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Le minacce di Trump a Davos mostrano il vero volto del nuovo imperialismo statunitense

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Un pezzo di ghiaccio, in cambio della pace nel mondo. Donald Trump non è una scheggia impazzita. Non è affetto da demenza senile di colpo. Trump è un imperialista, un bullo. Lo ha dimostrato oggi, nel suo discorso a Davos, quando ha detto che se non fossero intervenuti gli Stati Uniti in Europa alla Seconda Guerra mondiale parleremmo tutti tedesco e pure un po’ di giapponese. O quando ha detto che l’unica cosa che lui chiede è un pezzo di ghiaccio in mezzo all’oceano. Cioè la Groenlandia. A Davos però stiamo vedendo anche un sussulto dell’Occidente, ad esempio di Macron e Carney, il presidente francese e il premier canadese. Il primo pronunciando parole esplicite come mai prima, sul fatto che gli europei non diventeranno i vassalli di un bullo. Mentre Carney ha fatto un discorso che probabilmente resterà nella storie. Un discorso lucidissimo e crudo nel suo realismo: ha detto chiaramente che la nostalgia, per un mondo che non esiste più, non può essere la strategia. Il vecchio ordine non tornerà, dovremmo smetterla di rimpiangerlo. E prepararci ad affrontare quello nuovo.

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La fine dell'illusione atlantica

A Davos sta andando in scena la fine dell’illusione atlantica. Nell’ultimo anno l’Europa ha vissuto in una sorta di allucinazione collettiva: abbiamo pensato di poter trovare un terreno comune con Donald Trump, che accettando di tanto in tanto la sua arroganza, poi comunque le cose si sarebbero stabilizzate. Perché chi avrebbe mai detto che l’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Europa, la più salda degli ultimi 80 anni, potesse incrinarsi? Che potesse esistere un mondo non solo senza blocco occidentale, ma con uno scontro frontale tra le due sponde dell’Atlantico.

Ma sono bastate le prima settimane del 2026 per rendere chiaro a tutti quanti che le cose sono cambiate e non torneranno come prima. A differenza del primo mandato, Trump ora non ha intenzione di mettere alcun freno al suo delirio di onnipotenza imperialista. E questo significa che non indietreggerà sulla Groenlandia e che smantellerà le Nazioni Unite a favore del suo Board of Peace, quel club privato in cui si entra su invito personale del presidente, e che dovrebbe sostituirsi agli organi multilaterali per assicurare la pace nel mondo. A questo board siedono criminali di guerra come Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin, per cui è chiaro quale sia il concetto di pace da preservare, ma nei piani di Trump questo è secondario.

Ciò che importa è che venga riconosciuto come imperatore. Ma c’è qualcuno che gli mette i bastoni fra le ruote. E questo gli dà molto, molto fastidio.

La Francia nel fronte opposto a Trump

La Francia di Emmanuel Macron si sta proponendo come leader del fronte europeo che si oppone a Trump. Che ovviamente, da parte sua, non ha apprezzato né l’invio di soldati in Groenlandia e nemmeno il rifiuto di Macron di entrare a far parte del suo board of peace. Questo in particolare lo ha mandato su tutte le furie. Prima ha annunciato dei dazi al 200% sui vini francesi, oltre a quegli ulteriori dazi al 10% che ha scagliato contro tutti i Paesi che hanno partecipato alla missione in Groenlandia, dicendo che così lo avrebbe costretto ad accettare di entrare nel Board. E poi, non ancora soddisfatto, ha deciso di pubblicare sui social uno screen di alcuni messaggi privati che gli ha mandato proprio Macron.

“Amico mio – si legge in questi messaggi – siamo totalmente allineati sulla Siria e possiamo fare grandi cose sull’Iran. Ma non capisco cosa stai facendo in Groenlandia”. Ora, questo caso è diverso da quando Trump aveva pubblicato i messaggi del segretario generale della Nato, in cui Rutte faceva una sviolinata imbarazzante al presidente statunitense. No, qui l’Eliseo può rivendicare – come poi ha fatto, quando ha dovuto confermare che lo scambio fosse reale – che la posizione pubblica di Macron non si discosta da quella privata. Ma rappresenta comunque uno screzio per Parigi.

Macron cambia strategia

Macron aveva sempre cercato di avere un buon rapporto personale con Trump, anche amichevole, pur mantenendosi sempre fermo nella sua posizione. E quindi vigorose strette di mano, pacche sulle spalle, sorrisi, scherzi e complimenti, ma anche piedi puntati. Ora però le cose sono cambiate. E anche sul piano personale non ha più senso cercare l’intesa. Nel messaggio che Trump ha pubblicato, Macron scriveva anche di poter organizzare un vertice G7 subito dopo Davos e invitarlo a cena a Parigi domani sera: ma Trump ha risposto pubblicamente, in conferenza stampa, dicendo che è inutile incontrare Macron, che tanto non resterà lì dov’è molto a lungo. Un riferimento alla difficile situazione politica interna e alle presidenziali del prossimo anno.

