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In Svizzera, a Ginevra, oggi c’è stato il terzo round di colloqui tra l’Iran e gli Stati Uniti, con la mediazione dell’Oman, sulla annosa questione del programma nucleare iraniano. Teheran continua a ripetere che l’accordo è fattibile anche subito, se il punto è lo sviluppo dell’arma nucleare. Perché non è quello l’obiettivo. E non è lo sarebbe mai stato, visto che la Guida Suprema Ali Khamenei, già nel 2003, aveva emesso una fatwa per vietare l’acquisizione di bombe atomiche all’Iran. Ma la controparte statunitense non sembra crederci. E probabilmente vuole anche altro da questo accordo.
Il terzo round di negoziati sul nucleare
Stamattina la portaerei Gerald Ford, la più grande al mondo, ha lasciato la base navale di Creta – era arrivata nel Mediterraneo nelle ultime settimane – e sarebbe diretta verso Israele. Poi da lì dovrebbe avvicinarsi ulteriormente alla Abraham Lincoln e a tutta la flotta militare statunitense che si sta concentrando nella regione mediorientale, proprio a causa delle tensioni con l’Iran. Questo raggruppamento così massiccio, che non si vedeva da vent’anni (appunto dalla guerra in Iraq), potrebbe avere due significati. Potrebbe essere la prova di un attacco imminente, oppure potrebbe essere un modo per mettere ulteriore pressione all’Iran nei negoziati.
L’ipotesi di attacco militare all’Iran
Nel primo caso: Trump non ha mai nascosto di considerare l’opzione militare nel caso dell’Iran. Lo ha fatto allo scoppio delle proteste nel Paese, quando scriveva che gli aiuti dagli Stati Uniti per proteggere i manifestanti stavano arrivando. E poi di nuovo sui negoziati, dicendo che nel caso in cui non si riuscisse a raggiungere un accordo gli Stati Uniti sono pronti a qualsiasi azione, per impedire a Teheran di sviluppare l’arma atomica.
L’operazione con Israele
Secondo un’indiscrezione uscita oggi su Politico però, in questo primo caso, i consiglieri di Trump preferirebbero che Israele attaccasse per primo. A quel punto sicuramente l’Iran darebbe il via alle ritorsioni e allora l’opinione pubblica statunitense digerirebbe meglio l’ipotesi di un attacco. Bisogna considerare che anche l’elettorato repubblicano, nonostante non manchi il sostegno a un cambio di regime, non sembra essere troppo favorevole a un intervento militare. Perché questo rischia di somigliare alle guerre passate in quella regione. Quindi un’occupazione lunghissima, con perdite pesanti anche tra i militari statunitensi e il deterioramento della stabilità dell’intera regione. Senza alcun successo, di fatto, da poter rivendicare per Washington.
Insomma, se alla fine lo scenario sarà quello dell’attacco militare, si tratterebbe (almeno secondo queste indiscrezioni) comunque di un’operazione congiunta con Israele. E andrebbe a colpire i siti nucleari, le infrastrutture missilistiche e i vertici di potere. Quindi anche la leadership di Khamenei. Ovviamente poi andrebbe gestito il pericolo delle ritorsioni contro tutte le basi statunitensi nella regione, come già era successo l’anno scorso, nella Guerra dei 12 giorni scoppiata dopo l’attacco israeliano alle centrali nucleari iraniane.
La deterrenza statunitense
Nel secondo caso, invece, il massiccio raggruppamento di forza militare nelle acque mediorientali avrebbe l’obiettivo di intimorire l’Iran, e spingerlo così ad accettare tutte le clausole statunitensi. Ma quali sono? Questo non è chiarissimo. Trump ne ha parlato anche nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, tenuto qualche giorno fa. Un discorso lunghissimo, di quasi due ore, il primo da quando è tornato nuovamente alla Casa Bianca. In cui Trump ha parlato anche della questione iraniana, dicendo che l’ammassamento di navi militari in quella zona serve ad impedire che l’Iran consegua armi atomiche. Trump ha detto la sua strada preferita è sempre quella della diplomazia, ma che se non si riesce a trovare un accordo gli Stati Uniti faranno comunque tutto quello che è in loro potere per evitare che le bombe nucleari finiscano in mano iraniana.
Cosa ha detto Trump
Trump ha detto: “Gli iraniani vogliono fare un accordo, ma noi non abbiamo mai sentito le paroline magiche. Cioè ‘non avremo mai armi nucleari’”. E in realtà questo è completamente falso, perché Teheran ha sempre detto esplicitamente che non intende sviluppare armi nucleari. Il punto non è tanto cosa viene detto, ma cosa può essere considerato credibile dalla comunità internazionale. Ed è precisamente per questo motivo che nell’accordo sono comprese le ispezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica e la condivisione di informazioni: proprio per assicurarsi che lo sviluppo di un programma nucleare rimanga nell’ambito civile, energetico, e non si avvicini mai alla costruzione di armi di distruzione di massa.
Ma gli Stati Uniti potrebbero volere qualcosa in più da questi negoziati. Potrebbero voler stroncare del tutto il programma missilistico iraniano. Che secondo Teheran, però, è necessario alla sua stessa sopravvivenza, di fronte alle minacce di Israele (che meno di un anno fa si sono trasformate in realtà, in conflitto armato, e all’insicurezza generale nella regione. L’amministrazione di Trump ha già avvertito che i missili iraniani sono già in grado di raggiungere le loro basi in Europa, e che presto potrebbero arrivare anche direttamente negli USA.
E poi c’è un altro punto, che è la rete di alleati dell’Iran. Hezbollah in Libano, gli Houti in Yemen, alcune fazioni di Hamas in Palestina. Gli Stati Uniti hanno tutti gli interessi, chiaramente, a smantellare questo asse di alleanze, che al tempo stesso è imprescindibile per l’Iran e il suo collocamento regionale. Insomma, la fine del programma di ’arricchimento di uranio – che serve appunto a costruire armi nucleari – è solo una delle condizioni poste dagli Stati Uniti. Ma ce ne sarebbero anche molte altre.
Le previsioni sul futuro
Fare delle previsioni è davvero difficile. Subito dopo l’intervento militare in Venezuela Donald Trump, probabilmente in preda a un attacco di hybris, aveva subito detto che l’Iran sarebbe stato il prossimo. Ma probabilmente ora sta facendo i conti anche con quello che sottolineano i suoi consiglieri politici. Cioè che l’Iran è un Paese completamente diverso dal Venezuela e che un’operazione militare probabilmente avrebbe conseguenze a cui nemmeno la base MAGA vorrebbe far fronte.
Forse Trump pensa a un successo in Iran come un lasciapassare per le prossime elezioni midterm, che si terranno questo autunno. Pensa che potrebbe essere il suo asso nella manica per assicurarsi un pieno di consensi e di popolarità. Ma la verità è che in questo nuovo anno Trump deve fare i conti con un leggero cambiamento nell’opinione pubblica. Se nel primo anno di mandato aveva potuto fare praticamente di tutto, senza che nessuno battesse ciglio (pensiamo ai dazi o alle minacce in Groenlandia), negli ultimi mesi le cose sono cambiate. Non tanto per quanto fatto in politica estera, ma soprattutto per cosa è successo all’interno degli Stati Uniti.
E si è visto anche nel suo discorso sullo Stato dell’Unione. Perché Trump ha sapientemente evitato di soffermarsi su due temi spinosi. Ha rivendicato moltissimi successi sul fronte delle politiche migratorie, ma non ha parlato di ICE, di Minneapolis, di Renee Good o di Alex Pretti. Così come non ha parlato degli Epstein files.
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