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La propaganda di Putin, i veti di Orban e il ritiro di Trump: la guerra senza fine in Ucraina

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Secondo un centro di ricerca internazionale le persone che sono morte, disperse o ferite nel conflitto in Ucraina sono ormai complessivamente due milioni, anche se stabilire cifre esatte resta complesso. Secondo il Centro per gli studi strategici e internazionali i russi hanno registrato circa 325mila morti, gli ucraini tra i 100mila e i 140mila morti. Il bilancio delle vittime civili resta molto pesante: la missione ONU per i diritti umani in Ucraina parla di oltre 15mila morti tra la popolazione civile, di cui più di 700 bambini, e 41mila feriti. Sono cifre probabilmente sottostimate, destinate purtroppo ad aumentare.

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Il quarto anniversario della guerra in Ucraina

Perché la pace continua ad essere lontana. Secondo un’altra analisi, dell’Istituto per gli Studi sulla guerra, l’esercito russo è avanzato più nel quarto anno di conflitto, di quanto non aveva fatto nel secondo e nel terzo messi insieme. E questo nonostante, con Donald Trump di nuovo al potere negli Stati Uniti, si parlasse di nuovo di negoziati per un cessate il fuoco. Sono dati che mostrano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, quanto la propaganda russa sia sempre e solo stata strumentale al guadagnare tempo. Un tempo prezioso, che serve proprio a portare avanti l’offensiva.

Vladimir Putin non ha rinunciato all’aspirazione di una vittoria militare, sul campo. Non ha mai voluto davvero negoziare: vuole prendere il Donbass e poi forse andare anche oltre, continuare la sua campagna bellica neoimperialista. Vuole controllare il governo di Kiev, e al tempo stesso vuole un'Europa debole.

Un’Europa debole

E un’Europa così debole probabilmente non si era mai vista. Oggi diversi leader, tra cui anche Ursula von der Leyen, sono andati di persona a Kiev, a mostrare il loro sostegno a Volodymyr Zelensky e al popolo ucraino. Ma ci sono andati a mani vuote, senza poter annunciare le due cose che avrebbero voluto portare a prova di questo sostegno incondizionato: cioè l’ufficialità al ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca e quella ai 90 miliardi di euro di prestiti.

Il veto di Orban

E questo anche se un accordo preliminare era già stato raggiunto lo scorso dicembre nel Consiglio europeo. Ieri a mettersi di traverso è stato ancora una volta Viktor Orban, che ha posto il suo veto. E ha detto che non lo toglierà fino a quando gli ucraini non ripareranno l’oleodotto di Druzhba, cioè quell’oleodotto che passa per l’Ucraina e trasporta il petrolio russo in Ungheria. Kiev dice che sono stati i russi a danneggiarlo, Budapest in qualche modo accusa gli ucraini di averlo sabotato.  La presidente del Parlamento Metsola ha firmato il prestito di sostegno a Kiev a nome del Parlemento europeo, ma di fatto resta il veto sulla modifica del bilancio a lungo termine dell’Unione, che serve per sbloccare questi fondi.

Insomma, oggi a Kiev i leader dell’Unione europea non hanno nulla da portare a Zelensky.  Certo, da Bruxelles si mostrano tutti fiduciosi che presto si possa trovare una soluzione e che alla fine tutti i leader rispettino gli impegni presi. Ma la situazione non cambia. E porta anche un certo imbarazzo ai leader alleati di Orban, come Giorgia Meloni, che al suo contrario continuano a sostenere l’importanza di restare al fianco di Zelensky e di sostenerlo.

Le divisioni politiche

Ma la divisione non è solo europea. Anche la politica italiana continua a restare divisa. Da un lato c’è la Lega che non è assolutamente sulla lunghezza d’onda del resto della maggioranza, dall’altro lato però anche nell’opposizione ci sono sensibilità diverse. E ieri, alla risoluzione al Parlamento europeo seguita all’intervento di Zelensky, è finita che il Movimento Cinque Stelle ha votato contro al testo, insieme al generale Vannacci, mentre la Lega e l’Alleanza Verdi e Sinistra si sono astenute. A favore di questa risoluzione, quindi, la strana accoppiata fatta da Fratelli d’Italia, Forza Italia e il Partito democratico.

Il comunicato diffuso oggi da Palazzo Chigi è comunque a nome di tutto il governo, chiaramente. Si legge la solidarietà e la vicinanza al popolo ucraino, ma anche il sostegno al processo di negoziati promosso dagli Stati Uniti, così come la partecipazione all’azione dei Volenterosi. Oggi infatti Meloni era in collegamento video con la riunione di questa coalizione a Kiev: un vertice da cui è emerso che questi Paesi rafforzeranno il sostengo militare. Von der Leyen ha parlato di sistemi di difesa aerea, droni, munizioni a lungo raggio.Non solo missili e bombe. Nel frattempo i Volenterosi hanno anche detto di essere al lavoro sulle famose garanzie di sicurezza, su cui però il sostegno degli Stati Uniti rimane imprescindibile.

I programmi di Trump

Trump finora ha fatto capire qual è la sua posizione: gli interessa porre fine alla guerra – oggi i media statunitensi dicono che vuole portare a casa un accordo entro il 4 luglio, cioè al 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza – ma solo nell’ottica di poter rivendicare un successo diplomatico personale.

E infatti non si fa scrupoli ad accettare tutte le richieste della Russia come legittime, anche se prevedono la cessione di territori, da parte dell’aggredito nei confronti dell’aggressore. E questo significherebbe riconoscere l’attacco militare come strumento per far valere le proprie mire politiche. Significherebbe riconoscere la legge del più forte e abbandonare totalmente il diritto internazionale.

La minaccia nucleare

Oggi la Russia da parte sua non ha fatto altro che riproporre la sua propaganda. Putin ha accusato “gli oppositori della Russia” di minare i progressi fatti sui negoziati e ha ribadito che comunque “il nemico” non è in grado di “infliggere una sconfitta strategica alla Russia”. Ha detto che comunque ci proverà, si spingerà fino al limite estremo e poi si pentirà. Dichiarazioni che fanno paura, perché mentre entriamo nel quinto anno di guerra, il Cremlino torna a parlare di escalation nucleare. Dice che sarà costretta ad usare la bomba atomica nel caso in cui l’Ucraina riuscisse a mettere le mani sulla tecnologia nucleare. E in tutto questo i servizi di intelligence russi hanno accusato Londra e Parigi di essere al lavoro per fornire a Kiev armi di questo tipo. E Medvedev, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, ha detto che in tal caso anche un attacco nucleare sulla Francia e sul Regno Unito sarebbe legittimo.

Insomma, non solo anche se passano gli anni non ci avviciniamo a una parvenza di pace, ma un’escalation ancora più violenta e pericolosa ci sembra sempre dietro l’angolo.

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