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Ieri Hamdam Ballal, regista del documentario No Other Land, premiato con l'Oscar lo scorso anno, è finito in ospedale, a causa dell'aggressione di un colono israeliano in Cisgiordania. È solo l'ultima di una lunga serie di aggressioni: giusto un anno fa, era il 25 marzo del 2025, Ballal aveva subito un'altra aggressione da un gruppo di venti coloni. Poi sono arrivati altri soldati israeliani e hanno iniziato a pestarlo pure loro. Poi è stato portato in prigione.

È una piccola storia, questa, che guadagna un minimo di visibilità pubblica in ragione della relativa popolarità di Ballal. Ma è solo una delle tantissime storie di abusi e vessazioni che subiscono i palestinesi nella loro terra, la Cisgiordania, occupata illegalmente da centinaia di migliaia di coloni, con la compiacenza e il sostegno del governo israeliano. Quello stesso governo israeliano che giovedì prossimo si ritroverà a officiare assieme a Trump quel Board of Peace che sancirà definitivamente la de-palestinizzazione di Gaza, trasformando la striscia in un territorio di sviluppo immobiliare a uso e consumo del genero di Trump, degli israeliani e dei super ricchi del Golfo.

Tutto questo accade nel silenzio e nell'indifferenza di opinioni pubbliche che fino a qualche mese fa si erano mobilitate per la Palestina e che oggi si ritrovano inerti e impotenti a lasciare che sia. Ecco: forse è arrivato il momento di tornare a fare un po’ di rumore, per Gaza e per la Cisgiordania. Che dite?

E ora passiamo alle domande di questa settimana

  • Come ci si deve comportare con i giustizieri che hanno rischiato di linciare Naudy Carbone, il 39enne italiano di origine guineana che Alex Manna – assassino di Zoe Trinchero – aveva indicato come il possibile killer, e che invece è risultato del tutto estraneo al delitto? – Giusy

Cara Giusy, la tua domanda mi ha fatto tornare in mente il "paradosso della tolleranza", uno dei concetti più citati del filosofo austriaco Karl Popper contenuto nel suo saggio La società aperta e i suoi nemici. Scriveva Popper che "la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi".

E qui torniamo al femminicidio di Zoe Trinchero e al tentativo di linciaggio di Naudy Carbone, un uomo colpevole solo di incarnare perfettamente uno stereotipo razzista: "nero", quindi più propenso dei "bianchi" a commettere dei crimini. Non so cosa si debba fare con le circa 50 persone, molte delle quali giovanissime, che hanno minacciato di linciare Carbone. Credo però che quelle persone siano la dimostrazione concreta di come l'intolleranza stia prendendo il sopravvento nella nostra società dopo anni di propaganda e scientifica manipolazione della realtà fatta soprattutto da alcuni leader politici (spalleggiati da non pochi intellettuali e giornalisti).

La destra di questo Paese ha raccontato per anni agli italiani che il loro primo problema, la prima minaccia alla loro sicurezza, era l'immigrazione: che era in corso un'invasione, che era minacciata la nostra cultura, addirittura che era in atto una sostituzione etnica. La propaganda è stata martellante e ha fatto diventare queste bufale "senso comune" nella società, complice anche un centrosinistra che spesso, quando ha governato, non ha avuto il coraggio di proporre un modello di società aperto e inclusivo, quindi giusto. A questo punto, dunque, la domanda da farci credo sia questa: non solo come comportarci con i giustizieri che hanno rischiato di linciare Naudy Carbone, ma cosa siamo disposti a fare per difendere e riaffermare una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti?

Davide Falcioni, redattore area Cronaca

  • Da due giorni non si fa che parlare di un comico sconosciuto ai più e il governo con le alte cariche dello Stato è sceso in campo per deprecare gli attacchi della sinistra "illiberale". Polemiche ideologiche a parte, perché nessuno prende in esame il modo sconcio e osceno con cui si è presentato sui social? Il reato di offesa al pudore è forse stato abolito per i comici di destra? – Luciano 

Salve Luciano, grazie per aver condiviso la sua indignazione con noi. Va detto che in questo momento può sentirsi davvero poco solo, vista la reazione collettiva all’annuncio di Andrea Pucci come ‘spalla comica’ di Carlo Conti nella terza serata di Sanremo e al Carnevale di Rio innescato dal suo ritiro. Ci chiede come mai, quando si è voluta attaccare “la sinistra illiberale”, non si sia preso in esame “il modo sconcio e osceno” con cui ha conquistato le sue platee sui social. Comprensibile.

Tento una risposta: finché Pucci resta una delle tante proposte da portare in teatro, è plausibile che chi gli garantisce i sold out lo trovi particolarmente divertente e valevole di ogni euro sul biglietto. Quando, però, viene scelto come eccellenza italiana per ricoprire un ruolo di siffatto prestigio internazionale (parliamo dell’evento di musica e spettacolo più grande del nostro Paese), le cose cambiano. Ed è lì che il visus resta immotivatamente limitato. Ché non si tratta più di schieramenti politici bensì di opportunità. E comprendere che uno spazio simile potrebbe essere offerto a chi non ha fatto dei suoi palchi occasione per dare risalto a teorie no vax, battute omofobe e sessiste, e ammiccamenti razzisti con pretesti ironici, dovrebbe essere dato per scontato.

