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Delitto di Arce, omicidio di Serena Mollicone

Omicidio Mollicone, la difesa prima della sentenza: “Assoluzione per i Mottola non ci sono prove”

L’avvocato della famiglia Mottola ha chiesto l’assoluzione in formula piena per non aver commesso il fatto: “Comportamento non verificato e non logico”.
A cura di Beatrice Tominic
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"Assoluzione con formula piena per non aver commesso il fatto": è questo quanto richiesto dall'avvocato della difesa della famiglia Mottola, dall'ex comandante della caserma di Arce, il maresciallo Franco Mottola, suo figlio Marco e sua moglie Anna Maria. I tre, imputati per l'omicidio di Serena Mollicone avvenuto nel 2001 ad Arce, in provincia di Frosinone, sono stati chiesti rispettivamente 30, 24 e 21 anni.

Secondo il loro legale, però, mancano le prove per condannarli: "Alla luce della ricostruzione fornita dalla Procura il comportamento della famiglia Mottola non è logico – ha spiegato oggi in aula l'avvocato Francesco Germani, a capo del gruppo di difensori della famiglia Mottola – Non è stata fornita dall'accusa una valida alternativa, quindi quei comportamenti non si sono verificati. Vi affido l'avvenire, la sorte e il destino dei signori Mottola". Secondo l'avvocato i tre sono innocenti e non ci sarebbe alcuna prova dei presunti depistaggi a cui più volte si è fatto riferimento nel corso del processo.

I depistaggi del maresciallo Mottola

Nel corso del processo spesso si è fatto riferimento ai presunti depistaggi del maresciallo Mottola per proteggere se stesso e la moglie, ma soprattutto suo figlio. Fin dalla mattina di quel tragico giugno 2001, il maresciallo avrebbe convinto suo figlio ad uscire dalla caserma e dalla loro case e ad attraversare le strade del paese per farsi vedere in giro e procurarsi un alibi. Sarebbe stato il maresciallo stesso a rientrare in caserma, il luogo in cui si stima sia stata aggredita Serena Mollicone e, insieme alla moglie, ad occultare il corpo. A seguito delle prime testimonianze, la condotta del maresciallo sarebbe stata volta a salvaguardare la sua famiglia: all'inizio avrebbe diramato una segnalazione per cercare un'automobile Lancia Y rossa, anziché bianca come quella di suo figlio; poi avrebbe aspettato ad aggiungere agli atti le testimonianze di chi aveva visto la ragazza in auto con il figlio.

Per allontanare i sospetti dal figlio, come hanno dichiarato i carabinieri del comando provinciale, avrebbe iniziato a costruire "un crescendo di coperture". Questo è un comportamento che il maresciallo adottava spesso nei confronti del figlio Marco Mottola anche in altre circostanze: sapeva che il figlio frequentava pusher e consumava droga. per questa sua condotta, sarebbe stato disposto anche un trasferimento come provvedimento disciplinare per incompatibilità ambientale.

La mancanza di prove

La difesa della famiglia Mottola rimane ben salda e continua a sottolineare come manchino le prove dell'omicidio: secondo il legale del figlio Marco la porta della caserma contro cui sarebbe stata sbattuta Serena Mollicone non basta per incriminare i Mottola. "Per avere una sentenza giusta bisogna avere indizi gravi, precisi e concordanti. L'accusa non può fondarsi sulla sommatoria fine a se stessa di tutti gli indizi messi insieme. Indizi che non sono prove – ha specificato davanti alla Corte d'Assise del Tribunale di Cassino l'avvocato Piergiorgio Di Giuseppe – Non è una porta che può dare credibilità a indizi che non l'avevano".

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