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Subito dopo l’attacco statunitense in Venezuela – che ha deposto Maduro, portandolo in un carcere di New York – si sono moltiplicati i commenti sui possibili prossimi obiettivi di Donald Trump. E lo sguardo è andato all’Iran. Le proteste che stanno infiammando il Paese ormai da settimane potrebbero essere un pretesto di azione, in questo senso. Ed è anche probabile che il presidente sia tentato a intervenire, dopo la facilità con cui i militari statunitensi hanno preso Maduro e il resto del mondo è rimasto fermo a guardare mentre Washington metteva le mani sul petrolio venezuelano.
Il regime iraniano non è mai stato così debole
Solo che l’Iran non è il Venezuela. Ha una rete di alleati nella regione – anche se spodestati o indeboliti, come Assad in Siria o Hezbollah in Libano, o ancora gli Houti in Yemen – che non resterebbero a guardare in caso di attacco statunitense. E poi ha una capacità militare completamente diversa. E solo l’anno scorso, durante la guerra dei 12 giorni con Israele, lo ha ricordato al mondo intero, quando alcuni suoi missili sono riusciti a sfuggire all’Iron Dome, allo scudo israelinao. Ma non solo: il regime degli Ayatollah è strutturato e radicato militarmente: la repubblica islamica ha un esoscheletro saldo, rafforzato in anni e anni in cui la macchina di polizia e di repressione si è oliata, penetrando a fondo nel territorio, nel tessuto sociale del Paese. È vero che probabilmente stiamo assistendo al picco di debolezza: mai il regime di Teheran era stato così in difficoltà. E mai il popolo sceso nelle piazze era stato così determinato: il coraggio che stanno dimostrando iraniani e iraniane non si sta fermando nemmeno di fronte alla repressione più dura.
È complesso avere dei numeri affidabili, visto il blackout di internet e visto che molte delle Ong che si occupano di diritti umani e che stanno monitorando la situazione si trovano all’estero, costrette appunto all’esilio dal governo dei mullah. Però, quello che filtra, è agghiacciante: si parlerebbe addirittura di migliaia di morti, dei Pasdaran che sparerebbero mirando dritto al viso dei manifestanti. Ci sono i video sui sacchi neri con i corpi delle persone uccise accatastati l’uno contro l’altro al di fuori dall’obitorio di Teheran.
MIGA, Make Iran Great Again
Nonostante questo orrore, gli iraniani e le iraniane continuano a riempire le piazze. Ieri Trump ha scritto su Truth: “Patrioti iraniani, continuate a protestare, prendete il controllo delle istituzioni. Segnatevi i nomi degli assassini e di chi vi maltratta. Pagheranno un caro prezzo. Ho cancellato tutti gli incontri che avevo con i funzionari iraniani, fino a quando non si fermeranno le uccisioni senza senso dei manifestanti. L’aiuto sta arrivando. MIGA!”.
Non è la prima volta che Trump minaccia, in modo più o meno velato, di intervenire nel Paese. Il Consiglio per la sicurezza nazionale ieri si è riunito alla Casa Bianca per mettere sul tavolo tutte le opzioni possibili, anche se delle decisioni ancora non sarebbero state prese. Ci sono varie ipotesi.
Le ipotesi dell'intervento USA
- La prima è quella dell’intervento militare diretto, reso però complicato a livello logistico, dal fatto che portaerei nella regione non ce ne sono (la Ford, ad esempio è stata spostata al largo del Venezuela) e che difficilmente i Paesi nel Golfo darebbero il via libera all’utilizzo delle basi che ci sono sul loro territorio per sferrare un attacco all’Iran. Senza contare la paura, che sicuramente hanno diversi consiglieri alla Casa Bianca, di impantanarsi in un altro Afghanistan. Cioè di trovarsi a dover affrontare anni e anni di occupazione senza però riuscire mai davvero a prendere il controllo del territorio, per poi abbandonarlo a un ritorno dell’antico regime.
- C’è poi anche l’opzione di un’azione cybernetica: da un lato fornire Starlink, come Elon Musk già sta facendo, ai manifestanti iraniani, in modo da fare luce su quello che sta accadendo, sulla brutalità della repressione, e anche per permettere di organizzarsi nelle proteste; dall’altro lanciare attacchi alle reti dei Pasdaran, per indebolirli. Insomma, fornire all’opposizione un certo tipo di supporto per favorire la caduta del regime, una caduta che però avverrebbe comunque dall’interno.
- Steve Bannon, l’ex stratega del MAGA, in un’intervista con il Corriere della Sera uscita oggi, ha detto che secondo lui la strada giusta sarebbe quella della stretta economica, quindi irrigidendo ancora di più le sanzioni, aumentando al tempo stesso la pressione monetaria, come è stato fatto con i dazi al 25%, annunciati da Trump per tutti coloro che commerciano con l’Iran. Una misura che colpisce in primis anche la Cina, principale partner di Teheran, e che rischia di far tornare le tariffe per Pechino ai livelli che c’erano prima dell’accordo tra Trump e Xi Jinping.
Cosa vuole Trump?
Nelle scorse ore Trump ha annunciato di aver fatto saltare tutte le comunicazioni con i funzionari di Teheran e ha avvisato i cittadini statunitensi di lasciare il Paese. Se da un lato sia le dichiarazioni di diversi esponenti dell’amministrazione Trump – in primis Marco Rubio, che l’ha detto testualmente – fanno presupporre che non ci sarà un attacco imminente, dall’altro le parole di Trump rendono praticamente certo un coinvolgimento statunitense. Anche a breve. La vera domanda è: cosa vuole ottenere la Casa Bianca? Il petrolio di Teheran? Vuole fare pressione per tirare acqua al suo mulino nei negoziati sul nucleare? O c’è dell’altro?
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