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La newsletter di Fanpage.it contro il silenzio

Quel che è successo la settimana scorsa merita di essere appuntato:
- Un bambino di 5 anni con un cappello da elefante è stato arrestato da una squadraccia di poliziotti a servizio del presidente americano e usato come esca per arrestare il padre
- Un infermiere è stato ucciso dalle stesse squadracce perché stava difendendo una donna
- Il presidente americano ha fatto 72 minuti di discorso a Davos per dire che si prenderà la Groenlandia, chiamandola per tre volte Islanda
- La presidente del Consiglio italiana ha detto che spera di dare a quel presidente il Nobel per la pace, senza dire una parola su quel che combinano quelle squadracce
Bastano queste quattro cose, messe in fila, a darci la misura dei tempi che stiamo vivendo. Esserne consapevoli è il primo passo per provare a cambiare le cose.
E adesso passiamo, come al solito, alle vostre domande.
- Il Nobel per la pace reclamato da Trump e donatogli dalla signora Machado: perché? – Giusy
Ciao Giusy, in questi giorni è un gran parlare del presidente Donald Trump, che tra l’altro proprio la settimana scorsa ha “festeggiato” il primo anniversario del ritorno alla Casa Bianca. Sui giornali di tutto il mondo si parla di Trump per svariate questioni, tra guerre e crisi internazionali. E, come giustamente dici tu, si è parlato anche di questa storia del premio Nobel “consegnato” da Machado al presidente americano.
Chiariamo subito: il premio Nobel per la Pace 2025 assegnato alla leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado resta a lei e in nessun modo Trump può “appropriarsene”. Sul punto è intervenuto anche lo stesso comitato norvegese che ha chiarito che i premi Nobel non possono essere trasferiti né condivisi con altre persone. Insomma, anche se la medaglia finisce nelle mani di altri, il Premio resta a chi lo ha “vinto”. E quindi, in questo caso, a Machado. Ma perché comunque Machado ha compiuto questo gesto “simbolico” che ha fatto discutere?
Dal canto suo, “consegnare” a Trump quel riconoscimento che lui tanto desiderava voleva essere un modo per ringraziarlo per l’azione in Venezuela che ha portato alla caduta di Maduro. E molto probabilmente anche un modo per essere "tenuta in considerazione" come futura leader del Paese nel caso la Casa Bianca decida di rimuovere il governo bolivariano per metterne uno più ideologicamente affine. E Trump, che sui social ha mostrato soddisfatto la foto con il premio nelle sue mani, ha scritto le seguenti parole: “María mi ha consegnato il suo Premio Nobel per la Pace in riconoscimento del lavoro che ho svolto. Un gesto meraviglioso di reciproco rispetto. Grazie, María!”. Ma non è finita lì: di Nobel per la Pace Trump (e in realtà non solo lui) sta continuando a parlare, a dimostrazione che la mancata assegnazione è stata un vero e proprio affronto per lui. "Caro Jonas: considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la pace per aver fermato 8 guerre, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace”, ha scritto in una lettera indirizzata al premier norvegese.
Susanna Picone, capo area Cronaca Fanpage.it
- La cosa che mi preoccupa di più è l'incapacità dei partiti dell'opposizione di avvicinare i giovani alla realtà, facendo loro capire il loro ruolo. Perché nessuno si pone seriamente questo problema? – Patrizia
Cara Patrizia, hai ragione. La politica dovrebbe offrire ai giovani gli strumenti per trasformare le loro idee in cambiamento – immagino che tu intenda questo quando parli di “far capire loro il loro ruolo”. Invece il rapporto tra giovani e politica “istituzionale”, chiamiamola così, è difficile da parecchio tempo. D’altra parte, l’Italia è un Paese vecchio. L’età media si avvicina ai 50 anni (48,4 e continua a salire) e le nascite diminuiscono. Alle forze politiche conviene puntare sul voto dei giovani, che sono letteralmente una minoranza?
Al di là di provocazioni e cinismi, i motivi per cui molti giovani non si interessano della politica attiva sono tanti. Storici, strutturali, radicati, in alcuni casi difficili da cambiare e in altri meno. Ne cito uno: i politici spesso non sanno parlare dei temi che interessano davvero a chi ha meno di 25-30 anni. Penso a Fridays for future, uno dei pochi movimenti politici degli ultimi dieci anni che ha riscosso davvero successo tra i più giovani, in modo trasversale e continuato nel tempo. Non è nato da un partito e forse nessun partito è riuscito davvero a raccoglierne l’eredità, una volta che la stagione delle proteste settimanali per il clima si è conclusa.
