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La newsletter di Fanpage.it contro il silenzio

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Ciao,
mentre scrivo queste righe è stato fermato per omicidio volontario il poliziotto che ha ucciso un uomo di ventotto anni presso la stazione di Milano Rogoredo, sparandogli alla tempia. Un omicidio, questo, che inizialmente sembrava essere avvenuto per legittima difesa – era stata trovata una pistola a salve accanto al morto – e che i politici di destra, in primis Matteo Salvini, avevano strumentalizzato per promuovere l’ennesimo decreto sicurezza e uno scudo penale per le forze dell’ordine .
Oggi, imbarazzo e silenzio totale.
E forse è una storia che può servire da lezione. Per insegnarci una volta di più che tutti siamo uguali davanti alla legge. Che sbilanciare i piani solo perché da una parte c’è un servitore dello Stato e dall’altra uno straniero non serve certo a renderci più sicuri. Che il rovescio della medaglia dell’iper-tutela di chi ha il monopolio dell’uso della forza è il rischio dell’abuso di potere. E soprattutto che la politica, di fronte alla cronaca, farebbe meglio a contare fino a un milione, prima di aprire la bocca.

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Dopo la sentenza del tribunale di Bari che ha condannato 12 fascisti, secondo la legge Scelba, il ministro dell'interno non sarebbe tenuto a chiudere il luogo di aggregazione, quindi CasaPound, confiscare i beni dell'associazione e scioglierla? E se non lo facesse, chi potrebbe o dovrebbe metterlo di fronte alle sue responsabilità?

Roberta

Cara Roberta,
hai ragione ma la questione è meno automatica di quanto possa sembrare, ed è proprio qui che si gioca il nodo politico. La legge Scelba (legge 645 del 1952), che dà attuazione alla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, prevede lo scioglimento delle organizzazioni che perseguono finalità antidemocratiche proprie del partito fascista o che ne realizzino la riorganizzazione. Storicamente, quando negli anni Settanta furono colpite organizzazioni come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, allo scioglimento si arrivò attraverso un atto del governo, un decreto del ministro dell’Interno, dopo un accertamento giudiziario che ne riconosceva la natura neofascista. Il punto decisivo oggi, però, è questo: la sentenza di Bari riguarda dodici persone ed è una sentenza di primo grado. Ha riconosciuto la riorganizzazione del disciolto partito fascista in relazione a fatti specifici e a responsabilità individuali. Non equivale però automaticamente a una pronuncia che dichiari CasaPound, in quanto organizzazione nazionale, come tale da sciogliere. Perché si arrivi a uno scioglimento, come dici tu, serve un atto politico-amministrativo del governo fondato su un quadro giuridico solido, che può poggiare su sentenze, ma che però non scatta in modo meccanico. Questo significa che il ministro dell’Interno non è “obbligato” in senso tecnico immediato a sciogliere CasaPound il giorno dopo la sentenza. Ma significa anche che, se esistono elementi giudiziari che qualificano condotte riconducibili all’organizzazione come riorganizzazione del partito fascista, il governo non può far finta che non esista un problema.Se il ministro non intervenisse, le sedi di responsabilità sarebbero innanzitutto politiche: il Parlamento può esercitare controllo attraverso interrogazioni, mozioni, richieste di informativa. L’opposizione può chiedere conto dell’inerzia. Anche la magistratura, in presenza di ulteriori fatti e procedimenti, potrebbe incidere nuovamente sul piano penale. Ma lo scioglimento resta sempre un atto del potere esecutivo. In altre parole, la legge fornisce lo strumento, ma la sua attivazione dipende da una scelta politica sostenuta da un fondamento giuridico adeguato. È sempre stato così. La domanda, allora, non è solo “chi può obbligare il ministro”, ma “chi costruisce le condizioni politiche e istituzionali perché quella scelta diventi inevitabile?”.

