5 Novembre 2015
19:45

La Corte Costituzionale boccia prescrizione lira decisa dal Governo Monti

La Consulta ha stabilito che il ‘pensionamento’ anticipato del vecchio conio deciso dal governo Monti nel 2011 fu troppo ‘frettoloso’ e sostanzialmente illegittimo. Erano stati alcuni risparmiatori a sollevare la questione di legittimità costituzionale dopo essersi visti negata la conversione di una somma pari a oltre 27mila euro.
A cura di Biagio Chiariello

Troppo frettoloso il "pensionamento" della lira. Per questo la Corte Costituzione ha deciso di annullare la prescrizione anticipata del vecchio conio decisa dal governo Monti. In particolare sono state bocciate le norme con cui nel 2011, in deroga alla legge del 2002, fu decretato con decorrenza immediata la prescrizione anticipata delle lire ancora in circolazione a favore delle casse dello Stato per ridurre il debito pubblico. Secondo la sentenza della Consulta, relatrice la giudice Daria de Pretis, quella scelta viola i “principi di tutela dell’affidamento e di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost”. All’epoca, furono in molti gli italiani presi alla sprovvista, con piccoli ‘tesoretti' in lire senza più alcun valore. Con le norme del Governo Monti, infatti, almeno 300 milioni di banconote non furono più convertite in Euro in quanto fu annullata la condizione, fino a quel momento in vigore, di poter trasformare banconote e monete fino al 28 febbraio 2012, stabilendo in deroga alla legge del 2002, che “le lire ancora in circolazione si prescrivono a favore dell'Erario con decorrenza immediata”. Lo Stato riuscì ad intascare ben 2.500 miliardi del vecchio conio, pari a un miliardo e 300 milioni di euro.

Ora, però, la Consulta ha dichiarato incostituzionale quel provvedimento. “Non è dubitabile – si legge nella sentenza – che il quadro normativo preesistente alla disposizione denunciata di incostituzionalità fosse tale da far sorgere nei possessori di banconote in lire la ragionevole fiducia nel mantenimento del termine fino alla sua prevista scadenza decennale”. E “il fatto che, al momento dell'entrata in vigore della disposizione censurata, fossero già trascorsi nove anni e nove mesi circa dalla cessazione del corso legale della lira non è idoneo a giustificare il sacrificio della posizione di coloro che, confidando nella perdurante pendenza del termine originariamente fissato dalla legge, non avevano ancora esercitato il diritto di conversione in euro delle banconote in lire possedute”. Non solo. “Nemmeno la sopravvenienza dell'interesse dello Stato alla riduzione del debito pubblico – specifica la Corte -può costituire adeguata giustificazione di un intervento così radicale”, che “estingue ex abrupto” un diritto. La Consulta ha quindi dichiarato illegittima una norma, visto che “nel caso in esame non risulta operato alcun bilanciamento fra l'interesse pubblico perseguito dal legislatore e il grave sacrificio imposto ai possessori di banconote in lire”.

A sollevare la questione di legittimità costituzionale nell'aprile dello scorso anno dal Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di impresa, erano stati alcuni risparmiatori. Questi ultimi avevano preteso dalla Banca d'Italia il pagamento del controvalore delle banconote in lire in loro possesso, pari alla somma complessiva di 27.543,67 euro, oltre al risarcimento dei danni, affermando di avere inutilmente cercato di convertire le banconote in euro presso varie filiali della Banca d'Italia.

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