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Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

Voglio aprire questa newsletter dedicata al Venezuela con le parole che usa Chris Lehman su The Nation, perché sintetizzano in modo brutale i fatti e non lasciano dubbi su quale sia l’approccio corretto per interpretare ciò che sta accadendo. Scrive il columnist statunitense: “In un colossale spettacolo di arroganza imperiale e di negligenza da reality show, il regime al potere in America ha rapito un leader mondiale e sua moglie e ha ordinato loro di andare a processo con accuse esasperate di "narcoterrorismo" (insieme a reati che suonano bene, ma che in definitiva non esistono, come il possesso di armi e mitragliatrici, cosa che gran parte del movimento MAGA considera un sacro diritto). Gli sforzi per giustificare l'azione oscillano confusamente dall'estrazione di risorse in stile gangster all'affermazione di un nuovo tipo di egemonia regionale, mentre i presunti piani per "governare il paese" su base coloniale, con un esecutivo fantoccio, sono chiaramente inesistenti”.
I fatti li conoscete, immagino. Del resto, la copertura mediatica sull’azione statunitense è stata ampia e serrata, agevolata anche dalla bulimia comunicativa dello staff della Casa Bianca, ormai definitivamente orientato verso una discutibile memizzazione delle gesta del presidente Trump. Soprattutto negli Stati Uniti si è discusso molto delle ragioni che hanno portato l’amministrazione statunitense ad agire in questo modo, soffermandosi sulle enormi conseguenze di un blitz che sembra violare il diritto internazionale e determinare un precedente gravoso (durissimo, ad esempio, l’editoriale del New York Times). Un dibattito che si concentra anche sul “dopo”, nella difficoltà di ipotizzare cosa accadrà nelle prossime settimane. Mentre a Washington, o meglio a Mar-a-Lago, sembrano essere già al livello successivo: Groenlandia.
Avrete tutti letto i riferimenti alla cosiddetta dottrina Monroe, spesso integrati con il meno famoso (seppur parimenti impattante) corollario Roosevelt, uno sforzo notevole per cercare di inserire in una cornice di senso le scelte del tycoon newyorchese. La sensazione è, in effetti, quella di essere di fronte a uno scenario inesplorato, determinato da strategie volubili e approssimative. Missy Ryan e Ashley Parker su The Atlantic hanno trovato piuttosto efficace l'espressione usata dalla stessa Casa Bianca in un meme, e l'hanno usata per descrivere l’intero operato di Trump nel suo secondo mandato: The Fuck-Around-and-Find-Out Presidency. Vale la pena sottolineare questo passaggio:
I leader mondiali possono essere perdonati se non colgono la semplicità della Dottrina Trump, soprattutto quelli che danno per scontato che la superpotenza dominante del mondo disponga ancora di complessi meccanismi per elaborare strategie di politica estera. Il Paese che ha dato al mondo la Dottrina Truman e la Dottrina Reagan, così come quella che sembra essere la preferita di Trump, la Dottrina Monroe, oggi abbraccia la più semplice e ostentatamente bellicosa delle politiche di sicurezza nazionale: “Fai il furbo e ne paghi le conseguenze.” Lo stesso capo del Pentagono di Trump, il segretario alla Guerra autodefinitosi tale (almeno finché il Congresso non approverà il cambio di titolo), Pete Hegseth, lo ha detto senza mezzi termini quando ha dichiarato alla nazione che Maduro «ha fatto il cretino, e poi ha scoperto cosa succede a chi si comporta così».
[…] Trump ha attribuito la colpa ai presidenti del passato per aver combattuto guerre lontane, lasciando invece che regimi di sinistra nei dintorni degli Stati Uniti si incancrenissero. Ha sostenuto che il Venezuela abbia commesso una lunga serie di violazioni, tra cui l’invio in massa di criminali negli Stati Uniti, il traffico di droga e il furto di petrolio americano. «Tutte queste azioni rappresentano una palese violazione dei principi fondamentali della politica estera americana, che risalgono a più di due secoli fa. La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo ampiamente superata, di molto, davvero di molto».
Possibile che si sia giunti a questo, direte voi? Davvero siamo al punto in cui una questione di una complessità enorme può essere ridotta a dinamiche che oscillano tra il bullismo e il capriccio? Ecco, diciamo che ormai ci stiamo abituando a tenere in considerazione tre livelli sostanzialmente distinti: ci sono i fatti, c’è la narrazione che ne fa Donald Trump e c’è la lettura che ne fanno diplomatici statunitensi, collaboratori dell’amministrazione e alleati (spesso nel tentativo di mettere pezze agli interventi scomposti del Presidente).
