che attraversa trasversalmente una certa cultura (giornalistica e non) italiana e che funziona così:
brutto + Napoli = camorra.
Non è un'equazione nuova. È un'equazione antica, collaudata, quasi inconscia. Quando una cosa che viene dal Sud non piace, non basta dire che non piace. Bisogna inquinarla. Contaminarla semanticamente con la parola più pesante che abbiamo a disposizione per il Mezzogiorno. Come se "brutto" da solo non bastasse. Come se "kitsch" fosse insufficiente. Come se "melodrammatico" non rendesse l'idea. No: ci vuole la camorra. Ci vuole l'associazione criminale. Solo così il giudizio estetico diventa definitivo.
E la cosa paradossale è che Cazzullo non ce l'ha con Sal Da Vinci come persona — lo dice lui stesso, "è pure simpatico." Non ce l'ha con Napoli, ovviamente. Ce l'ha con quella canzone. Ma per stroncarla ha bisogno di tirar fuori Cosa Nostra campana. Perché evidentemente un napoletano che vince Sanremo con una canzone d'amore non può semplicemente perdere per eccesso di zucchero. Deve perdere per eccesso di criminalità organizzata.
Per dare un po' di contesto a chi ci legge: questo giornale conosce bene la materia. Viene da un'inchiesta che ha messo in luce le contraddizioni che c'erano dietro l'ascesa di un cantante neomelodico, quello sì, come Tony Colombo. Quell'inchiesta si chiama Camorra Entertainment. Viene, più di recente, anzi recentissimo, dal racconto dei rapporti che intercorrevano negli anni '90 tra Luigi Giuliano e Gigi D'Alessio, agli inizi della sua carriera, nelle live di Confidential.
E lo diciamo noi, che la camorra nel mondo musicale l'abbiamo raccontata davvero. Perché l'editoriale del conduttore di "Una giornata particolare" fa una cosa molto precisa: squalifica prima ancora di criticare. Non ti dice che la canzone è brutta. Ti dice che la canzone appartiene a un mondo che non dovrebbe avere accesso al palco dell'Ariston. Un mondo che, quando prova ad arrivarci, ci porta dentro qualcosa di irrimediabilmente sporco.
E Sal Da Vinci ha quarant'anni di carriera. Quarant'anni di palchi, di dischi, di pubblico. Non è arrivato a Sanremo per caso o per raccomandata. È arrivato perché esiste, perché ha resistito, perché ha studiato. Da Vinci è stato scelto da Roberto De Simone per un lavoro bellissimo, "L'opera buffa del giovedì santo" nel 2000: un onore che per esempio uno come D'Alessio, che Cazzullo non si sognerebbe mai di accostare alla camorra – eppure! – non ha mai avuto. Sono aneddoti e storie che evidentemente Cazzullo, come i suoi collaboratori, non hanno studiato, forse perché non ne hanno contezza.
Insomma, le connessioni tra il mondo della camorra e della musica le conosciamo bene e lo abbiamo dimostrato. Il punto centrale è un altro: è svilente parlare in questo modo di un fenomeno culturale di una città che sta avendo egemonia culturale sul resto del Paese. Si può dire che una canzone è brutta. Si può dire che non è da Sanremo. Si può dire che è conservatrice, melensa, fuori tempo. Si può dire tutto. Ma "matrimonio da camorra" non è un giudizio estetico. È un'associazione di idee. E quell'associazione di idee dice molto di più su chi la formula che sulla canzone.
Si può avere da ridire anche sulla riduzione del termine "neomelodico", considerato che un fenomeno come Liberato pesca a piene mani da quell'universo ed è ascoltato in tutto il mondo. E quindi non è tanto lo scivolone di Cazzullo, quanto uno stilema abbastanza trito. Ogni cosa brutta si associa immediatamente dal punto di vista semanticamente al fenomeno camorristico. Non si può più.
E allora l'unica colonna sonora che riconosco in questa storia è quella di un certo giornalismo italiano che quando non capisce qualcosa che accade, trova sempre il modo di squalificarlo. A prescindere che arrivi o meno dal Sud, che arrivi o meno da Napoli. È sempre la stessa canzone. Quella sì, banale e scontata.