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Trump, il petrolio russo e una guerra senza fine: alla Casa Bianca serve una exit strategy

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Oggi si è riunito il Consiglio Supremo della Difesa, presieduto da Sergio Mattarella, e ha ribadito che l’Italia non partecipa alla guerra nel Golfo e non ha alcuna intenzione di entrarvi. Nella nota che è stata pubblicata al termine dell’incontro si legge:

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Il Consiglio Supremo di Difesa ha analizzato lo scenario di crisi che si è determinato con la nuova guerra in corso a seguito dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, manifestando grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti che questa crisi sta producendo nell’intera regione del vicino medio Oriente e nell’area del Mediterraneo.

Il Consiglio, nel pieno rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione, esprime forte preoccupazione per il moltiplicarsi di conflitti, in particolare nell’area mediterranea e nel Medio Oriente, dove sono in gioco nostri interessi strategici vitali. Attacchi a civili, di cui troppo sovente sono vittime bambini come nel caso della strage della scuola di Minab, sono sempre inaccettabili.

Per l’insieme di queste ragioni l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito il Presidente del Consiglio in Parlamento.

Nel comunicato si dice anche di aver preso atto in modo favorevole di quanto è stato detto in Parlamento, quando Giorgia Meloni ha riferito sulla guerra in Iran. Quindi, principalmente, due cose: l’invio di assistenza alla difesa aerea per i Paesi alleati nel Golfo e l’utilizzo della basi militari concesse alle forze statunitensi nel rispetto degli accordi bilaterali. Altrimenti, se dovessero arrivare richieste diverse, ci sarà un passaggio (e quindi una decisione) in Parlamento. Per il resto il Consiglio della Difesa ha anche parlato degli attacchi israeliani nel Sud del Libano, definendo inammissibili quelli all’Unifil, al momento a guida italiana, e ha condannato anche l’aggressione alla nostra base di Erbil, in Iraq.

In generale dal comunicato traspare tutta la precarietà di una situazione sempre più fuori controllo, che non abbiamo idea di come finirà. Da Donald Trump arrivano segnali contrastanti. Prima dice che le operazioni sono quasi concluse, che la guerra terminerà a breve. Ma poi scrive sui suoi social che l’Iran per 47 anni ha ucciso persone in tutto il mondo e quindi adesso lui, il 47esimo presidente degli Stati Uniti, sta uccidendo il regime. Che definisce di “squilibrati bastardi”. Insomma, Trump non usa proprio un linguaggio che fa pensare a un imminente ritorno della diplomazia.

Trump sta attaccando i giornali. Perché – dice – a leggerli sembra che l’Iran stia vincendo e gli Stati Uniti stanno perdendo. Ma non sarebbe così perché, scrive sempre Trump, gli Stati Uniti hanno una potenza di fuoco senza pari, con munizioni illimitate, che hanno già annientato l’aeronautica e la marina iraniane, decimando poi i loro leader. E anche dal punto di vista economico – prosegue sempre Trump – gli Stati Uniti non starebbero soffrendo.

Leggiamo un altro post che il presidente statunitense ha pubblicato sui social:

Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. MA, di ben più grande interesse e importanza per me, come Presidente, è impedire a un impero malvagio, l'Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada! Grazie per l'attenzione a questa questione. Presidente DONALD J. TRUMP

Questa narrazione della guerra e dei suoi effetti che fa Trump è ben lontana dalla realtà. E mostra anche tutte le difficoltà di un presidente che non sa più come uscire dal conflitto. Da un lato probabilmente ha i suoi consiglieri che lo pregano di terminare la guerra, altrimenti scatenerà il caos più totale, ma dall’altra alleati come Netanyahu che invece lo spingono a continuare la guerra con gli Ayatollah.

Il punto è che l’Iran non è così in difficoltà come Stati Uniti e Israele speravano. Anzi, probabilmente Teheran si sta rendendo conto che la sua è una strategia efficace: perché immobilizzando il Golfo persico sta creando danni sostanziali all’economia mondiale, tra l’aumento dei prezzi dei carburanti – ma non solo, da quella rotta passa anche un terzo dei fertilizzanti, così come quote strategiche ei alluminio ed elio, usate per produrre semiconduttori – ma allo stesso tempo riesce a schermarsi e non risentire a sua volta degli effetti negativi della crisi.

Perché l’Iran ha il potere di riaprire lo Stretto di Hormuz, ma solo per sé stesso. E così trasportare il proprio greggio solo a chi desidera. Kpler, che è la società che analizza il mercato dell’energia, negli ultimi giorni ha monitorato una ripresa dell’export di petrolio in quell’area. Chiaramente non sono barili che arrivano dall’Arabia, dal Qatar o dagli Emirati, che sono alle prese con il difendersi dai missili iraniani. E, comunque, se si mettessero a navigare per quel canale rischierebbero di saltare in aria a causa delle mine che ha installato Teheran. No, è il greggio che viene proprio dall’Iran e ha praticamente un’unica destinazione: la Cina.

Sempre secondo Kpler l’export iraniano sarebbe arrivato agli stessi livelli pre-guerra. Sicuramente il regime degli Ayatollah è ferito, però resiste. E conosce i suoi punti di forza, sa quello che si può giocare. E sa anche chi sono i suoi alleati.

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