Eppure. Puntuali come qualunque mezzo di trasporto sogna di essere in questo periodo storico, arrivano l’accusa di illiberalità e la frase “non si può dire più niente” a tentare di disattivare le polemiche. Ma sembra chiaro che la libertà sia un valore inespugnabile e che si possa dire un po’ tutto, a patto che si capiscano i contesti e si scelgano bene i posti in cui farlo.

Eleonora D'Amore, capo area Spettacolo

  • Fra poco più di un anno si voterà e la sinistra ancora non ha presentato una proposta di paese alternativo a questo attuale scempio. Non si può solo dire che non va, bisogna proporre concretamente cosa fare e come farlo. Sono profondamente addolorata perché così avremo la destra al governo a vita. – Cristiana

Ciao Cristiana, è ancora presto per discutere di programmi elettorali, ma non lo è per parlare di alleanze e quello tu che poni è certamente un tema. Al di là dei buoni propositi, sinora il centrosinistra (o campo largo comunque lo si voglia chiamare) non è riuscito a proporsi come una coalizione stabile. Le numerose Regionali dello scorso anno sono state un banco di prova in questo senso. Nella maggior parte degli appuntamenti elettorali i partiti del campo largo si sono presentati uniti, o quantomeno ci hanno provato. Tuttavia mettere in piedi accordi finalizzati a raccogliere consensi e battere il rivale non basta. Come osservi anche tu un’alleanza solida e credibile richiede un programma comune, unità di intenti, una leadership chiara, nonché la disponibilità a mettere da parte protagonismi e pretese, che talvolta – fammelo dire – hanno animato soprattutto chi in qualche modo ambisce a varcare nuovamente le porte di Palazzo Chigi. Elementi che rintraccio a fatica nel centrosinistra. Dei passi avanti, va riconosciuto, sono stati fatti. Ad esempio quando durante la discussione sull’ultima legge di bilancio

M5S, Avs, Italia Viva e Pd hanno presentato  degli emendamenti congiunti, che volendo potremmo spingerci a considerare una sorta di “protoprogramma” elettorale. Sulle singole questioni però, specie in politica estera, le divisioni riaffiorano. Intendiamoci, lo stesso si verifica spesso e volentieri pure nel centrodestra (il decreto Ucraina è il primo esempio che mi viene in mente ma ce ne sarebbero di altri). E attenzione, non è necessariamente un male. Il punto è che manca una visione di Paese davvero condivisa assieme a proposte definite, fattibili, che non siano la semplice e quasi naturale reazione di chi si trova all’opposizione. In fondo, il 2027 non è poi così lontano.

Giulia Casula, redattrice area Politica

  • Perché per ogni catastrofe nazionale e mondiale abbiamo aiutato ed ora per Niscemi il governo non fa nulla? – Giovanni

Caro Giovanni, quando avviene una catastrofe naturale si apre sempre una fase delicata, dal punto di vista politico. Servono interventi rapidi e decisi, servono molti soldi e serve la capacità di usarli nel modo migliore e nei tempi più consoni per aiutare le famiglie colpite. Purtroppo, come sai, spesso i disastri climatici (e non solo) in Italia sono stati seguiti da anni di malagestione in cui le ricostruzioni sono andate a rilento.

Per quanto riguarda Niscemi, siamo ancora – relativamente – all’inizio. Dopo i 100 milioni di euro stanziati dal governo per i primi interventi di emergenza (non solo a Niscemi, ma in Sicilia, Calabria e Sardegna), ora l’esecutivo deve trovare molti più soldi per un vero e proprio decreto Maltempo con gli aiuti e i ristori necessari.

Il presidente siciliano Renato Schifani ha parlato di due miliardi di euro di danni, ma il ministro della Protezione civile Nello Musumeci (predecessore di Schifani in Sicilia) ha detto che per ora ci sono stime “un po’ approssimative”. Il via libera dovrà passare anche dal ministro dell’Economia Giorgetti e dalla Ragioneria dello Stato.

Insomma, non è ancora chiaro quanti soldi servano e quanti ce ne siano a disposizione. Quindi, dare una tempistica chiara è difficile. Da più parti è arrivata la richiesta di usare i soldi assegnati al Ponte sullo Stretto, ma è rimasta solo un’ipotesi. La macchina dell’esecutivo si sta muovendo. Se questa settimana non arriveranno novità chiare, però, la pressione politica si alzerà. Anche perché pochi giorni fa Musumeci ha detto che Meloni ha in programma di tornare presto a Niscemi. Farlo senza lo straccio di un aiuto sarebbe una figuraccia.

Luca Pons, redattore area Politica

Direi che è tutto, anche per oggi.
Grazie per averci accompagnato fino a qua.

Francesco

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