27 Giugno 2013
11:00

“Yo”, pronome personale neutro

I ragazzini di una scuola di Baltimora usano “yo” al posto di “she” e “he”, eliminando la questione di genere dai pronomi personali.
A cura di Chiara Lalli

“Yo” è un’espressione gergale usata come intercalare, per salutare o per concludere una frase. La si può ascoltare anche in molti film e serie tv. Come nell’indimenticabile discorso di Sylvester Stallone in Rocky IIdopo avere sconfitto Apollo Creed: “Yo Adrian, I did it!”. O come nella recente e amatissima serie tv Breaking Bad, vincitrice di molti premi e la cui stagione finale andrà in onda dal prossimo 11 agosto(in realtà è la seconda parte della quinta stagione, le cui prime 8 puntate sono state trasmesse l’anno scorso da AMC). Jesse Pinkman è un ragazzo un po’ sbandato che si ritrova coinvolto nella produzione di metanfetamina insieme a Mr. Walter White, integerrimo insegnante di chimica fino a quando scopre di avere un tumore, poco tempo da vivere, un figlio adolescente con una paralisi cerebrale e uno in arrivo. Per non lasciarli senza soldi e senza futuro comincia a produrre metanfetamina, o meglio la migliore metanfetamina in commercio, con l’alias Heisenberg. Una delle peculiarità di Pinkman è l’uso smodato di “yo”.

“Yo” è anche protagonista di un fenomeno linguistico curioso: in una palestra di Baltimora “yo” è spesso usato come pronome neutro, cioè privo di connotazione maschile o femminile. Intorno a questa piccola espressione qualche anno fa si erano concentrate le attenzioni di due studiose di linguistica. Elaine M. Stotko e Margaret E. Troyer, della Johns Hopkins University, si erano infatti accorte che in una scuola di Baltimora i ragazzini avevano cominciato a usarla come pronome neutro al posto del femminile “she” e del maschile “he”. Stotko e Troyer, incuriosite da questa innovazione spontanea, hanno fatto vedere ai bambini alcuni cartoni animati e hanno poi chiesto loro di rispondere ad alcune domande, alla ricerca del significato con cui veniva usato “yo”. Si sono rese conto che oltre all’uso noto, tra cui anche l’abbreviazione di “your” (tuo), andava anche a sostituire i pronomi caratterizzati dal genere e quando accadeva i bambini lo facevano intenzionalmente (nel 2007 hanno pubblicato A new gender-realated pronoun in Baltimore, Maryland: a preliminary study, “American Speech”,82, 3, 2007).

L’uso di “yo” come pronome privo di connotazione di genere è interessante per diverse ragioni, oltre a costituire un ennesimo sintomo dell’evoluzione della lingua. Per alcuni potrebbe iscriversi nel dominio dello sforzo e dell’attenzione al linguaggio come veicolo di lotta alle discriminazioni – si pensi all’uso del termine “uomo” per indicare un essere umano in generale. Non solo: per anni si è cercato di introdurre senza successo un pronome singolare privo di connotazione di genere come il plurale “they”: al singolare si tende a usare “he”, ma per molti è impreciso e per alcuni addirittura sessista (proprio come “uomo” e “umanità”). Una frase come “every child has his notebook” è inevitabilmente colorata al maschile. Nessuna soluzione sembra essere soddisfacente: “their” sarebbe grammaticalmente scorretto, e “his or her” potrebbe suonare ridondante – come ogni volta in cui dovremmo declinare sia al femminile e al maschile. “Signore e signori”, “amiche e amici”. Scrivendo spesso si adotta l’asterisco: tutt*. Rimane però difficile immaginare come pronunciare parole come car*, invitat*, partecipant*.

L’attenzione alle parole che usiamo non è ovviamente limitata alle questioni di genere. Ci sono molti esempi di parole accusate di veicolare giudizi negativi o concetti parziali, e sostituite: vecchio e anziano, grasso e sovrappeso, disabile e diversamente abile, cieco e non vedente. Ci sono poi parole che hanno subito profonde rivoluzioni semantiche: come queer, passata dall’essere inizialmente analoga a “insolito”, poia un insulto, poi di nuovo a denotare un universo eterogeneo senza connotazione negativa. È ovvio che il contesto sia strettamente intrecciato al destino e ai significati delle parole, che sono cangianti e sui quali la discussione è potenzialmente infinita.A volte sostituire un termine con un altro richiede uno sforzo enorme, a volte il risultato è fallimentare o discutibile.

Ed ecco che ora viene fuori spontaneamente e da parte dei bambini, i quali chissà da dove si saranno ispirati. Stotko aveva inizialmente ipotizzato dal rap, ma dopo avere analizzato 3000 testi aveva scartato l’ipotesi. Qualunque sia l’origine – e qualunque sarà l’evoluzione e la diffusione di questo uso – spesso si creano parole o si riadattano i significati originari quando ci servono e l’uso colloquiale è un terreno fertile per le innovazioni linguistiche. In questo caso è particolarmente affascinante come un termine così minuscolo possa veicolare e rappresentare un cambiamento semantico così profondo.

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