Sui fatti di questi giorni è eclatante, ad esempio, la distanza fra le dichiarazioni pubbliche di Trump, ciò che sta realmente accadendo e il modo in cui la grancassa mediatico-istituzionale al servizio degli Usa sta reagendo. Al momento, gli Stati Uniti non stanno in alcun modo governando in Venezuela, non hanno contingenti militari sul territorio e non risulta che siano “tornati in possesso” delle sue riserve petrolifere. La transizione del potere che molti fiancheggiatori dell’amministrazione statunitense in Europa stanno vagheggiando, semplicemente non c’è stata: a Caracas comanda il partito di Maduro, sta continuando l’insediamento del Parlamento e la nuova presidente è Delcy Rodriguez, chavista di ferro.
Non c’è alcun governo fantoccio degli States e non sembra essere all’orizzonte un intervento militare che rovesci l’autocrazia maduriana. Da quel che sappiamo, la mobilitazione popolare interna è stata piuttosto contenuta (probabilmente a causa della paura per un regime considerato ancora pienamente operativo nella sua capacità di reprimere il dissenso, o almeno percepito come tale), mentre all’estero ci sono state diverse manifestazioni da parte della comunità di esuli ed emigrati. La pressione su Rodriguez è certamente forte e le minacce statunitensi potrebbero indurla, come ha spiegato Tom Cotton, un autorevole membro dell'amministrazione alla CNN, "ad accogliere tutte le nostre richieste". Ma la leader del Venezuela, parola di Rubio, sarà "giudicata per quello che farà da ora in avanti". Insomma, per ora resta lì, malgrado le attese dell'opposizione venezuelana e della premio Nobel Machado.
Secondo molti analisti, all’orizzonte non vi sarebbero nuove azioni militari, né sarebbero contemplate missioni volte a occupare il territorio venezuelano o controllarne gli apparati produttivi. Del resto, operazioni di questo tipo richiederebbero un impiego ben più pesante di mezzi ed energie, avrebbero un costo enorme, rappresenterebbero un rischio anche in termini di consenso, considerando l’orientamento della stessa base elettorale repubblicana. Senza contare il fatto che un intervento militare più consistente, senza alcuna giustificazione evidente e senza l’appoggio degli alleati, rappresenterebbe il punto di non ritorno per gli equilibri geopolitici mondiali, costituendo un precedente cui Russia e Cina potrebbero appoggiarsi per le loro pretese egemoniche su Ucraina e Taiwan. Se molti analisti concordano sul fatto che lo scenario futuro sarà quello della divisione del mondo per sfere d’influenza rette da autocrazie e cesarismi, allo stesso tempo ci sono grandi dubbi sul fatto che i tempi siano maturi per uno strappo in tempi così rapidi e in modi così confusionari.
Discorso simile sulla questione "petrolio" o in generale sui continui riferimenti che i MAGA stanno facendo ai grandi benefici che il popolo americano avrebbe avuto dalla deposizione di Maduro. Per ora il quadro sembra sostanzialmente immutato. È probabile che le cose possano cambiare nelle prossime settimane? Sì, ma non è chiaro in che direzione. È possibile che le autorità venezuelane e la diplomazia statunitense trovino un modo per avviare una seria de-escalation. Magari vedremo un riassetto importante nella gestione delle risorse petrolifere venezuelane e una maggiore tutela degli interessi Usa nel commercio dei minerali rari. Qualche prebenda per gli amichetti del Presidente arriverà, appare piuttosto plausibile. Lo stesso Marco Rubio ha ribadito che gli Usa ora hanno una "leva" per difendere i propri interessi e tutta l'intenzione di usarla.
Della lotta al narcotraffico c'è poco da dire. Il Venezuela non è un narco-stato, non lo è mai stato e non era destinato a diventarlo. The Donald stesso non vi ha fatto che sparuti riferimenti nei suoi interventi pubblici. E, a parte l'incredibile zelo della nostra presidente del Consiglio (la sola nel pianeta terra ad aver bollato come "difensivo" l'attacco delle squadre speciali Usa a Caracas, una roba che neanche il più trumpiano dei trumpiani si sarebbe sognato non dico di scrivere, ma finanche di pensare…), nessun alleato si è mostrato disponibile a giustificare l'intervento come necessario per il contrasto al traffico di droga.
