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Sparatoria a Fidene

Nella fortezza senza acqua né luce da cui Claudio Campiti ha organizzato la guerra al consorzio

Se non fosse per la macchina parcheggiata lì davanti, nessuno direbbe che quello scheletro di villa mai finita di costruire fosse abitata. E invece lì, tra scatole e rifiuti, viveva Claudio Campiti, l’uomo che domenica 11 dicembre ha fatto una strage a Fidene.
A cura di Natascia Grbic
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Circa un’ora di macchina: questo il tempo che ci ha messo domenica Claudio Campiti per andare a Fidene dal consorzio Valleverde, dove abitava. Un comprensorio di villette cui si arriva tramite una serie di tornanti e curve a gomito a ridosso del meraviglioso lago del Turano. ‘Strada privata’, vietato l’’ingresso agli estranei, recita un cartello all’ingresso. Una stradina porta alle varie abitazioni, la maggior parte delle quali è abitata solo il fine settimana. Da lunedì a venerdì il consorzio è praticamente deserto: l’unico bar del posto, oggi era chiuso.

Per arrivare alla casa di Claudio Campiti si deve percorrere una strada non asfaltata. E se non fosse per la Lancia Thesis parcheggiata lì davanti, a nessuno verrebbe mai in mente che quello scheletro in costruzione possa essere abitato da qualcuno.

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Tra un pilastro e l’altro Campiti aveva appeso uno striscione rosso: ‘Consorzio Raus’, recita la scritta, con sotto in piccolo il link al suo blog, un sito pieno di frasi deliranti e minacce contro chi aveva costruito quel comprensorio di villette. Per legare lo striscione, Campiti ha usato due corde che ha avvolto intorno a due giubbotti: a un occhio distratto, in un primo momento potrebbe sembrare di vedere due persone legate in vita, quasi fossero appese sullo scheletro di quella casa.

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L’uomo ‘viveva’ al primo piano di quel casermone di cemento, l’unico a essere stato completato. Una sala completamente ricoperta di scatole di cartone dei biscotti piene di fogli: non c’è un solo angolo che non sia ricoperto di scartoffie, contenenti chissà quali documenti che Campiti leggeva e rileggeva ogni giorno. Il letto ricoperto di scatole, i piatti di ceramica impilati all’esterno della villa, fuori la finestra. Dietro la macchina, una busta aperta di croccantini per gatti, piena fino all’orlo; una ciotola piena di latte e quattro filoni di pane. Forse lasciati lì per sfamare gli animali in previsione del fatto che lui, in quell’abitazione, non ci sarebbe mai più tornato.

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Claudio Campiti andava spesso a mangiare in un ristorante ai piedi del consorzio, noto nella zona del Turano. I proprietari lo conoscono bene, e mai si sarebbero aspettati quando successo domenica mattina. “Un uomo gentile, educato e riservato, veniva a mangiare da noi insieme agli amici o da solo – ci raccontano i gestori – Non ci aveva mai dato l'impressione di avere problemi mentali, né aveva mai parlato male del consorzio. Quello che è accaduto ci ha sconvolti, mai ci saremmo aspettati una cosa del genere da lui".

Omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione, triplice tentato omicidio, pericolo di fuga e futili motivi: queste le accuse per Claudio Campitiformulate dal pubblico ministero, a cui si potrebbe aggiungere anche appropriazione indebita di arma da fuoco. Il 57enne ha sottratto la pistola con la quale ha ucciso tre persone dal poligono di tiro a Tor di Quinto, adesso sotto sequestro. Nel 2018 gli avevano negato il porto d'armi perché mentalmente instabile. L'interrogatorio di garanzia di Campiti si terrà tra mercoledì e giovedì.

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