Iscriviti a Streghe.
Entra a far parte del nostro Osservatorio sul patriarcato

Immagine

Federica Torzullo è stata uccisa. A dieci giorni dalla scomparsa, che l’ex marito aveva definito come ‘volontaria’, il corpo senza vita della donna è stato trovato proprio nel terreno della ditta di Claudio Carlomagno. Che Torzullo non fosse più in vita, però, lo sapevamo tutte.

Ti è piaciuto questo episodio di STREGHE?

Lui non ha mai confessato il femminicidio: sin dall’inizio ha negato ogni responsabilità, dicendo di aver visto la moglie l’ultima volta in casa e di non c’entrare nulla con la sua sparizione. Il dubbio, però, non c’è mai stato: ormai i femminicidi sono così radicati nella nostra società che ogni volta sembra di vedere un film con un finale già scritto. Con la differenza che qui si tratta di vita vera: Torzullo non tornerà mai più indietro, i suoi genitori, la sorella, gli amici non potranno più abbracciarla. Così come non potrà mai più abbracciarla suo figlio, altra vittima collaterale di quest’ennesimo femminicidio.

Claudio Carlomagno, l’ex marito, ora si trova in carcere a Civitavecchia. È stato descritto come un uomo solitario, senza amici, senza legami con il territorio e con un rapporto conflittuale con la famiglia d’origine. Torzullo, invece, sembrava essere l’opposto: dinamica, solare, con tante persone care che le volevano bene, un lavoro dove era stimata e benvoluta. Da qualche tempo aveva cominciato una nuova relazione: con Carlomagno, infatti, vivevano da separati in casa. Durante la settimana sarebbero dovuti andare dal giudice per un’udienza sull’affidamento del figlio. L’uomo non ha parlato, si è rifiutato di dire qualsiasi cosa: ma che abbia ucciso l’ex moglie perché non sopportava avesse deciso di intraprendere una nuova vita, sembra molto chiaro.

Torzullo e Carlomagno avevano un figlio di dieci anni, ora affidato ai nonni. Molte persone si stanno chiedendo come si faccia a privare un bambino della propria madre, e come sia possibile non pensare al suo futuro e al peso che ora sarà costretto, suo malgrado, a portare. Ma in realtà, se andiamo a vedere i vari casi di femminicidio, questa non è affatto una situazione rara. Ne ho parlato con la psicoterapeuta e criminologa Margherita Carlini, che da anni studia e si occupa di questi casi. “Si tratta di dinamiche che si ripetono con grande frequenza: molti femminicidi infatti avvengono in presenza di figli e figlie, e la loro presenza non rappresenta un fattore deterrente – spiega -. Anzi, in diversi casi si arriva anche all’uccisione dei figli. Questo è indicativo di un funzionamento identitario specifico, quasi mai patologico, ma profondamente egoriferito, in cui l’altro non viene percepito come un soggetto autonomo, ma come parte di sé”.

Non a caso, in diversi femminicidi con figlicidi si riscontra anche il suicidio o il tentato suicidio. È raro che un uomo uccida tutta la famiglia e poi continui a vivere senza nemmeno tentare di togliersi la vita. È come se dicesse: decido io, solo io, e porto via tutto. Anche il fatto che la presenza dei figli non fermi l’atto violento va letto in questa chiave. E, alla base, c’è l’incapacità di gestire il rifiuto, che viene vissuto come una negazione totale di sé. Non come la normale fine di una relazione che non funziona, ma come la perdita di ogni valore personale. Questo si lega a una struttura relazionale povera, dove lavoro e famiglia sono spesso gli unici ambiti di rivendicazione del proprio ruolo e del proprio potere. La famiglia, in particolare, diventa un elemento fondante dell’identità: io sono in quanto ‘marito di’, ‘padre di’. Il ruolo che il legame con quella donna conferisce diventa prioritario su tutto. Quando questo ruolo viene meno, l’individuo sente il bisogno di ‘riparare il danno’, a qualunque costo. E questo comporta l’annientamento, la distruzione. Tutto il resto — compresi i bisogni del figlio — passa in secondo piano”.

Claudio Carlomagno, come è emerso dal decreto di fermo, era infatti un uomo che non aveva relazioni amicali né familiari solide. Non aveva amici, e anche il rapporto con i suoi stessi genitori era altamente conflittuale.