Quando una forza politica intercetta un argomento che interessa i giovani, poi, è raro che trovi il modo di coinvolgerli in modo più ampio. Anche solo portandoli alle urne. Non credo però, come dici tu Patrizia, che proprio nessuno si ponga questo problema. Delle iniziative ci sono. Come la campagna Voto16, da poco lanciata da +Europa per chiedere di estendere il diritto di voto ai sedicenni. Non so se sia la direzione giusta, ma è un tentativo.
Luca Pons, redattore area Politica Fanpage.it
- Per il referendum sulla Giustizia, come si voleva dimostrare alla Destra non interessa che se ne dibatta PUBBLICAMENTE tra tesi opposte, per poter dare una corretta informazione ai cittadini, (Tanto il quorum non interviene!); infatti, credo sia per questo che il governo ha anticipato il prima possibile lo svolgimento del Referendum, senza attendere la fine dei tempi per la raccolta firme da parte del comitato per il NO? – Luigi
Purtroppo hai ragione Luigi, in effetti il governo ha forzato i tempi, e ha anticipato la comunicazione della data del referendum sulla Giustizia, senza attendere, come normalmente avviene, la scadenza della raccolta firme di iniziativa popolare per presentare un secondo quesito sulla riforma Nordio, comprimendo il dibattito pubblico. Al momento la data resta quella indicata dal Consiglio dei ministri: si vota i prossimi 22 e 23 marzo, ma qualcosa potrebbe cambiare dopo il ricorso presentato al Tar del Lazio dal comitato dei 15 giuristi, guidati dall’avvocato Carlo Guglielmi. La data decisiva per capire cosa succederà nelle prossime settimane è domani, martedì 27 gennaio, quando la camera di consiglio del Tar del Lazio si riunirà per la trattazione collegiale del ricorso contro la delibera del governo che ha indetto il voto per il referendum sulla separazione delle carriere. Sostanzialmente il tribunale amministrativo dovrebbe esprimersi sulla richiesta di sospensiva della delibera avanzata dal comitato per il No di Guglielmi, che intanto ha raccolto circa 550mila firme. La decisione, a quanto apprende Fanpage.it, potrebbe arrivare nella giornata di mercoledì 28. Nella stessa data il comitato dei 15 depositerà tutte le firme raccolte in Cassazione, che avrà poi 30 giorni di tempo per esaminare la nuova richiesta di referendum. La battaglia dunque continua.
Il governo non solo ostenta sicurezza sull’esito dell’iniziativa del comitato, che giudica “inutile”, come ha detto con tono sprezzante il ministro della Giustizia Nordio, ma nega spudoratamente di aver interrotto una prassi consolidata per paura che più persone possano informarsi e condividere le ragioni del No. Magari comprendendo che l’unico obiettivo del referendum è un’azione punitiva nei confronti della magistratura. “L’accusa di voler perdere o guadagnare tempo”, ha assicurato il ministro della Giustizia “perché noi abbiamo paura dell'informazione sarebbe esattamente il contrario di quello che noi pensiamo”. Però c’è un punto che giocherebbe a sfavore del governo: si tratta di un referendum confermativo, il quorum non è previsto. Se si allungassero davvero i tempi della campagna referendaria, un numero maggiore di cittadini potrebbe essere motivato ad andare a votare, per dare un segnale al governo, per esprimere il proprio dissenso verso la riforma costituzionale, passata praticamente bypassando il Parlamento, e per ribaltare le previsioni dei sondaggi che danno in vantaggio al momento i Sì. Dalle ultime rilevazioni l’affluenza appare in crescita nell’ultimo mese: è più facile mobilitare i detrattori piuttosto che gli elettori della maggioranza, che leggendo i sondaggi potrebbero dare per scontato l’esito della consultazione popolare, e dunque restare a casa. E questo l’esecutivo lo sa. È inevitabile che la premier Meloni sia preoccupata che il voto possa trasformarsi in un test di fine legislatura sul suo governo, con le elezioni politiche del 2027 sempre più vicine.
Annalisa Cangemi, vicecapo area Politica Fanpage.it
Direi che è tutto, anche per oggi.
Grazie per averci accompagnato fino a qua.
Francesco