Il reddito di restanza della Regione Campania: ai giovani 1.000 euro al mese per non andare via dai piccoli comuni
Pagare un ragazzo o una ragazza perché non faccia le valigie. Mille euro al mese per due anni a chi sceglie di restare, o di tornare, in un paese della Campania che si svuota, a patto che ci costruisca qualcosa di utile per la comunità. È il cuore della proposta di legge regionale che introduce, di fatto, un reddito di restanza per i giovani dei piccoli comuni.
Il testo porta la firma di Raffaele Aveta, consigliere regionale del MoVimento 5 Stelle, il partito del presidente della Giunta Roberto Fico, cui si è associato Nino Simeone, capogruppo della lista Fico Presidente. Si intitola «Misure di contrasto allo spopolamento dei piccoli comuni delle aree interne della Campania». La parola chiave è nel testo stesso: «restanza attiva». È il concetto reso popolare dall'antropologo calabrese Vito Teti per indicare la scelta consapevole di rimanere nei paesi abbandonati, non per rassegnazione ma come progetto di vita.
La misura riguarda i comuni sotto i 2mila abitanti che abbiano almeno uno di questi requisiti: rientrare nelle aree progetto campane della Strategia nazionale aree interne, essere classificati dalla Snai ((Strategia Nazionale per le Aree Interne) come «periferici» o «ultraperiferici», compresi quelli costieri, essere montani per legge statale, appartenere a Comunità montane o Unioni di comuni montani. In alternativa sarà la giunta a individuarli sulla base di calo demografico, fuga dei giovani, invecchiamento e difficoltà di accesso ai servizi. La popolazione si calcola sugli ultimi dati Istat disponibili al momento del bando. Per dare un'idea della scala, secondo l'Istat i comuni più piccoli della regione sono Valle dell'Angelo, con 213 abitanti, e Serramezzana, con 271, entrambi in provincia di Salerno.
Possono partecipare i giovani tra i 18 e i 45 anni che risiedono e vivono stabilmente nel comune da almeno 12 mesi. Oppure chi ci ha vissuto in passato per almeno un anno e si impegna a tornarci prima di ricevere il primo pagamento. La residenza va mantenuta per tutta la durata del sostegno. C'è però un tetto che ridimensiona subito le attese di provvedimento «di massa»: in ogni comune, infatti, la proposta prevede non possano esserci più di cinque beneficiari contemporaneamente.
I percorsi previsti sono due. Il primo, definito «percorso di comunità», finanzia progetti di utilità sociale, culturale, educativa, ambientale o di innovazione digitale pensati per i bisogni del paese. Vale 1.000 euro al mese per un massimo di 24 mesi, non rinnovabili. Il progetto viene valutato dalla Regione dopo un parere motivato del Comune e non deve per forza trasformarsi in un'attività economica. Il testo esclude però i progetti che coincidono con le funzioni ordinarie del municipio o che andrebbero affidati con gara: i beneficiari, insomma, non possono diventare personale a basso costo per l'amministrazione.
Il secondo è il «percorso d'impresa», per chi vuole aprire un'attività o subentrare in una esistente, anche in forma cooperativa. L'assegno scende a 800 euro al mese per un massimo di 18 mesi e non viene ridotto dagli eventuali guadagni. Si aggiunge un contributo fino a 25mila euro per le spese di avvio, oltre a formazione e tutoraggio a carico della Regione. In graduatoria contano le prospettive di sostenibilità economica.
Chi completa il percorso di comunità può passare a quello d'impresa, se l'attività è coerente con il progetto iniziale, ma complessivamente non si possono superare 36 mesi di assegno. Si accede una sola volta. E la partecipazione non dà alcun titolo preferenziale per assunzioni o incarichi pubblici. Quest'ultima è una clausola strategica, necessaria serve a evitare la nascita di un nuovo bacino di precari in attesa di stabilizzazione, scenario che in Campania conosce bene chi segue da anni le vertenze dei lavoratori socialmente utili o dei disoccupati di lunga durata.
Sul piano economico la legge istituisce un Fondo regionale per il contrasto allo spopolamento da 21 milioni di euro in tre anni: 1 milione per il 2026 e 10 milioni ciascuno per il 2027 e il 2028. Ogni anno il 70 per cento va in spesa corrente, cioè gli assegni, e il 30 per cento in investimenti, cioè i contributi alle nuove imprese.
A regime i numeri restano contenuti. Con 7 milioni l'anno di spesa corrente e un costo di 12mila euro annui per ogni beneficiario del percorso di comunità, si arriva a circa 580 assegni l'anno, nell'ipotesi che tutti scelgano quella strada. I 3 milioni per gli investimenti coprono al massimo 120 contributi pieni da 25mila euro. Il primo passaggio è ora in Commissione I. Ma la verifica che conta la legge la colloca più avanti: ogni anno la giunta dovrà riferire al Consiglio, comune per comune, se a due anni dalla fine dell'assegno i giovani sono rimasti davvero.