Questi segnali, in genere, sono presenti già durante la relazione, anche se in forma più sfumata – continua Carlini -, ma il funzionamento egoriferito è costante: le cose vanno male se sto male io. C’è una difficoltà marcata nell’empatia e nel riconoscere i bisogni altrui, compresi quelli dei figli”.

La prima reazione che molte persone hanno di fronte a un femminicidio è quasi sempre la stessa: pensare che chi ha commesso il delitto abbia un disagio psichico e che una cosa simile non potrebbe mai riguardarle. Non è così. “Non si tratta di patologie mentali, attenzione – mi dice infatti Carlini -. Siamo ben distanti da questo quadro. Ad esempio il comportamento di Carlomagno, prima e dopo l’evento, dimostra una piena lucidità: nascondere il corpo, ripulire la casa, mantenere una versione dei fatti costante non è segno di squilibrio, ma di pieno controllo. Non siamo di fronte a una persona in stato di delirio, ma a qualcuno che agisce seguendo una logica precisa”.

Il punto centrale è la tolleranza della perdita. Qui la situazione era irreversibile: una nuova relazione, un percorso giudiziario avviato, una separazione definitiva. Questa realtà non viene tollerata. E il disagio viene gestito eliminando la fonte del dolore, che viene identificata nella donna. Le conseguenze — il figlio che resta senza madre, la detenzione — non entrano realmente nel processo decisionale, a chi uccide di questo non importa nulla. Ed è anche per questo che la sola repressione penale non è sufficiente. Perché il femminicidio diventa, nella mente di chi lo compie, un modo per alleviare il proprio malessere, in assenza di altri strumenti emotivi e relazionali. Non è assolutamente una giustificazione: perché l’uomo sa perfettamente cosa ha fatto, ma non ne comprende fino in fondo le implicazioni etiche. Come in altri casi di violenza, la responsabilità viene spostata: è lei ad aver distrutto la famiglia, è lei ad aver ‘costretto’ lui ad agire in quel modo. Questa è una distorsione cognitiva che consente di autoassolversi, anche rispetto al figlio”.

Ed è qui che torna centrale il tema dell’educazione affettiva. Perché ci si sente autorizzati a costringere qualcuno a restare in una relazione? Perché la perdita di potere genera una crisi identitaria così profonda? Finché i modelli di genere resteranno rigidi e stereotipati, continueremo a crescere uomini incapaci di tollerare la frustrazione, di nominare il dolore, di chiedere aiuto. Questi comportamenti non sono patologici: sono strutturali. Non nascono da una malattia mentale, ma da un sistema che lega il valore dell’individuo al controllo e al dominio. Ed è per questo che ridurre tutto alla ‘follia' è pericoloso: trasforma un problema diffuso in un’eccezione, impedendo di affrontarne le radici. I figli, in questo quadro, restano invisibili. Ogni tentativo di riportarli al centro viene aggirato: l’attenzione torna sempre su di sé, sul proprio dolore, sulla propria ‘ingiustizia subita’. È un funzionamento completamente egoriferito, in cui l’autocritica non trova spazio”.

Mi piacerebbe sapere cosa pensi del contenuto di questa settimana. Se lo ritieni importante, aiutami a diffondere questo lavoro: non solo condividendolo, ma anche parlandone a scuola, in famiglia, con gli amici, sul posto di lavoro. Se hai segnalazioni da fare, o pensi ci sia un argomento su cui è necessario fare luce, scrivimi.

Se la Newsletter STREGHE ti piace, puoi supportarla: abbonandoti a Fanpage.it sosterrai il nostro lavoro e avrai accesso a tanti contenuti speciali. Ma soprattutto sosterrai il giornalismo libero e indipendente, una colonna fondamentale di una società democratica e informata. Che mai come oggi è messa in discussione.

Ci vediamo alla prossima puntata. Ti ricordo che ‘Streghe’ non ha un appuntamento fisso: esce quando serve. E dove serve, noi ci siamo.

Ciao!

Natascia Grbic

Immagine

Iscriviti a Streghe.
Entra a far parte del nostro Osservatorio sul patriarcato

Immagine

Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

[Altro]
Leggi tutto
api url views
Fai la tua domanda per il prossimo episodio di "%s"
Immagine

Iscriviti a Streghe.
Entra a far parte del nostro Osservatorio sul patriarcato

Proseguendo dichiari di aver letto e compreso l'informativa privacy