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Trump minaccia ancora l’Iran: la risposta dei Pasdaran e cosa potrebbe succedere ora

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Alcune settimane fa, poco dopo lo scoppio delle proteste in Iran – che erano iniziate a causa dell’inflazione e della crisi economica, ma ben presto si erano espanse contestando tutta la struttura del regime – Donald Trump scriveva sui social che stava dalla parte dei manifestanti e diceva loro di tenere duro che l’aiuto degli Stati Uniti stava arrivando. Tutti avevamo pensato a un attacco imminente, pochi giorni prima del resto c’era stato quello in Venezuela, però alla fine la Casa Bianca aveva scelto di non intervenire. Trump aveva fatto qualche dichiarazione sul fatto che le uccisioni si stessero fermando – cosa che ovviamente non era vera – e la questione sembrava essere completamente sparita dalla sua lista di priorità, che di colpo si era concentrata tutta sulla Groenlandia.

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Le proteste in Iran e le minacce di Trump

Ma ora Trump ha deciso di alzare nuovamente i toni. E come al solito ha scelto il suo social, Truth, per farlo: ha scritto che se non accetterà le richieste del suo governo potrebbe essere attaccato “con velocità e violenza”. Ha detto che “una massiccia armata si sta dirigendo verso l’Iran” e che spera che si siedano presto al tavolo per negoziare un accordo giusto, che non contempli alcuna arma nucleare, perché “il tempo sta scadendo”. E se si arrivasse a un attacco, sarebbe molto peggio di quello ai siti nucleari iraniani dello scorso giugno, quando gli Stati Uniti sono intervenuti al fianco di Israele nella guerra dei 12 giorni.

Su questa armata che si sta avvicinando, Trump ha fatto proprio un paragone con il Venezuela. Ha avvertito che si tratta di una flotta molto più grande in questo caso, che è guidata dalla grande portaerei Abraham Lincoln e che, se necessario, è pronta a compiere la sua missione.

La portaerei Lincoln in arrivo

Su questo poi qualche precisazione è arrivata dal Segretario di Stato, Marco Rubio, che è stato un po’ più prudente, anche se non ha escluso – come aveva fatto invece altre volte – che ci possa essere un intervento militare all’orizzonte. Fondamentalmente, Rubio ha detto che il posizionamento della Lincoln nella regione – sotto la penisola araba – è una mossa difensiva, contro una possibile minaccia iraniana contro il personale statunitense nella regione. Ad esempio i militari di stanza in Qatar. Ma, appunto, Rubio ha ammesso che sul tavolo delle opzioni, per quanto lui personalmente spera di non arrivare a tanto, c’è anche quella di attaccare preventivamente l’Iran.

Ma perché gli Stati Uniti stanno alzando il livello delle tensioni proprio ora? Il vero motivo non sono le proteste. Queste sono collegate, ma più che altro in chiave utilitaristica: la Casa Bianca vuole chiudere l’accordo sul nucleare iraniano e sa che ora il regime di Teheran è debole come mai prima. Per cui dovrebbe essere più facile giocare di forza, per Washington, e portare a casa la migliore intesa possibile.

L’accordo sul nucleare e le richieste USA

Il New York Times ha scritto che le richieste delle Casa Bianca sarebbero tre: lo stop totale all’arrichimento di uranio, porre un limite sia alla gittata che al numero di missili balistici in possesso a Teheran, e infine bloccare l’assistenza a milizie come Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen. Ma tra queste richieste non ci sarebbe alcun riferimento alle proteste, alla fine della loro repressione e al rispetto dello stato di diritto. Segno che non è mai stata quella la priorità degli Stati Uniti, in relazione a un intervento in Iran.

Ovviamente da Teheran non ha tardato ad arrivare una risposta. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha detto che le forze armate del Paese hanno “il dito sul grilletto per rispondere immediatamente e con la forza a qualsiasi aggressione”, e questo chiaramente andrebbe a destabilizzare l’intera regione. Proprio il ministro degli Esteri è una delle persone che l’Unione europea oggi ha sanzionato, per il ruolo che ha avuto nella violentissima repressione delle proteste.

La risposta di Teheran

L’Iran in risposta ha minacciato di bloccare lo Stretto di Hormuz, che divide l’Iran dalla penicola arabica ed è un canale fondamentale per il trasporto globale del petrolio e ha annunciato delle esercitazioni militari proprio nello Stretto tra domenica e lunedì. Insomma, l’escalation sembra davvero dietro l’angolo.

Il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, però ha detto che di non essere “ancora” preoccupato. Che sapeva che le navi statunitensi si stavano dirigendo verso l’Iran, ma che almeno per adesso non ci sarebbe da preoccuparsi. In Italia la preoccupazione in questo momento è più che altro sui Pasdaran, cioè sul corpo delle Guardie della rivoluzione, e la loro presenza o meno alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina. Dopo le polemiche sull’ICE, la questione è esplosa di nuovo con un senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni. Rispondendo alle opposizioni, che appunto denunciavano la presenza degli agenti federali, il senatore ha chiesto come mai nessuno si sia chiesto chi scorterà gli atleti iraniani, se potrebbero essere proprio gli stessi uomini che nel loro Paese hanno massacrato migliaia e migliaia di giovani manifestanti.

Le polemiche sui Pasdaran

L’ambasciata iraniana è subito intervenuta dicendo che non ci saranno, che la squadra è composta solo dagli atleti, dagli allenatori e da un consigliere olimpico, ma la questione non è del tutto chiusa. Complice anche un altro parlamentare e dirigente di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, che oggi in radio ha ribadito che le delegazioni si portano dietro la propria sicurezza e quindi le persone che vogliono.

Al di là della questione Olimpiadi, però, il fronte iraniano resta caldissimo. Nelle prossime ore l’Unione europea deciderà se inserire i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche; alcuni funzionari del ministero degli Esteri iraniani voleranno in Turchia, per capire come favorire la de-escalation, mentre una delegazione saudita sarà ricevuta a Washington. Per la seconda volta dall’inizio dell’anno – e non è nemmeno concluso gennaio – la tensione tra l’Occidente, nello specifico gli Stati Uniti, e l’Iran è di nuovo alle stelle.

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