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Trump è sempre più in trappola.
Nelle ore scorse è stato obbligato a fare pressione sulla Siria per entrare in guerra in Libano contro Hezbollah; questo comporterebbe un'escalation regionale con pesanti ripercussioni sulla stabilità di entrambi i Paesi. Trump sembra ignorare la storia delle guerre civili libanesi e dell'intervento siriano del 1976, culminato in un'occupazione pluridecennale. O, verosimilmente, non ne considera le implicazioni geopolitiche.
L'obiettivo è coinvolgere gli alleati nel conflitto per alleggerire la pressione interna negli Stati Uniti, alimentata dalle dimissioni del delegato all'antiterrorismo, un ex fedelissimo critico verso la postura aggressiva contro l'Iran. Trump tenta di internazionalizzare il conflitto per diluire le proprie responsabilità e non apparire come l'unico sostenitore di Netanyahu.
La proposta di una coalizione internazionale per lo stretto di Hormuz e le pressioni su Damasco segnano il declino di una presidenza che in quattordici mesi ha destabilizzato gli equilibri globali. Mentre la Cina osserva il logoramento diplomatico statunitense, la visita di Stato a Pechino appare incerta: è complesso negoziare con una potenza che mantiene solidi asset energetici con la Russia di Putin — beneficiario economico della crisi — e con lo stesso Iran, che esercita il controllo sul transito marittimo nello stretto.
Il Presidente che prometteva il rilancio dell'egemonia americana si trova oggi in una condizione di stallo politico, in attesa delle elezioni di medio termine.
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