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La prima newsletter del nuovo anno dedicata alla scuola non poteva che partire da uno dei casi che ha più occupato il dibattito in Italia negli ultimi due mesi, ovvero l'ormai nota storia della famiglia che ha scelto di vivere nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti. Una vicenda che ha scatenato polemiche contrastanti, con i genitori, Catherine e Nathan Trevallion Birmingham, di origine anglo-australiana, che hanno provocato reazioni di biasimo o di approvazione, per la scelta di vivere in un casolare isolato nei boschi, lontano dai centri abitati e quindi dai servizi essenziali, con i loro tre figli, una bambina di otto anni e due gemelli di sei.

Come a Natale, anche a Capodanno per i bambini non è stato possibile tornare a casa: al padre è stato concesso di rimanere solo qualche ora con i figli, in un incontro protetto. Il Tribunale per i minorenni dell'Aquila ha deciso infatti di trasferire i piccoli, insieme alla madre, in una struttura protetta a Vasto, sospendendo, lo scorso 20 novembre, la responsabilità genitoriale. Le principali criticità emerse sono legate alla decisione di optare per l'istruzione domestica, l'homeschooling, che secondo quanto ha sempre sostenuto la famiglia, sarebbe stato conforme alla legge. Il punto però è che, da quanto è emerso, i piccoli non sanno leggere e starebbero imparando solo ora l'alfabeto. Eppure, stando alle carte e ai documenti (e alle dichiarazioni del ministero dell'Istruzione) il percorso scolastico sembrerebbe in regola. Ma come stanno davvero le cose allora?

IL TEMA DEL GIORNO

I dubbi sul certificato di idoneità alla classe terza elementare, Piccolotti: "Valditara mandi ispettori"

La vicenda della famiglia nel bosco non si è affatto chiusa, e la sensazione è che la politica se ne occuperà ancora nei prossimi mesi. Dobbiamo aspettarci altre discussioni, per esempio, riguardo al ddl Roccella sui bambini in affido, che viene incardinato in commissione Giustizia del Senato. Il provvedimento, approvato alla Camera il 21 ottobre e da allora fermo a Palazzo Madama, introduce un registro nazionale delle famiglie affidatarie e delle comunità familiari, e un Osservatorio sui bambini in affido. Non stiamo parlando di un ddl collegato direttamente al caso in questione, ma la Lega potrebbe cercare di utilizzarlo per spostare ancora l'attenzione sul caso di Palmoli, presentando emendamenti per restringere i margini di intervento dei Tribunali della famiglia.

Nel frattempo, con l'obiettivo di fare chiarezza, l'onorevole Elisabetta Piccolotti (Avs) ha presentato un'interrogazione a risposta scritta al ministro Valditara, per indagare proprio sul rilascio del certificato di idoneità alla classe terza elementare da parte della Novalis Open School di Brescia, istituto paritario riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione, dopo che la tutrice dei minori ha dichiarato che la bambina di 8 anni non conoscerebbe l'alfabeto e saprebbe a malapena scrivere il proprio nome. Piccolotti ha chiesto al ministro Valditara se intenda avviare ispezioni presso la scuola paritaria di Brescia, per capire come siano stati svolti davvero gli esami della bambina. A generare dubbi sono soprattutto le modalità delle prove: la deputata propone di varare norme più stringenti sull'educazione parentale, introducendo l'obbligo di svolgere gli esami di idoneità esclusivamente presso scuole pubbliche e, in particolare, nella scuola di riferimento in cui i bambini risultano iscritti da non frequentanti. L'interrogazione di Piccolotti fino ad ora non ha avuto risposte da parte del ministero, ma non è certo una questione di poco conto, visto che in Italia sono circa 16mila gli studenti che seguono percorsi d'istruzione parentale.

Fino ad ora la Novalis Open School di Brescia ha respinto le accuse, dicendo di aver svolto il ruolo di scuola esaminatrice nel solco della legge. La bambina la scorsa estate avrebbe sostenuto degli esami che consistono in una prova scritta di italiano e una di matematica, oltre a un colloquio. Sarebbe quindi risultata idonea al passaggio alla terza elementare, per cui sarebbe stato emesso un regolare attestato. Ma perché è stata individuata come sede d'esame proprio quell'istituto, in una Regione diversa dall'Abruzzo, così lontano da casa?