A questo punto, però, Macron ha deciso di rispondere a tono. Ieri a Davos tutta l’attenzione era sul presidente francese, e non solo a causa dei grandi occhiali a specchio che portava anche all’interno a causa di un’infezione all’occhio. Ma anche per le parole molto più taglienti del solito. Macron ha detto che gli Stati Uniti mirano apertamente a indebolire e subordinare l’Europa, riducendo gli alleati a dei meri vassalli, ha parlato di una deriva della legge della giungla – cioè la legge del più forte – e, pur senza mai nominarlo, ha detto di preferire “il rispetto ai bulli” e “lo stato di diritto alla brutalità”.

Il folle discorso di Trump a Davos

Oggi è stata la volta del discorso di Trump, arrivato a Davos in ritardo a causa delle difficoltà tecniche all’Air Force One. Intervenendo al forum ha detto di amare l’Europa, ma che non sta andando nella giusta direzione. Ha detto di avere a cuore i popoli europei, avendo lui stesso mamma scozzese e papà tedesco. Ha detto che però vuole degli alleati forti, non deboli. Poi si è lanciato in una lunga autocelebrazione, di quelli che sarebbero i suoi successi. Sulla Groenlandia ha detto che inizialmente non ne voleva nemmeno parlare, ma forse è il caso. Ha detto che è questione di sicurezza. Ha fatto l’esempio della Seconda Guerra mondiale, quando Paesi come la Danimarca non sono stati in grado di difendersi nemmeno per alcune ore. Costringendo alla fine gli Stati Uniti a intervenire, una cosa che è costato loro molto, e che se non avessero fatto oggi in Europa parleremmo tutti tedesco e pure un po’ di giapponese. 

Trump ha detto anche che è stato un errore ridare la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda Guerra mondiale. Solo gli Stati Uniti possono proteggere la Groenlandia, che ha definito come un gigantesco pezzo di ghiaccio. Ed è importante che lo facciano ora che c’è la minaccia di altri attori nell’Artico. Trump insomma ha ribadito che inizierà subito i negoziati per comprare la Groenlandia e questo non è qualcosa che va contro la Nato. Sulla Nato ha detto che gli Stati Uniti sono stati trattati male, che la guerra in Ucraina non sarebbe mai cominciata se ci fosse stato lui, cioè – ha detto Trump – se le elezioni non fossero state truccate. Ha ribadito questa accusa complottista, per poi dire che non userà la forza – e a quel punto nessuno potrebbe fermare gli Stati Uniti – ma che chiede solo che la Groenlandia venga restituita agli Stati Uniti, questo pezzo di ghiaccio su cui si concentrerebbe gran parte dell’azione se scoppiasse una guerra. Alla fine una richiesta piccola, un pezzo di ghiaccio in mezzo all’oceano. Ha concluso con un messaggio agli europei: potete dire di sì, e gli Stati Uniti apprezzeranno. O potete dire di no, e gli Stati Uniti ricorderanno.

Cosa faranno gli europei: il Consiglio straordinario

Dopo non c’è stato alcun G7 straordinario, organizzato da Macron. Trump ha avuto parole anche per Macron dal palco, raccontando di uno scambio tra i due in cui lo convincerebbe a fare ciò che vuole lui. Un’altra prova di come un bullo tratta gli altri. L’umiliazione è arrivata anche per il segretario della Nato, Mark Rutte, che lo aveva chiamato “daddy”, paparino, in dei messaggi. E Trump ci ha tenuto a ricordarlo a tutto il forum. Domani, gli europei si riuniranno a Bruxelles per un Consiglio straordinario, in cui si dovrà capire la strategia da adottare, anche sulla base di ciò che dirà loro Trump.

Il discorso storico di Carney

Ma in ogni caso la strategia – che venga attivato o meno il bazooka dello strumento anticoercizione, che si pianifichino o meno altre missioni militari congiunte – deve partire da un bagno di realtà. A questo ci ha pensato il premier canadese, Mark Carney, sempre prendendo la parola dal palco di Davos. Un discorso storico, che verrà ricordato per molti e molti anni. A cui oggi Trump ha risposto definendolo un ingrato. Carney ha parlato della rottura dell’ordine mondiale e di un’epoca in cui “i forti possono fare ciò che vogliono e i deboli devono subire ciò che devono”. In questo contesto, ha detto Carney, c’è una tendenza dei Paesi ad adeguarsi per sopravvivere ed evitare problemi, “nella speranza che la conformità garantisca sicurezza”. Ma non è così.

Questo è un chiaro messaggio agli europei, che dovrebbe averlo imparato ormai: l’aver evitato di puntare i piedi sui dazi, l’aver accettato di alzare le spese Nato, l’essere rimasti a guardare di fronte agli incontri di Trump con Putin, o di fronte al bombardamento in Venezuela, non li ha tenuti al sicuro.  Carney lo ha detto chiaramente. Il patto del diritto internazionale è saltato. Non siamo in una fase di transizione, siamo nel mezzo di una rottura. E in questo contesto il mondo va affrontato per quello che è, non per quello che vorremo che fosse.

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