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Non è la prima volta che la Spagna fa valere una posizione diversa dal resto dell’Unione europea, nel momento in cui si trova di fronte all’imperialismo militarista di Donald Trump. Lo aveva fatto anche lo scorso ottobre, quando il presidente statunitense obbligava tutti i Paesi europei della Nato ad aumentare la spesa militare fino al 5% del Pil, chiaramente andando a incidere sulle altre voci di bilancio, dalla sanità al welfare. Sanchez si era opposto, aveva detto di non essere disposto a tagliare i servizi e lanciarsi in una corsa al riarmo solo perché lo chiedeva la Casa Bianca. E anche allora Trump era andato su tutte le furie, minacciando dazi e ritorsioni commerciali contro la Spagna.
Sanchez condanna l'attacco USA
Anche oggi lo stesso copione. Pedro Sanchez prima ha condannato l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, definendolo ingiustificato, pericoloso e fuori dal perimetro del diritto internazionale. E poi il suo governo ha fatto sapere che non autorizzerà l’uso delle sue basi militari – come quella navale di Rota o quella aerea di Moron – per le operazioni statunitensi contro Teheran. Si tratta di basi sul territorio spagnolo – rispettivamente a Cadice e a Siviglia – dove però esiste un accordo di uso congiunto con gli Stati Uniti, risalente al 1953. Queste rimangono comunque sotto la sovranità di Madrid, che quindi ha il potere di negarne l’utilizzo per qualsiasi operazione che non sia in linea con quanto previsto dalle Nazioni Unite. Quindi, in questo caso, anche solo di manutenzione ad aerei poi in partenza verso il Golfo. La ministra della Difesa spagnola, Margarita Robles, ha detto che il suo Paese darà supporto solo in caso di interventi umanitari, ma nulla di più.
Le basi spagnole negate
E infatti, guardando alle mappe di FlightRadar24, diversi Boeing KC135 statunitensi negli ultimi giorni hanno lasciato le basi spagnole per spostarsi in quelle tedesche. La reazione di Trump non ci ha messo molto ad arrivare. Mentre era in conferenza stampa a Washington proprio con Friedrich Merz – un alleato della Spagna, un altro leader Ue – ha minacciato di rompere tutti gli accordi commerciali con Madrid e il governo di Pedro Sanchez. Ha definito il Paese come “terribile” e “ostile” e ha detto che, se volesse, già da domani potrebbe tagliare tutti i rapporti commerciali con la Spagna. Dopo la conferenza stampa Merz ha cercato di placare gli animi, ricordando che la Spagna è un Paese membro dell’Unione europea e che il commercio internazionale è un affare comunitario, per cui gli accordi si prendono in maniera congiunta.
Le minacce di Trump
Insomma, come era già accaduto ad ottobre, è probabile che anche questa volta le minacce di Trump cadano nel vuoto. Però il dato politico è chiaro: la Spagna non ha intenzione di rimanere subordinata a Trump, alla sua imprevedibilità, al suo neoimperialismo e intervenzionismo militare, che crea scompiglio e terremoti geopolitici. In un comunicato il governo spagnolo ha sottolineato che la Spagna è un Paese chiave della Nato, che rispetta i propri impegni e apporta il suo contributo alla difesa europea. Ma non solo: è anche un Paese esportatore dell’Unione e un affidabile partner commerciale. Fa affari con 195 Paesi in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti: quindi, ha concluso questo comunicato, se gli Stati Uniti desiderano rivedere questa relazione, lo devono fare rispettando l’autonomia delle imprese private, il diritto internazionale e gli accordi bilaterali che hanno stretto con l’Unione europea.
Insomma, mentre in Europa la maggior parte dei leader è divisa tra il solito immobilismo e l'attivismo militarista di Macron, che ha annunciato che la Francia ingrandirà il suo arsenale atomico, la Spagna prende posizione su un’altra via. Sanchez ha detto che c’è sempre spazio per una soluzione negoziata, invece che puntare sulla devastazione delle armi come unica soluzione. E quindi ha fatto un appello alla de-escalation e al rispetto del diritto internazionale, dicendo che questa è la posizione della Spagna e dovrebbe essere anche quella dell’Unione europea.
L'Europa divisa
Perché gli Stati Uniti hanno attaccato senza consultare i loro stessi alleati. E sì, è vero, hanno inflitto un danno a un regime terribile, che da decenni comprime le libertà e i diritti degli iraniani e che negli ultimi mesi ha ucciso migliaia e migliaia dei suoi stessi cittadini che scendevano nelle strade a protestare. Ma la storia dovrebbe insegnare almeno due cose. La prima, che gli interventi militari statunitensi per esportare la democrazia hanno sempre portato a caos ed escalation di violenza e precarietà da cui è difficile uscire. Pensiamo all’Afghanistan, pensiamo all’Iraq, e guardiamo alla realtà dei due Paesi adesso: uno Stato in cui è stato completamente restaurato il regime dei Talebani dopo vent’anni di occupazione e un Paese instabile, costantemente vulnerabile alla violenza, al terrorismo, all’occupazione.
Gli interventi USA nel Golfo
E, seconda cosa, che alla fine nemmeno Trump usa più la retorica sulla democrazia, la libertà e i diritti per legittimare i suoi bombardamenti. Che, lo ricordiamo, uccidono anche i civili. È stato condannato il sanguinario regime degli Ayatollah, ma poi negli attacchi per deporlo è stata colpita una scuola uccidendo oltre un centinaio di studentesse che erano solo delle bambine. Quando ha annunciato l’attacco all’Iran Trump ha detto che gli Ayatollah sono persone terribili e che minacciavano le basi statunitensi nella regione. Ha incitato gli iraniani a scendere in piazza e prendere il potere, ma continua a colpire con i missili le strade e le piazze di Teheran.
Non serve nemmeno guardarsi indietro di vent’anni, basta pensare allo scorso gennaio. Trump ha ordinato l’operazione in Venezuela, ha catturato Maduro e si è assicurato l’accesso al petrolio venezuelano. Ma il regime non è cambiato. Forse i venezuelani stanno meglio senza Maduro, ma al potere c’è ancora la sua stessa classe politica. La verità è che a Trump non interessava nulla del popolo venezuelano, così come non gli interessa nulla di quello iraniano.
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