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Oggi è scaduto l’ultimo trattato bilaterale, firmato direttamente dalla Russia e dagli Stati Uniti per il controllo delle armi nucleari. Da oggi non abbiamo più il New Start, l’accordo che legalmente vincolava i due Paesi – che detengono quasi il 90% di tutte le testate presenti al mondo, quindi oltre 10 mila – a ridurre il numero di armi atomiche in loro possesso. Era un accordo che fissava a 1.500 il limite di testate a lungo raggio dispiegate su sistemi di lancio (quindi missili balistici intercontinentali o sottomarini) e al tempo stesso disciplinava le comunicazioni e le ispezioni incrociate, per garantire un certo grado di trasparenza.
Da qualche anno, con l’aggressione della Russia in Ucraina chiaramente il trattato era in bilico, le comunicazioni erano saltate e a livello globale si sta assistendo a una corsa al riarmo. Però il New Start rimaneva una cornice vincolante, che impegnava le due principali potenze nucleari al mondo a continuare sulla via del disarmo. Un percorso, questo di graduale smantellamento degli arsenali nucleari, che è durato circa cinquant’anni: negli anni Settanta, dopo i picchi di tensione della Guerra Fredda, quando si era sfiorato il rischio di una guerra atomica, Nixon e Breznev avevano firmato i primi accordi per ridurre gli armamenti nucleari, a cui ne erano seguiti degli altri con Reagan e Gorbaciov nella metà degli anni Ottanta. E anche dopo la fine dell’Unione Sovietica, negli anni Novanta, era proseguita la strada verso una progressiva riduzione delle armi nucleari, in linea con quanto si stava decidendo a livello internazionale. Anni prima era entrato in vigore il Tratto di Non Proliferazione, che avrebbe aperto poi la strada a quello di Proibizione delle armi nucleari.
Però sappiamo come funziona la realpolitik: un conto sono i trattati internazionali che prendono posizione contro le armi nucleari e sono firmati da decine e decine di Paesi – che però magari non sono mai stati potenze nucleari, né hanno la capacità tecnologica per diventarlo – un altro è un accordo diretto tra i due Paesi che detengono più armi nucleari di chiunque altro.
Nessun limite agli arsenali nucleari di Russia e USA
Secondo il bollettino degli scienziati atomici e report autorevoli come quello del Sipri, cioè l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, in questo momento al mondo ci sono oltre 12 mila testate nucleari. Il 90% di queste sono divise in modo abbastanza equo tra Russia e Stati Uniti, che ne hanno poco più di 5mila ciascuno. Ormai stabilmente al terzo posto nella classifica delle potenze nucleari c’è la Cina, che negli ultimi cinque anni è passata da 300 a 600 testate e si sta muovendo a una tale velocità che entro il 2030 si stima che possa arrivare allo stesso livello di Washington e Mosca. E questo è un elemento fondamentale, per il futuro di qualsiasi accordo.
Questo accordo era stato firmato per la prima volta nel 2010: Barack Obama era presidente degli Stati Uniti e Dmitri Medvedev quello della Russia (a livello formale doveva sostituire Putin per un mandato). Nel 2021, quindi un anno prima dello scoppio della guerra in Ucraina, era stato rinnovato da Joe Biden e Vladimir Putin. Ovviamente con l’aggressione russa a Kiev sono cambiate tante cose: Mosca aveva deciso di sospendere il trattato, pur non ritirando la sua partecipazione, e aveva iniziato a minacciare l’uso della forza nucleare se la sua esistenza avesse ricevuto minacce da parte della Nato. Ma non solo: anche gli Stati Uniti di Donald Trump hanno contribuito all’escalation retorica. Solo qualche mese fa infatti Trump ha annunciato di aver dato mandato al Pentagono di riprendere i test nucleari, sospesi dagli anni Novanta sempre grazie agli accordi internazionali. Non è chiaro se a questi annunci sia stato dato seguito – comunque ci sono delle questioni di fattibilità, in primis rispetto all’individuare i siti dove condurre i test – ma è chiaro che l’approccio è completamente cambiato.
Torna la proliferazione atomica
E ora che il New Start è ufficialmente scaduto, viviamo in un mondo che tornerà a vedere proliferare le armi nucleari. Sarà anche un mondo meno trasparente, dove le potenze saranno più diffidenti le une verso le altre e dove quindi il rischio di escalation sarà costantemente dietro l’angolo. Sarà un mondo dove anche gli altri trattati internazionali perderanno di credibilità: perché che presa può avere ad esempio il TNP, se poi le maggiori potenze nucleari, che hanno a disposizione più del triplo delle testate di tutto il resto del mondo messo insieme, non hanno più l’obiettivo di ridurre o quantomeno limitare i loro arsenali?
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, oggi ha lanciato un appello a entrambi i Paesi, per firmare un nuovo accordo, ma come tanti appelli del segretario generale, anche questo ha un’efficacia decisamente discutibile. Secondo alcuni media, in particolare il sito statunitense Axios, ci sarebbero dei dialoghi in corso, almeno per una proroga di sei mesi del New Start. In questo tempo si dovrebbe negoziare un nuovo quadro di intesa.
Il ruolo della Cina
Trump, da parte sua, ha detto di essere disponibile a chiudere un nuovo accordo per il futuro, ma ha specificato che questo deve coinvolgere anche la Cina. Già quando aveva annunciato la ripresa dei test nucleari Trump diceva che si stesse trovando costretto a potenziare l’arsenale statunitense proprio a causa della corsa al riarmo cinese. Oggi Pechino ha risposto alle dichiarazioni di Trump su un ipotetico nuovo accordo dicendo che non ha alcuna intenzione di vedersi imposte delle restrizioni, visto che le “capacità nucleari cinesi non sono affatto paragonabili a quelle degli Stati Uniti e della Russia”. Per cui, almeno in questa fase, la Cina non parteciperà ad alcun negoziato sul disarmo.
Vedremo se ci sarà spazio per il confronto in futuro, ma il dato di realtà di oggi è che per la prima volta in oltre mezzo secolo viviamo in un mondo dove gli arsenali nucleari di Russia e Stati Uniti non hanno alcun limite.
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