"Il ministero dovrebbe inviare degli ispettori, per controllare i verbali e le prove scritte della bambina. Il nostro sospetto è che quella scuola paritaria possa essere stata scelta perché garantisce esami facilitati. In questo momento siamo ancora nel campo delle ipotesi, ma vorremmo sapere se c'è un mercato delle certificazioni per i percorsi formativi di questo tipo. Non mi preoccupa se un bambino vive a contatto con la natura, ma se venisse lasciato in una condizione di semi-alfabetismo sarebbe una cosa di una gravità inaudita", ha detto la deputata a Fanpage.it.

L'APPROFONDIMENTO

Bimbi nel bosco e homeschooling, lo psicologo Lazzari: "La soluzione migliore? Garantire loro sviluppo, relazione e futuro in modo competente e umano"

Quale sarebbe, dunque, la soluzione scolastica al momento migliore per i bimbi nel bosco? Lo abbiamo chiesto allo psicologo David Lazzari, ex presidente del CNOP e presidente dell’Osservatorio Benessere Psicologico e Salute.

Secondo il consulente della difesa della famiglia nel bosco, mandare i bambini a scuola “sarebbe traumatico”. È d’accordo con questa affermazione?

"Premetto doverosamente che non sono coinvolto direttamente nel caso. L’ingresso in una scuola di questi bambini è certamente stressante, anche se non necessariamente traumatico, perché parliamo di bambini che hanno vissuto per anni in un contesto molto protetto e isolato. Il trauma si configura quando un’esperienza viene vissuta come improvvisa, minacciosa e senza possibilità di contenimento o supporto. Se invece l’inserimento scolastico avviene in modo graduale, accompagnato e rispettoso dei tempi e delle caratteristiche dei bambini, non è necessariamente traumatico e può anzi rappresentare un passaggio evolutivo importante. Il problema, quindi, non è la scuola in sé, ma il modo in cui si realizza il cambiamento".

L’inserimento a scuola non potrebbe aiutare i bambini a ritrovare quella socialità con i coetanei caldeggiata dai servizi sociali?

"La relazione con i coetanei è una componente centrale dello sviluppo psicologico e non può essere considerata un elemento secondario. Attraverso il confronto con i pari, i bambini sviluppano competenze emotive, relazionali e di regolazione che difficilmente possono maturare pienamente in un contesto esclusivamente familiare, anche se affettivamente valido. La scuola, oltre alla funzione educativa, è uno spazio di socialità strutturata, dove si sperimentano cooperazione, conflitto, appartenenza e differenziazione. Se il contesto è accogliente e preparato, l’esperienza scolastica può effettivamente favorire quel recupero della dimensione relazionale che i servizi sociali considerano importante".

Quali sarebbero i rischi di un inserimento dei bambini in una scuola “tradizionale” dopo anni di unschooling? E quali invece i vantaggi?

"I rischi possibili riguardano soprattutto la fase iniziale: disorientamento rispetto a regole e ritmi nuovi, difficoltà di adattamento, senso di estraneità o di inadeguatezza se il confronto con i coetanei non è adeguatamente mediato. Esiste anche il rischio che comportamenti legati a un percorso atipico vengano letti in modo patologizzante. Se invece l’inserimento è pensato e accompagnato, questi rischi sono generalmente gestibili. I vantaggi potenziali sono rilevanti: ampliamento delle esperienze sociali, accesso a stimoli cognitivi ed emotivi diversificati, costruzione di una maggiore autonomia dal contesto familiare e inserimento in una rete educativa più ampia, che può rappresentare un importante fattore di protezione per lo sviluppo".

Quale sarebbe dal suo punto di vista la soluzione migliore per la tutela di questi minori?

"Dal mio punto di vista la soluzione migliore non sta né in una imposizione rigida né nel mantenere una condizione di isolamento, ma in un percorso graduale, flessibile e personalizzato, centrato sul superiore interesse dei minori. Un inserimento progressivo in un contesto educativo, eventualmente con modalità adattate e fasi di transizione, accompagnato da un supporto psicologico e da una reale collaborazione tra famiglia, scuola e servizi, può ridurre i rischi e valorizzare le risorse dei bambini. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di “normalizzare” a tutti i costi, ma di garantire opportunità di sviluppo, relazione e futuro in modo competente e umano".

L'EVIDENZIATORE

Più che una curiosità, questa settimana vi lasciamo con un reminder. A partire dal prossimo 13 gennaio saranno aperte le iscrizioni alle prime classi per l'anno scolastico 2026/2027. Tutti coloro che sono interessati avranno tempo fino al 14 febbraio per completare l'operazione, che è completamente digitale per le scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado (anche per le paritarie, attraverso la piattaforma UNICA) e in forma cartecea per l'asilo per le scuole dell'infanzia. Segna, dunque, sul calendario queste date se sei interessato!

A cura di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi

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