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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta facendo di tutto per convincere i suoi alleati occidentali a unirsi al suo Board of Peace ma, al momento, ha ottenuto solo il supporto delle monarchie del Medioriente, dell’uomo conosciuto come l’ultimo dittatore europeo e di un leader ricercato per crimini di guerra”. La descrizione che Helen Regan, della CNN, fa del lancio del rivoluzionario progetto del tycoon newyorchese può sembrare tranchant e finanche ingenerosa, ma non si discosta poi molto dalla realtà. L’elenco degli Stati che finora hanno accettato di far parte dell’organismo rende meglio l’idea: Albania, Armenia, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bielorussia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Israele, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Pakistan, Qatar, Turchia, Ungheria, Uzbekistan, Vietnam.

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Qualcun altro è probabile che si unirà nelle prossime ore, alcuni devono superare dei problemi di carattere tecnico, ma insomma, siamo abbastanza lontano da quel “tutti vogliono farne parte” sbandierato dalla Casa Bianca. Le perplessità e le contrarietà sono di diversa natura, essendo determinate da struttura, propositi, mandato e obiettivo ultimo del progetto. In effetti, il Board, originariamente pensato come un organismo specifico per la ricostruzione e gestione di Gaza sembra essere già diventato qualcos’altro. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ne legittimava la costituzione, in effetti, si concentrava sulla demilitarizzazione e ricostruzione di Gaza. Cosa alquanto diversa dall’accelerazione impressa dal Presidente statunitense nelle ultime settimane, che ha trasformato il Board in una specie di surrogato delle Nazioni Unite, con la facoltà di intervenire a livello globale laddove la pace sia minacciata.

Nel leggere gli articoli che ne disciplinano il funzionamento e nel considerare le dichiarazioni di chi ha deciso di farne parte, è legittimo pensare che si possa essere in presenza del giocattolo personale di Donald Trump, con una funzione ben precisa, quella di minare l’autorità delle altre istituzioni sovranazionali e ridefinire in peius i contratti che regolano il multilateralismo. Dopo aver ritirato gli Stati Uniti da decine di trattati e organismi di cooperazione internazionale, dopo le violentissime critiche alle Nazioni Unite e la costante (e coordinata) opera di delegittimazione della Corte Penale Internazionale, è difficile non considerare questa operazione come l’ennesimo tassello nel piano complessivo di ridefinire gli equilibri globali intorno. Oltre al ruolo che si è riservato, una specie di plenipotenziario vita natural durante, basta leggere i nomi nell'executive board per rendersi conto di quale sarà la direzione. È il tempo di cesarismi e autocrazie, non è un caso che la lista degli aderenti sia composta proprio da “quei” nomi.

Ne scrive con toni critici l’inviato di Repubblica Filippo Santelli:

Ma perché fermarsi lì, se il consiglio può far finire anche altre guerre? «Lavoreremo insieme alle Nazioni Unite», promette, forse un tentativo di tranquillizzare chi teme che lui si voglia creare un'alternativa personale, un club con due sole regole all'ingresso: versare al padrone un miliardo di dollari e starlo a sentire. Quel che pensa dell'Onu, però, tranquillizza meno: “Ha un potenziale straordinario ma non lo usa, nelle otto guerre a cui ho posto fine non ci ho mai parlato”.

Fatto sta che il club ha una frequentazione discutibile e fuori non sembra esserci la coda. «Tutti si vogliono unire», assicura il presidente. Vero in parte. Hanno risposto volentieri all'invito il dittatore bielorusso Lukashenko e il premier israeliano Netanyahu, accusato di crimini di guerra. Mentre l'altro criminale di guerra Putin si fa attendere. Ma con una compagnia di questo tipo per i leader dei Paesi democratici come Regno Unito, Francia, Norvegia, Svezia, pensare di sedersi al tavolo è diventato fin da subito inimmaginabile.

Potevamo, in questo contesto, farci mancare una parte da protagonisti assoluti? Figuriamoci. Anche stavolta, infatti, Giorgia Meloni ha cercato di districarsi in equilibrismi tra le due sponde dell'Atlantico, come l'ultima giapponese nella giungla a credere ancora che esista davvero una qualche minima volontà da parte del Presidente statunitense di contribuire al rafforzamento dell'intero Occidente e di lavorare alacremente per una specie di pace globale. La fedeltà assoluta alla linea trumpiana, però, l'ha fatta nuovamente sbandare. Dopo aver per giorni parlato di grande occasione, rispetto alla possibilità di entrare nel board, cercando di convincere anche gli alleati europei a non lasciarsela sfuggire, Meloni si era dovuta arrendere di fronte all'ostacolo insormontabile rappresentato dalla Costituzione italiana e dal suo garante Sergio Mattarella. La nostra Carta, in effetti, per quanto strano possa sembrare ai Maga e Mega della maggioranza, vieta di mettere la nazione al servizio del giocattolo personale dell'autocrate di turno.

Un "problema" che la leader di Fratelli d'Italia aveva condiviso con il suo mentore statunitense, promettendo ulteriori approfondimenti in modo da capire se ci potessero essere le condizioni per un ingresso in una fase successiva e spiegando all'opinione pubblica come l'Italia dovesse considerare ogni strada utile per poter contribuire alla ricostruzione di Gaza e alla stabilizzazione dell'area. O almeno, questa doveva essere la strategia comunicativa, prima che Donald Trump decidesse di rivelare il contenuto di una telefonata intercorsa con Meloni. Vi trascriviamo le parole del presidente statunitense, non smentite da Palazzo Chigi, in modo che possiate farvi un'idea voi stessi:

“Ci sono altre nazioni come l’Italia che vogliono entrare. Lei (Meloni, ndr) mi ha detto che vuole firmare. Vuole disperatamente esserci. Ma io penso che lei sia costretta a chiedere al Parlamento”

Con una simile volontà, dunque, la partita è aperta e l'Italia farà di tutto per non dispiacere The Donald. Come ha confermato la stessa Meloni a margine del bilaterale con il cancelliere tedesco Merz (molto meno entusiasta della collega sull'ingresso nell'organismo trumpiano). L'Italia, ha spiegato, ha “oggettivamente problemi di carattere costituzionale, per come l’iniziativa è stata configurata” e lo statuto che è stato varato “non è compatibile con il nostro ordinamento”. Però non ci perdiamo d’animo e abbiamo “chiesto al presidente degli Usa se ci fosse la disponibilità a riaprire questa configurazione, per andare incontro anche alle necessità che non sono solamente italiane ma anche di altri paesi europei”. Questa, nella sua lettura, è “la scelta migliore” perché “in un tempo come questo” l’Italia può dare un suo contributo. E spartirsi la torta di Gaza fianco a fianco con quelli che l’hanno ridotta in macerie. Ah, no, questo lo sto scrivendo io, perdonatemi.

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