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Per due anni e mezzo ci hanno ripetuto che la conta dei morti proveniente da Gaza non era attendibile. Il mantra era sempre lo stesso: "Il Ministero della Salute di Gaza è controllato da Hamas". Abbiamo dovuto ascoltare opinionisti, nazionali e stranieri, accusarci di essere faziosi, di non essere attendibili, di credere alla propaganda e, di conseguenza, di essere sostenitori dei terroristi.
Ieri è arrivata la conferma sui numeri del genocidio avvenuto a Gaza, un processo che non si ferma ma che ha semplicemente cambiato forma: l’esercito israeliano ha riconosciuto di aver ucciso 71.000 persone nella sua offensiva militare all’interno della Striscia. Numeri confermati, reali, che oggi però, nel disinteresse generale per la questione palestinese, sembrano passare in secondo piano.
Dalla negazione dei fatti alla criminalizzazione del dissenso
Appena due giorni fa ricorreva il secondo anniversario della morte della piccola Hind Rajab, uccisa dai colpi d’arma da fuoco insieme alla sua famiglia. Hind era sopravvissuta alla prima sparatoria, aveva chiamato i soccorsi, ma l’esercito israeliano aveva impedito l’arrivo delle ambulanze. Hanno ucciso anche lei, una bambina, come migliaia di altri.
Eppure oggi il clima sembra profondamente cambiato. Anche di fronte alla realtà dei numeri, la risposta istituzionale e giudiziaria si indurisce: sono arrivate 115 denunce per una manifestazione a Bologna dei cosiddetti "pro-Pal", ovvero di chi in questi anni si è opposto a questo genocidio. L’ultimo segnale di questo slittamento politico, decisamente fuori tempo massimo, arriva dal Consiglio comunale di Cesena, che ha respinto la proposta per la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese. I voti contrari del PD, giustificati con la necessità di preservare l’unità della città, pesano come una scelta politica precisa.
La ricostruzione come speculazione: il Board of Peace e il tramonto dell’ONU
Oggi Gaza sembra essere scivolata in un cono d’ombra, nonostante sia al centro di una colossale speculazione edilizia internazionale. Non parliamo solo di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti, ma di Trump come costruttore. Accanto a lui, oltre al genero Jared Kushner, compare una vecchia volpe della politica internazionale come Tony Blair, già protagonista dell’invasione e della destabilizzazione dell’Iraq e oggi garante degli investitori delle monarchie del Golfo.
Attorno a loro si muove il cosiddetto Board of Peace, una struttura che punta a delegittimare l’ONU, svuotando le Nazioni Unite del proprio potere e, soprattutto, del mandato politico. È un club di stati ricchi e autocrati che vuole ridisegnare gli equilibri mondiali. Mentre guardiamo alle "strade di Minneapolis", come canta nella sua ultima canzone Bruce Springsteen, e mentre osserviamo l’Iran che potrebbe tornare a bruciare tra pochi giorni sotto la minaccia di un attacco statunitense, a Gaza si continua a morire di freddo, di fame e per l’impossibilità di uscire. Il valico di Rafah, la cui riapertura viene annunciata e rimandata di giorno in giorno, resta chiuso.
Con Scanner ci siamo occupati a lungo di Gaza. Chi segue il mio lavoro sa che mi occupo di Palestina dal 2012; sono entrato nei Territori per la prima volta nel 2014 e da allora non ho mai smesso di raccontare quella realtà, inclusa la recente e sempre più pressante occupazione in Cisgiordania. Per questo, su questo podcast e su Fanpage, continueremo a parlare di quello che avviene in Palestina.
Oggi Scanner parte da qui.