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La Guida Suprema dell’Iran come una dinastia con la nomina del figlio di Khamenei

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La Repubblica islamica, nel 1979, ha cacciato lo Scià, la monarchia e la dinastia dei Pahlavi. Oggi però nomina come Guida suprema del Paese Mojtaba Khamenei, il figlio di Ali Khamenei, ucciso in un attacco missilistico statunitense nelle prime ore della guerra. È una successione che rafforza l’ala più radicale del regime, accentra il potere nelle mani di una figura che gli iraniani associano alle repressioni di piazza, che ha strettissimi legami con i Guardiani della Rivoluzione e gli apparati di sicurezza. Per Israele Mojtaba è un uomo morto che cammina. Trump lo aveva definito un nome inaccettabile nei giorni scorsi, quando iniziava a farsi strada la possibilità che prendesse il posto del padre, e alla conferma di questa notizia non sarebbe rimasto contento: è il segnale che Teheran non ha intenzione di cercare compromessi con gli Stati Uniti e che la guerra potrebbe durare ancora molto a lungo.

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Chi è Mojtaba Khamenei

Mojtaba Khamenei è il secondogenito di Ali Khamenei. Nell’attacco missilistico che ha ucciso suo padre ha perso anche la moglie e un figlio. E questa è una ragione personale, oltre a quelle politiche dell’ala più dura del regime, per voltare le spalle a qualsiasi tipo di compromesso con gli Stati Uniti. È nato nel 1969, aveva solo dieci anni quando è scoppiata la Rivoluzione islamica. Ha frequentato la scuola religiosa di Teheran, per poi arruolarsi nell’esercito durante la guerra tra Iran e Iraq. Ha sempre mantenuto un basso profilo, lontano dalla vita pubblica: non ha mai avuto una carica politica o religiosa, è un chierico di medio livello. A differenza del padre che è sempre stato in prima linea, Mojtaba ha lavorato ai margini della vita politica. Ha fatto pochissime apparizioni pubbliche, di rado è intervenuto su questioni che riguardavano il Paese.

Ma nonostante questo, ha sempre avuto un altissimo livello di influenza nella rete del potere del regime iraniano, specialmente grazie alla sua vicinanza con i Guardiani della Rivoluzione e tutto l’apparato di sicurezza. Non a caso dalla popolazione iraniana è associato prettamente alla repressione del dissenso, all’oppressione cruenta e sanguinaria di qualsiasi protesta contro il regime. Il suo nome ha iniziato a circolare tra il vasto pubblico nel 2009, quando sono scoppiate le proteste sul risultato delle elezioni che manteneva il presidente Mahmud Ahmadinejad al potere. Milioni di iraniani scesero in piazza, era l’anno del fenomeno dell’Onda Verde, ma vennero violentemente soffocate.

La vicinanza agli apparati di sicurezza

E dietro l’intervento degli apparati di sicurezza ci sarebbe stato proprio lui, Mojtaba Khamenei. Un politico riformista lo accusò di aver prima interferito con le elezioni, per mantenere al potere una figura più conservatrice e radicale – Ahmadinejad appunto – e poi di aver soppresso ogni manifestazione popolare nel sangue. Ma le denunce non durarono a lungo, perché uno alla volta il regime imprigionò le voci più riformiste.

Il nome di Mojtaba circola anche in relazione alle proteste del 2019, quelle scoppiate a causa degli altissimi prezzi del carburante, e a quelle del 2022, per i diritti delle donne dopo la morte di Masha Amini. Insomma, anche senza una carica pubblica di alto rango, Mojtaba è stato una figura chiave per il regime, che ha saputo tenerne le redini da dietro le quinte.

La continuità della dinastia

Questo non significa che la sua nomina metta tutti d’accordo. Si tratta comunque del figlio di un uomo che è stato la Guida Suprema per quasi quarant’anni: c’è il rischio di trasformare la Repubblica in una dinastia, di ricalcare a immagine e somiglianza quella stessa monarchia che gli Ayatollah avevano rovesciato. Negli ultimi giorni, quando il suo nome diventava sempre più ingombrante nei discorsi sulla successione, erano saltate fuori anche delle vecchie dichiarazioni di Ali Khamenei, che escludeva la possibilità di passare il potere da padre in figlio. Proprio perché la Repubblica era nata nel segno del rifiuto del sistema di potere degli Scià, sostenendo invece che la Guida Suprema dovesse essere nominata per la sua caratura morale e religiosa. Non per il nome.

Non è tutto: a pesare su questa nomina c’è anche la vicinanza di Mojtaba con l’apparato di sicurezza, con i Guardiani della Rivoluzione, che potrebbe in qualche modo ridimensionare il potere dei religiosi. Insomma, per quanto sia una scelta di estrema continuità per il regime, non è stata la più facile. Sicuramente è un messaggio forte e chiaro a Israele e agli Stati Uniti: Teheran non ha intenzione di trattare, di scendere a compromessi o di aprire al dialogo. Ma allo stesso tempo è una scelta che, internamente non vede tutti convinti allo stesso modo.

Un segnale agli Stati Uniti

La priorità però adesso, per il regime iraniano, è mantenere il fronte compatto. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha detto che la scelta dell’Assemblea degli Esperti – cioè l’organo composto da 88 religiosi di alto rango che nomina la Guida Suprema – rafforza l’unità nazionale contro il nemico; il capo della magistratura ha definito la nomina una "fonte di gioia e speranza", esortando le élite, i funzionari e il popolo a giurare fedeltà al nuovo leader e a rafforzare l'unità; e infine il Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Ali Larijani – uno dei nomi che erano stati fatti come probabili successori di Khamenei – ha anche lui  sostenuto il nuovo leader, affermando che la sua scelta è avvenuta in "un processo trasparente e legale".

Insomma, non è chiaro quanto una figura che ha sempre vissuto ai margini della vita politica e religiosa – che in Iran sono una cosa sola – possa avere una salda presa su tutti gli apparati del regime per affrontare una guerra che ha sempre di più l’aspetto di un conflitto lungo e logorante. Solo il tempo potrà dirlo. Ma è chiaro che la scelta di Mojtaba Khamenei chiarisce la volontà di Teheran di non cedere terreno a Washington e Tel Aviv, anche a costo di andare oltre uno di quei principi su cui si era fondata la Rivoluzione islamica: il rifiuto della monarchia, delle dinastie e del potere familiare. No, ancora oggi la Guida Suprema del Paese porta il nome di Khamenei

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