Francesca Moriero, redattrice area Politica Fanpage.it

Si parla molto per il referendum sulla giustizia, della separazione delle carriere; potrebbe anche essere importante la composizione dei CSM nel condizionare l'autonomia dei magistrati?


Giuseppe

Caro Giuseppe,
la tua è una delle domande centrali nel dibattito sul referendum del 22 e 23 marzo. La riforma su cui saremo chiamati a votare separa completamente le carriere di pm e giudici, e come conseguenza porta alla ‘separazione’ anche del Consiglio superiore di magistratura in due organi diversi. Si è molto parlato del fatto che i membri dei due Consigli (per due terzi ‘togati’, cioè magistrati, e per un terzo ‘laici’, cioè esperti di diritto che non sono magistrati) saranno sorteggiati: tra i pm e i giudici potrà essere sorteggiato chiunque, mentre per quanto riguarda i laici il Parlamento stilerà una lista da cui poi sarà fatta l’estrazione. Il presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco, schierato per il Sì, intervistato da Fanpage.it ha detto che oggi il Csm è “fortemente politicizzato” e che questa vicinanza alla politica “con il sorteggio sparirà”. Servirebbe, quindi, a rendere più autonomi i magistrati. Dall’altra parte, il consigliere della Corte di Cassazione Raffaello Magi ha sostenuto che sia un “rimedio peggiore del male”, perché il sorteggio “cancella ogni forma di rappresentanza”. Quindi, i magistrati avrebbero meno peso negli organi che servono a garantire la loro stessa indipendenza. Con di un pm più “‘controllato’ dal potere politico”. Quindi sì, per rispondere alla tua domanda, la composizione del Csm può essere importante per condizionare l’autonomia dei magistrati. Il fronte del Sì e quello del No, però, sostengono che abbia effetti opposti.

Luca Pons, redattore area Politica Fanpage.it

Cosa sappiamo di cosa sta succedendo a Cuba con l'embargo USA, che pare molto più restrittivo rispetto agli anni precedenti a Trump? Pare che la popolazione sia in grave sofferenza e nessuno ne parla. Grazie


Paola

Ciao Paola,

grazie per averci scritto e per aver sollevato il tema della crisi cubana, una delle più difficili della sua storia. L'isola caraibica è effettivamente una "pentola a pressione" che rischia di esplodere: la carenza di cibo, medicinali e carburante è sistematica e i blackout elettrici sono diventati la norma, paralizzando la vita quotidiana e l'economia ma mettendo in difficoltà anche i servizi – ad esempio gli ospedali – e il turismo. Ma perché la situazione di oggi è peggiore di quella di qualche mese fa? Le cause della crisi – come ha spiegato a Fanpage.it il professor Gennaro Carotenuto, uno dei massimi esperti di America Latina in Italia – vanno ricercate in un mix di fattori energetici, geopolitici e strutturali, e un ruolo determinante è – ça va sans dire – quello giocato da Donald Trump: dopo l'attacco al Venezuela del 3 gennaio e il sequestro di Nicolas Maduro, infatti, il capo della Casa Bianca ha imposto a Cuba un embargo commerciale, economico e finanziario ancor più severo di quanto non fosse quello già in vigore dal 1959. Il bloqueo, in particolare, questa volta riguarda soprattutto il petrolio venezuelano, di fatto controllato dagli Stati Uniti. E come sai, Paola, non disporre di petrolio significa per Cuba soffocare lentamente. Trump, insomma, sta cingendo Cuba in una sorta di brutale "assedio medievale" che mira a cancellarne l’autodeterminazione. Perché lo fa? Beh, anche qui niente di nuovo: la Casa Bianca sta trattando tutta l’America Latina come un vasto territorio funzionale esclusivamente agli interessi statunitensi. I Paesi che si piegano alle volontà del "sovrano" nello Studio Ovale godono di qualche forma di "rispetto"; quelli, come il Venezuela, Cuba (e altri), che invece adottano sistemi economici e politici alternativi vengono schiacciati dalla prepotenza di Washington. E attenzione: il rischio è che i prossimi stati ai quali Trump potrebbe dedicare le sue "attenzioni" possano essere Messico, Colombia e Brasile.

