Peggiorano ancora le condizioni di Raffaele Cutolo, l'ex boss della Nuova Camorra Organizzata al carcere duro da 25 anni. Sarebbe diventato catatonico, incapace anche di rispondere agli stimoli e di compiere azioni semplici come bere. A raccontarlo è la moglie, Immacolata Iacone, che è intervenuta al Consiglio Direttivo di “Nessuno tocchi Caino – Spes contra Spem” dal titolo “41-bis: monumento speciale della lotta alla mafia, fossa comune di sepolti vivi”.

Cutolo, 78 anni di cui 57 passati in carcere, è attualmente detenuto a Parma. Di recente il suo avvocato aveva presentato una istanza di sospensione di esecuzione della pena per motivi di salute, chiedendo gli arresti domiciliari, ma il magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia l'aveva rigettata. Successivamente, a maggio, anche il Tribunale di Bologna ha confermato che l'ex boss sarebbe rimasto in carcere. "Si può ritenere – si legge nella motivazione della decisione – che la presenza di Raffaele Cutolo potrebbe rafforzare i gruppi criminali che si rifanno tuttora alla Nco Nuova Camorra Organizzata, gruppi rispetto ai quali Cutolo ha mantenuto pienamente il carisma".

"Ho incontrato mio marito in carcere a Parma un mese fa – ha detto Immacolata Iacone, con la testimonianza raccontata dall'agenzia Adnkronos – era previsto un colloquio normale attraverso il vetro, ma mi sono ritrovata davanti una persona 90enne con una bottiglia in mano, non parlava, non dava segni, è stato bruttissimo vederlo in quelle condizioni. Mia figlia  non si è sentita bene, non ha voluto restare più di tanto, e siamo andati via perché era inutile parlare con una persona che non alzava gli occhi, non riusciva a portare la bottiglia alla bocca, una persona che non rispondeva quando lo chiamavamo".

"Lui ha problemi seri – ha continuato la Iacone – chiedo che sia curato, umanitariamente una persona deve essere curata, anche se lui sta pagando le sue pene, ma fatelo curare". "Giustamente – ha aggiunto mio marito sta pagando, ma lui con Dio ha detto basta, e non è giusto che si debba pentire per farlo curare. Anche se lì lo curano, non lo curano come si dovrebbe. Portatelo dove si possa curare".

Un discorso che, ha concluso la donna, "vale per tutti quelli al 41 bis". Altrimenti "mettete la sedia elettrica, così noi della famiglia non soffriamo più, perché noi soffriamo di più. Loro devono scontare una pena, ma noi che peccato abbiamo fatto?".