Lo ripetiamo, a scanso di equivoci: al momento la situazione è questa, ed è piuttosto diversa da quanto descritto ripetutamente da Trump e amplificato dagli account istituzionali della Casa Bianca e dall'universo informativo della destra. Non è semplice interpretare questa differenza sostanziale narrazione e realtà, a maggior ragione perché stiamo parlando del presidente degli Stati Uniti, la cui retorica imperialista non sembra essere semplicemente un trucco comunicativo per manipolare l’opinione pubblica. Non si può pensare di trattare Trump come un semplice imbonitore, che enfatizza i risultati raggiunti e fa promesse che poi non può mantenere. Per dirla in altro modo, bisognerebbe considerare l’intero pacchetto e riconoscere quanto e come retorica e demagogia si traducano in azioni concrete, quanto contribuiscano a modellare prima il dibattito, poi la realtà.
È vero che il "sistema" tende sempre ad agire come un cuscinetto e ad attutire gli urti, finanche quelli più distruttivi. In questo caso, con l'operazione lampo e la cattura di Maduro, si è dato a Trump la vittoria di cui aveva bisogno, senza impantanare gli States in un caos con poche vie d'uscita. Ma è anche vero che lo stress sistemico è ai massimi livelli. L’atto di bullismo di Trump è stato a un tempo anche un esercizio di concretezza, che ha portato all’arresto di un leader politico considerato sgradito, con l’obiettivo di una maggiore tutela degli interessi economici americani nell’area. Ed è stato un gesto in perfetta consonanza con le pretese egemoniche nell’intero emisfero, un atto di imperialismo coloniale in purezza.
Il tutto secondo uno schema che il Presidente sta replicando anche nel caso della Groenlandia: una comunicazione aggressiva, minacce continue, ampliamento della finestra di Overton (chi avrebbe mai pensato di dover finanche considerare l'idea di un conflitto interno alla Nato per una disputa territoriale?), ridefinizione di alleanze e rapporti consolidati. È un modo di condurre una trattativa, forse. Di certo è un meccanismo quasi consolidato della visione di Trump. Stephen Collison della CNN scrive la cosa giusta, a proposito dell'attacco alla Groenlandia, richiamando anche il precedente dei dazi:
La Casa Bianca sta esercitando il proprio potere semplicemente perché può farlo. La dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti per la propria difesa offre a Trump una leva enorme. È surreale dirlo, ma non c’è alcuna prospettiva che forze europee o danesi possano difendere la Groenlandia da truppe statunitensi, qualora si arrivasse a tanto. La forte dichiarazione di sostegno ai groenlandesi rilasciata dall’Europa martedì è arrivata dopo diversi giorni in cui i suoi leader hanno cincischiato sul piano diplomatico, nel tentativo di reagire al raid in Venezuela senza alienarsi Trump.
La maggior parte ha scelto di condannare Maduro richiamando al tempo stesso la necessità di rispettare il diritto internazionale, quello stesso che gli Stati Uniti hanno calpestato con la loro incursione.
La posizione delicata dell’Unione europea, alla luce delle esigenze di difesa, era emersa anche lo scorso anno con la decisione del blocco di non lanciare un contrattacco tramite dazi propri contro Trump. Nessuno può essere certo, viste le invettive di Trump contro la NATO, che non decida semplicemente di abbandonare l’alleanza militare di maggior successo al mondo.
Ecco, in definitiva la dottrina Trump: fa ciò che vuole e ciò che crede più profittevole, semplicemente perché può farlo; ai fini del risultato non contano le alleanze, le prassi storiche, nemmeno il diritto internazionale. Il Canale di Panama, il Venezuela, la Groenlandia: se l'intero emisfero è il giardino di casa degli Stati Uniti, allora sono loro a dettare le regole, loro a scegliere, loro a prendere. E pazienza se non ci sono ragioni sufficienti (la Groenlandia è retta da alleati, ha già basi americane e non pare terra di insidie per il popolo statunitense) o se si tratta di violare trattati e convenzioni.
È il meccanismo tipico dei bulli. A occhio, l'idea di concedergli qualunque cosa senza reagire, non sembra la migliore delle strategie.