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Ciao,
oggi parliamo del regista condannato per violenza sessuale e molestie ai danni di due attrici che nel 2019 hanno frequentato il corso della Fondazione Teatro Due di Parma. Una sentenza passata un po' in sordina, di cui non si è parlato molto, e che invece accende un riflettore importante sugli abusi all'interno del mondo dello spettacolo e sul nodo del consenso.
“C’è una cosa che dico sempre: per denunciare non serve coraggio, serve consapevolezza. Significa saper leggere ciò che ti è accaduto e dargli un nome. Spesso, quando i fatti avvengono, non li riconosciamo come abusi. Siamo abituate a non percepire certi contesti come pericolosi o lesivi, anche quando invece lo sono, perché ci è stato insegnato che la violenza è solo quella evidente, quella dell’uomo sconosciuto che ti aggredisce fisicamente. Ma quasi mai succede così. Così capita di ritrovarsi in relazioni che ci fanno soffrire, di fare cose che ci fanno stare male, senza però capire fino in fondo cosa ci succede. Io non conoscevo nemmeno le parole ‘violenza' o ‘consenso'. Solo quando ho dato un nome a ciò che mi era successo ho potuto comprenderlo davvero”.
Veronica Stecchetti è una delle due attrici, insieme a Federica Ombrato, che nel 2019 ha denunciato uno dei registi più in vista del Teatro Due di Parma per violenza sessuale. Il processo ha portato al riconoscimento della responsabilità dell’uomo in sede civile. Ma non solo: anche la Fondazione è stata ritenuta responsabile in solido per non aver garantito la sicurezza delle lavoratrici. Si tratta di una sentenza storica, perché è la prima volta che una molestia viene riconosciuta come forma di discriminazione sul luogo di lavoro. Eppure il caso è passato un po’ in sordina: non ha suscitato molto scalpore e se ne è parlato poco, nonostante la fama del regista coinvolto e l’importanza della sentenza. A pesare, sicuramente, il fatto che – su richiesta del teatro e del regista – , la giudice ha disposto che i nomi non venissero resi pubblici. Per questo oggi ci riferiamo a lui senza indicare né nome né cognome.
Nonostante questo, l’impianto però non cambia: secondo quanto emerso dalla sentenza, gli abusi non sarebbero circoscritti alle due ragazze che hanno denunciato. Sarebbero tantissime le giovani molestate negli anni dal regista: il caso più vecchio cui le studentesse sono riuscite a risalire, risale addirittura al 1998. Ma facciamo un passo indietro.
Veronica Stecchetti è un’ex studentessa del corso realizzato da Teatro Due nel 2019, quando aveva 23 anni. La sua storia l’ha già raccontata molte volte, ma continua a farlo. Non per vendetta, ma per sensibilizzare sul tema del consenso e porre i riflettori su un settore che spesso non viene preso in considerazione: quello del teatro. “C’è un fattore fondamentale, che riguarda l’ambiente lavorativo – spiega Stecchetti -. Il teatro è un contesto chiuso, poco trasparente, in cui si lavora per conoscenze. Non ci sono provini pubblici e questo rende le attrici particolarmente vulnerabili: sono facilmente ricattabili, possono essere escluse o dimenticate da un momento all’altro. Per questo è necessario intervenire anche sul sistema e sull’organizzazione del lavoro, se si vuole produrre un cambiamento reale e prevenire le violenze. Molte donne si trovano di fronte a una scelta drammatica: denunciare una violenza oppure salvaguardare il proprio percorso professionale. È comprensibile che questa decisione pesi enormemente, perché il timore è quello di non riuscire più a lavorare, di perdere il reddito, la casa, la stabilità. È anche per questo che molte violenze non vengono denunciate. Alla paura di ritorsioni lavorative si aggiungono i costi economici e psicologici di un processo, l’incertezza dell’esito, il rischio di perdere e di ritrovarsi ancora più fragili di prima. Ci si chiede, legittimamente, se ne valga la pena. Parlare di questi aspetti permette di allargare il discorso oltre il caso specifico delle attrici e di coinvolgere tutte le persone che lavorano in condizioni di precarietà, senza tutele e senza contratti stabili. È un problema che riguarda molti più ambiti di quanto si pensi”.
Il regista in questione non è nuovo a molestie e abusi. Come detto in precedenza, sarebbero decine le ragazze abusate che però non se la sono sentita di parlare. Il modus operandi, se vogliamo, è simile a quello usato negli anni da Harvey Weinstein: l’uomo abusava infatti del suo potere, delle sue conoscenze, e del suo potere ricattatorio per fare presa su ragazze giovanissime, la maggior parte delle quali non aveva gli strumenti per opporsi ad abusi così sottili.
“Lui partiva sempre con una fase iniziale di idealizzazione, in cui esaltava pubblicamente le attrici, creando fiducia e legame – spiega Stecchetti -, per poi passare a una fase successiva di umiliazione e svalutazione; infine, la molestia e la violenza fisica. Prima ancora, però, c’era una violenza psicologica fatta di manipolazione. Era una persona molto colta, un intellettuale, capace di rivestire le proprie perversioni di concetti filosofici elevati, facendo perdere alle vittime ogni riferimento. Chiedeva spesso alle attrici di spogliarsi, anche quando non era necessario per lo spettacolo. Le sue richieste erano sistematicamente umilianti. Ti annullava psicologicamente, ed era complicato dirgli di no. Aveva inoltre imparato a non essere mai manifesto nei suoi abusi: anche per quello è stato complicato per me e Federica trovare qualcuno che ci potesse difendere in una causa penale. Quando abbiano incontrato la nostra avvocata, era già troppo tardi: era passato un anno, e il reato di violenza sessuale era caduto in prescrizione. Per questo abbiamo potuto avviare solo una causa civile, che è durata ben sei anni. C’è però un lato positivo: attraverso la denuncia civile è stato possibile incolpare non solo il regista per le violenze e le molestie commesse, ma anche il teatro, per non aver tutelato le lavoratrici e garantito condizioni di sicurezza adeguate”.
