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Delitto di Arce, omicidio di Serena Mollicone

Omicidio Mollicone, la difesa dei Mottola: “La porta non basta, mancano le impronte”

Oggi in aula ha parlato la difesa dei Mottola: “La porta non può dare credibilità agli altri indizi, mancano le impronte.” E si parla di “frastuono mediatico.”
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A cura di Beatrice Tominic
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Delitto di Arce, omicidio di Serena Mollicone

Ha parlato oggi il legale della difesa di Marco Mottola, il figlio dell'ex comandante di Arce, il maresciallo Franco Mottola e di sua moglie Anna Maria, tutti e tre accusati per omicidio e occultamento di cadavere di Serena Mollicone, la ragazza uccisa ad Arce, in provincia di Frosinone, nel 2001. Per loro lunedì scorso il pm ha richiesto condanne rispettivamente di 24, 30 e 21 anni.

Davanti alla Corte d'Assise del Tribunale di Cassino l'avvocato Piergiorgio Di Giuseppe, difensore di Marco Mottola, sotto processo con l'accusa di omicidio volontario, ha commentato la richiesta del pm: "Siamo nel bel mezzo di un processo indiziario, ma per avere una sentenza giusta bisogna avere indizi gravi, precisi e concordanti. L'accusa non può fondarsi sulla sommatoria fine a se stessa di tutti gli indizi messi insieme. Indizi che non sono prove – e poi ha specificato – Non è una porta che può dare credibilità a indizi che non l'avevano", ha aggiunto, facendo riferimento alla porta contro la quale Serena sarebbe stata sbattuta prima di morire.

L'avvocato, per avvalorare le sue parole, ha ricordato che il processo deriva da due archiviazioni, entrambe successive alle dichiarazioni del brigadiere Tuzi e a tutte le indagini che sono incorse a carico della famiglia Mottola: "Nel 2009 e nel 2015, senza la porta, quegli indizi da soli sono stati considerati non gravi, non precisi e non concordanti."

Le impronte sulla porta

Nel corso della sua arringa, l'avvocato Mauro Marsella che, invece, difende la mamma di Marco, Anna Maria Mottola, ha ricordato: "Sono stati richiamati casi eclatanti di cronaca come quello di Yara Gambirasio. In quel caso il dna di Bossetti è stato trovato sugli slip della ragazza. Stavolta abbiamo delle impronte che non sono degli imputati e questo è un muro oltre il quale non si può andare". Le impronte a cui fa riferimento sono quelle rinvenute sul nastro adesivo che è stato utilizzato per fissare il sacchetto che avvolgeva la testa di Serena quando è stato rinvenuto il suo corpo nel bosco di Anitrella. "Di chi sono quelle impronte? Non lo sapremo mai", ha aggiunto il legale. "Anche se c'è la porta – ha concluso, infine – Dire che Tuzi sia attendibile è un errore giuridico. Santino Tuzi era inattendibile nel 2015 e oggi continua a essere inattendibile: non ci offre nessun tipo di certezza."

Il "frastuono mediatico"

Il legale, poi, ha aggiunto: "Su questo processo, da un lato, c'è un incalzante ed esasperante interesse mediatico insieme all'interesse della comunità di Arce e dall'altra quello che è stato provato e dimostrato su questo efferato delitto. C'è stato un frastuono mediatico eccessivo ma dobbiamo valutare solo quello che il processo ci ha detto e, in primis, per il rispetto della vittima".

L'avvocato ha poi aggiunto: "Dal processo a Carmine Belli (il carrozziere processato per l'assassinio e poi assolto) va tratto un insegnamento: la giustizia non può esigere ulteriori vittime rispetto a quelle che il delitto ha già generato e prodotto". Facendo riferimento a quanto accaduto in precedenza ha poi ricordato: "L'ordinamento è perfetto perché non tollera un innocente in carcere", poi, però, ha aggiunto che riesce a "tollerare un colpevole fuori."

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