Segui Nel caso te lo fossi perso.
Ascolta la notizia più importante del giorno.

Per gli Stati Uniti, l’Iran non stava davvero negoziando sul nucleare. Stava prendendo tempo e nel mentre puntava una pistola alla tempia della Casa Bianca. Questo almeno è quello che ha detto il segretario di Stato alla Guerra – il capo del Pentagono – Pete Hegseth, dopo giorni di missili e bombardamenti reciproci con Teheran. L’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran è arrivato pochi giorni dopo i colloqui sul programma nucleare iraniano a Ginevra. Delle trattative dopo le quali entrambe le delegazioni dicevano che si stessero addirittura facendo alcuni passi avanti. Ma evidentemente non era così.
L’attacco degli Stati Uniti
Da tempo Trump minacciava l’Iran, dicendo che non avrebbe mai permesso al regime degli Ayatollah di avere l’atomica. È come se la guerra dei 12 giorni dello scorso anno – scoppiata quando Israele aveva preso di mira le strutture nucleari iraniane – sia stata una prova, per misurare l'effettiva capacità di Teheran di reagire. Una capacità che si sta vedendo da ore in tutta la sua potenza. L’Iran ha attaccato non solo obiettivi in Israele, ma anche le basi statunitensi in tutto il Medio Oriente, colpendo Bahrein, Kuwait, Qatar, Giordania e gli Emirati Arabi Uniti.
L’Iran come l’Iraq nel 2003
È chiaro che questa operazione non sarà come quella in Venezuela. Perché l’Iran non è il Venezuela, ha una struttura militare in grado di infliggere dei danni ai suoi obiettivi. E poi il contesto regionale è completamente diverso. E rischia di trasformarsi in una polveriera, portando alla guerra diversi Paesi del Golfo. Gli Stati Uniti ne sanno qualcosa, di guerre nel Golfo, e ora c’è una parte dell’opinione pubblica statunitense (e mondiale) che teme il replicarsi di una occupazione lunga e logorante, che non porti poi a nessun successo concreto. Hegseth ha detto che non assisteremo a un nuovo Iraq, quindi a un conflitto infinito che porta solo a perdite e instabilità, e che questa non sarà un’operazione senza fine. Ma finirà solo ed esclusivamente ai termini dettati da Trump.
Da parte sua il presidente statunitense ha detto che questo attacco era necessario per difendere i cittadini e le basi statunitensi nella regione dalla minaccia di Teheran. Ha minacciato i Guardiani della Rivoluzione di deporre le armi, a meno che non vogliano andare incontro a morte certa. E poi ha incitato il popolo iraniano a insorgere e prendere il potere. Da quando è stata confermata l’uccisione di Ali Khamenei, della Guida Suprema, abbiamo visto due reazioni nel Paese: gli Ayatollah e i loro seguaci hanno annunciato un lungo lutto nazionale e hanno promesso vendetta e ritorsioni, ma c’è stato anche chi ha festeggiato per la morte di Khamenei, sperando finalmente nel crollo del regime. Del resto da mesi ormai l’Iran è travolto dalle proteste, che sono state represse in modo sanguinario provocando migliaia e migliaia di morti. Probabilmente, però, non vediamo il popolo insorgere – come chiede Trump – perché nel frattempo stanno continuando i bombardamenti. I morti anche tra i civili sono centinaia, è stata colpita una scuola in cui sono morte oltre cento bambine: è complesso pensare di scendere nelle piazze a protestare e chiedere una transizione di potere mentre continuano a piovere le bombe.
Chi era Khamenei
E poi c’è un altro elemento da considerare. Da quando Khamenei è salito al potere, nel 1989, è riuscito a costruire una rete di controllo, del potere politico e religioso, ben strutturata e radicata. Che ha sostanzialmente eliminato l’opposizione. Oggi l’opposizione iraniana è frammentata e si trova principalmente all’estero. Ci sono i nostalgici dello Scià – che vedono nella figura del figlio, Reza Pahlavi, una speranza: ma è una figura isolata, che ha vissuto solo gli anni della sua infanzia nel Paese, che non ha contatti. E che è osteggiata da tutti coloro che ricordano bene come il regime attuale si sia sostituito al regime precedente, anch’esso brutale e repressivo. Ci sono gli intellettuali laici, che però sono sparsi per lo più in Europa e Nord America e non sono bene organizzati. C’è l’opposizione curda, che ha rivendicazioni diverse da quelle di tanti altri iraniani. E poi c’è il MEK, il movimento studentesco che partecipò alla rivoluzione del 1979, ma che venne poi arginato dai Pasdaran.
L’Iran non è un Paese che non conosce le proteste. Ci sono state nel 2009, quando si contestava il risultato elettorale che mantenne l’ex presidente Ahmadinejad al potere, ci sono state nel 2022 per i diritti delle donne nel nome di Masha Amini, e ci sono state a cavallo tra il 2025 e il 2026 a causa dell’inflazione galoppante e una situazione economica disastrosa. Ma non sono mai riuscite a rovesciare il regime. Che anche oggi, nonostante gli attacchi e la morte di Khamenei, è ancora in piedi probabilmente. Indebolito e smembrato, ma c’è ancora.
Il regime iraniano
Perché il regime non era la persona di Khamenei, per quanto lui abbia mantenuto per quarant’anni il potere e sia riuscito a consolidare la sua autorità sul fronte politico, religioso e anche militare. Il regime è fatto dagli Ayatollah, il clero sciita, e dai Pasdaran, il corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. È una struttura, una macchina che funziona anche senza la testa. C’è un vuoto di potere oggi, questo è innegabile, ma questo vuoto di potere non vuol dire automaticamente il crollo del regime.
Il vuoto di potere
Al momento Alireza Arafi, un Ayatollah, è stato nominato come leader supremo ad interim. Poi toccherà all’Assemblea degli Esperti, un corpo di 88 religiosi, nominare il successore di Khamenei. C’è chi fa il nome di Ali Larijani, il capo del consiglio di sicurezza, colui che ha smentito Trump quando diceva che la nuova leadership iraniana lo avesse già contattato per provare a negoziare. Larijani ha detto che non c’è alcuna intenzione di trattare con gli Stati Uniti e che, a differenza degli Stati Uniti, l’Iran si prepara da molto tempo a una lunga guerra, che i suoi nemici hanno sbagliato i calcoli e che di questo si pentiranno. È chiaro che con lui non ci sarebbe alcun crollo del regime, non ci sarebbe alcun regime-change, ma solo una successione e una continuità con ciò che l’Iran è stato negli ultimi 47 anni.
Una guerra nel Golfo?
La nuova leadership comunque non è ancora stata scelta. Quando questo avverrà probabilmente capiremo di più anche rispetto al futuro dell’intera regione. Diversi Paesi del Golfo infatti da anni hanno relazioni molto tese con l’Iran – penso ad esempio all’Arabia Saudita, che si contende con Teheran la leadership regionale – e ora non è chiaro come reagiranno agli attacchi che hanno colpito i loro territori. Da un lato un’escalation nel Golfo è uno scenario che non vuole nessuno, dall’altro è difficile pensare che non ci sarà alcuna ritorsione per un attacco che ha causato vittime e feriti.
Se questo contenuto ti è piaciuto, clicca su "segui" per non perderti i prossimi episodi.
Se vuoi accedere ad altri contenuti esclusivi e sostenere il nostro lavoro, abbonati a Fanpage.it!