La denuncia è stata possibile anche per un altro motivo: Veronica ha capito che non era sola, e che quello che aveva vissuto era capitato anche ad altre. “In quel periodo io e Federica abbiamo iniziato a parlarci. Io ero uscita con suo fratello e gli avevo accennato la vicenda; lui mi disse che anche a sua sorella era successo qualcosa di simile. Da lì è partito tutto. È significativo, perché finché si resta in silenzio si pensa di essere sole. Parlandone, abbiamo scoperto che ciò che stavamo vivendo andava avanti da venti o trent’anni. La testimonianza più lontana risale al 1998: si tratta di un comportamento seriale”.
“Il primo avvocato a cui ci siamo rivolte, da un lato, è stato fondamentale perché è stato il primo a riconoscere che si trattava di violenza. Tuttavia, quando gli ho fornito le prove – messaggi e screenshot – ha fatto un passo indietro, sostenendo che non c’erano elementi sufficienti per procedere: mancava un ‘no’ esplicito da parte mia”. Il problema però, ci tiene a sottolineare Stecchetti, non è in sé dei legali, ma della normativa che rende le denunce per violenza sessuale molto complicate da dimostrare. Il nodo del consenso, spesso mal affrontato e interpretato, è fondamentale: perché le violenze sessuali e gli abusi non avvengono solo quando c’è coercizione e violenza fisica. Possono essere molto più subdole e sottili, non tenere conto della reale volontà della donna, che non sempre riesce a – o non è nelle condizioni di – opporre ‘resistenza’ nel senso fisico del termine. Si tratta di un argomento molto complesso che, come abbiamo visto anche dal recente dibattito, le istituzioni non sono in grado né hanno voglia di affrontare. Il consenso, lo ribadiamo, dovrebbe essere esplicito, basato una volontà reale, libera e consapevole di entrambe le persone. Non basta non opporsi: bisogna essere nelle condizioni di farlo e desiderarlo. Le condizioni contano.
“Per noi è stato decisivo l’incontro con l’associazione Amleta, composta da attrici femministe. Sono state capaci di leggere il contesto teatrale, lo squilibrio di potere tra regista e attrice e le dinamiche specifiche del lavoro attoriale. Come spiega Cinzia Spanò, presidente di Amleta, il lavoro dell’attrice ha peculiarità che possono favorire la violenza: si lavora con il corpo e, per creare, è necessario abbassare le difese. Questo affidamento al regista è indispensabile, ma genera una condizione di fragilità. Chi non conosce queste dinamiche fatica a comprendere i fatti”.
La sentenza è storica e rivoluzionaria proprio per questo: non individua soltanto un singolo responsabile, il “mostro”, ma riconosce la responsabilità di un sistema che lo ha protetto. E proprio per far sì che la direzione del Teatro si assuma le sue responsabilità, gli studenti e le studentesse del corso del 2025/2026 hanno indetto uno sciopero che a oggi ancora va avanti. La direttrice della Fondazione Teatro Due Paola Donati si è autosospesa, ma non ha rinunciato all’appello contro la sentenza di condanna. Una decisione quindi, che per i corsisti non basta. “Il teatro ha allontanato il regista nel 2021 ma solo dopo che le avvocate delle attrici, Cinzia Spanò e Teresa Manente, hanno mandato una diffida alla direzione – mi spiegano -. Non è vero, come hanno provato a dire, che sono stati loro a voler interrompere il rapporto, lo hanno fatto solo perché sono stati costretti. Prima di allora, e i fatti risalgono al 2019, non avevano fatto nulla. La direttrice di Teatro Due si è scusata, dicendo però che lei era totalmente all’oscuro di quanto accaduto, e che in ogni caso non era d’accordo con la sentenza di condanna della Fondazione. Riteniamo inaccettabile che chi avrebbe dovuto vigilare, e non l'ha fatto, chiudendo gli occhi quando sapeva perfettamente come si comportava quel regista, adesso neghi le sue responsabilità. Per questo lo sciopero, che abbiamo proclamato il 9 dicembre, andrà avanti fino a che la direzione non presenterà delle scuse formali e non si assumerà la responsabilità dei fatti”.
“Non so che fine abbia fatto il regista e se oggi lavori ancora – conclude Stecchetti -. Io non mi auguro che stia male: spero piuttosto che abbia coscienza di ciò che ha fatto. Questa vicenda non riguarda solo il teatro. Parla a tutti i contesti in cui esistono squilibri di potere. Le difficoltà incontrate nel denunciare a livello penale, il limite di un anno per la prescrizione, la mancata approvazione di una legge sul consenso: tutto questo è un problema strutturale del sistema giuridico italiano. Dopo questa denuncia ho maturato una nuova consapevolezza, anche aiutata dal femminismo. È necessario interrogarsi sui contesti in cui la violenza può avvenire: quando una persona non è libera di andarsene, di dire no, quando è in stato di alterazione, quando esiste una disparità di potere. Questi non sono contesti sicuri. Ed è di questo che bisogna parlare”.
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Natascia Grbic