PS: durante i mesi più duri del Covid l’Italia ha ricevuto la solidarietà dei medici cubani, sanitari che tuttora supportano gli ospedali calabresi. Dal nostro governo ci si sarebbe potuti aspettare quanto meno gratitudine, e magari anche l’invio di aiuti concreti all’isola. Invece il Ministro Tajani si bea della crisi cubana, perché lì vige un “regime comunista”. Ma lo sappiamo: per lui il diritto internazionale “vale solo fino a un certo punto”.

Davide Falcioni, redattore area Cronaca Fanpage.it

È insopportabile l'idea e il fatto che un comitato d'affari, capeggiato da una persona senza scrupoli e moralità, possa compiere, con il consenso di un gruppo di accoliti, un misfatto tale: deportare un popolo ed appropriarsi della loro terra. Pare del tutto inutile fare appello al senso etico dell'operazione in corso, tuttavia, mi chiedo, e rivolgo a voi la mia perplessità, ma non esistono diritti di proprietà a Gaza, da parte di chi ci abitava?

Silvio

Caro Silvio,

I titoli di proprietà nei territori palestinesi occupati, sono materia assai complessa, la cui storia è costellata da cambiamenti sopraggiunti ad accordi, come l'Accordo di Oslo, e da nuove norme unilaterali introdotte da Israele. Per un palestinese, a Gaza come in Cisgiordania, è impossibile registrare i titoli di proprietà della terra già dal 1968, perché Israele non li riconosce e non permette la registrazione. Laddove esistano dunque dei titoli di proprietà questi sono databili alla dominazione Giordana o prima ancora all'Impero Ottomano. E' del tutto evidente che in un territorio assediato dalla guerra da ottanta anni, e dopo due anni di genocidio che hanno ridotto l'intera Striscia di Gaza ad un cumulo di macerie, la possibilità che i palestinesi abbiano ancora i documenti di proprietà della loro terra e delle loro case è sicuramente molto improbabile. Un esempio storico simile è quello che è accaduto nella ex Jugoslavia durante le guerre dei Balcani degli anni novanta, con la distruzione degli archivi di Stato in Bosnia. Negli anni successivi il numero di cittadini apolidi per mancanza di attestati di nascita e documenti di identità è aumentato esponenzialmente, così come l'incertezza sulla proprietà privata delle terre. Detto ciò non esiste al momento una regolamento stabilito dal fantomatico Board of Peace che spieghi come intendono procedere all'acquisizione dei terreni dove vorranno costruire le opere. Nondimeno si deve però considerare anche la possibilità che chi abbia ancora dei titoli di proprietà esigibili, possa decidere di vendere, per necessità, le proprie terre ad investitori stranieri, cosa vietata fino agli accordi di Oslo, ma che potrebbe essere rivista. La questione quindi per ora è molto fumosa. Intanto il governo Israeliano ha varato nuove norme per la Cisgiordania che prevedono che i palestinesi debbano dimostrare la proprietà delle case e dei terreni esibendo documenti validi. In caso contrario case e terreni verranno dichiarati proprietà dello Stato di Israele. E' un processo che va già avanti lentamente da anni, ma ora il governo Netanyahu ha stanziato 211 milioni di shekel per allargare questi controlli a tutta la Cisgiordania, comprese le grandi città palestinesi. Questa vicenda si può leggere su Fanpage.it, qui.

Chissà che questo tipo di direzione non verrà presa anche per i territori della Striscia di Gaza.

Antonio Musella, videoreporter Fanpage.it

Direi che è tutto, anche per oggi.
Grazie per averci accompagnato fino a qua.

Francesco

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