(nella foto: Salvini a cena coi leader di Casa Pound nel 2015)

Prima i meridionali, ora gli ebrei. Non c’è che dire: Matteo Salvini è abilissimo nel cambiare faccia al proprio partito a seconda delle necessità e della stagione. Fino al 2013, quando la Lega era ancora Nord ed era ancora “per l’indipendenza della Padania” nel nome e nello statuto, si poteva cantare “Senti che puzza scappano anche i cani” e tifare la Francia in finale mondiale perché non ci si sentiva italiani. Poi è arrivata la fase sovranista e nazionalista, e l’anti-meridionalismo leghista si è sciolto come neve al sole.

Lo stesso accade oggi con gli ebrei, nuova sponda per Salvini per attaccare la sinistra e gli immigrati musulmani, marchiati con l’infamia dell’antisemitismo, mentre lui, Salvini, quando sarà Presidente del Consiglio, riconoscerà Gerusalemme come capitale di Israele, esattamente come ha fatto Donald Trump qualche mese fa.

Al netto di quest’ultima, discutibile, presa di posizione, non possiamo che plaudere all’ennesima svolta del Capitano leghista, stavolta figlia della necessità di legittimazione internazionale del più accreditato tra i candidati premier in Italia, che all’antisemitismo ha dedicato pure un recente convegno, cui ha invitato anche la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz.

Plaudere, tuttavia, non vuol dire dimenticare che Salvini e la Lega, fino a qualche mese fa, avevano ben altri toni nei confronti degli ebrei, e frequentazioni non esattamente filo-israeliane.

Non dimentichiamo le urla – “Ebreo! Giudeo!” – rivolte a Gad Lerner a mo' di insulto, al raduno di Pontida del 2017, ad esempio, da alcuni militanti leghisti. Urla per le quali Salvini non si è mai degnato di scusarsi.

Non dimentichiamo che a Gorizia c’è un consigliere comunale della Lega, Stefano Altinier, che alla domanda di Facebook sull’orientamento religioso ha risposto fieramente “antisemita”, salvo poi rimuovere alla chetichella lo status, quando qualcuno ha sollevato il caso.

Non dimentichiamo nemmeno l’intervista del deputato leghista Gabriele Buonanno, ora deceduto, che in un’intervista a Libero ha apostrofato sempre Lerner come “Quell’ebreo (…) un tirchio pieno di quattrini che fa il comunista”.

Non dimentichiamo nemmeno le parole di Riccardo Rodelli, segretario cittadino della Lega di Lecce, che su Facebook ha definito Liliana Segre una “nonnetta mai eletta”, una “Mrs Doublfire di Palazzo Madama”, una “vecchietta ben educata reduce dai campi di concentramento”. Parole talmente gravi che hanno costretto la Lega all’espulsione del suo segretario, di cui evidentemente ignorava il pensiero.

E già che ci siamo, non possiamo dimenticare le frequentazioni, ora rinnegate, tra Salvini e gruppi di estrema destra  come Forza Nuova e Casa Pound. Ricordiamo, a titolo di esempio, una fotografia del 12 maggio 2015 che ritrae Salvini a tavola con i principali leader del movimento neofascista, fra i quali Simone Di Stefano, Gianluca Iannone e Francesco Polacchi, titolare del marchio “Pivert”, quello indossato da Salvini all’Olimpico durante la finale di Coppa Italia Juventus-Milan. O la maglietta “Offence is the best defence”, indossata dal Capitano in una fotografia postata su Facebook, commercializzata da Francesco Guglielmo Mancini, veronese, militante vicino al Veneto Fronte Skinhead.

Segnali di un’epoca passata, evidentemente. Quando bisognava attaccare il complotto pluto-giudaico-massonico dell’alta finanza, di George Soros, Goldman Sachs, Lehmnann e Rotschild, e si stringevano legami con la Russia di Vladimir Putin e Alexsandr Dugin, caro amico di Gianluca Savoini, noto per le sue posizioni antisemite. Altro giro, altra giravolta. In attesa della prossima parte in commedia.